Dolce, Gabbana e la città che vive di macchietta

Se non altro – pensavo ieri – lo spot di Dolce&Gabbana girato a Napoli da Matteo Garrone ha un merito. Tra quelle signore che ballano in strada, la pasta sventagliata di qui e di là, i costumi, le maschere, l’erotico e l’eccessivo, il messaggio esplicitato è concretamente aziendalista: “Noi siamo qua per vendere, signori, e dovete vendere pure voi; altri mezzi non ne conoscete. Da discutere non c’è nulla e tempo da perdere non ne abbiamo”. Le polemiche che ne sono seguite, e la vera o presunta risposta piccata dello stilista (facciamo finta di crederci), non fanno altro che invogliare a parlare di economia piuttosto che di arte.

Quel messaggio possiamo spernacchiarlo. Possiamo mandarlo a quel paese. Possiamo invocare la ghigliottina – alzo la mano per primo in segno di approvazione, sia chiaro. Non possiamo, però, dire che dietro quel messaggio non ci sia una consapevolezza, un’arroganza bene ancorata nella realtà del nostro modello di sviluppo: nei limiti delle politiche progressiste e pure nel destino delle metropoli in questo primo spicchio di XXI secolo occidentale.
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La Galleria Inesistente

iltascabileAlle 13:30 del 15 aprile del 1969, in una giornata in cui tutto sembrava andare come doveva andare, in cui il cielo era terso, il mare era azzurro e nei bar si discuteva della Fiorentina avviata verso il suo secondo scudetto, il Vesuvio chiamò. Più che un richiamo, un sussurro: un piccolo, flebile pennacchio di fumo nerissimo, che s’alzò verso il cielo accompagnato da minuscoli boati. Solo in pochi capirono cosa stesse succedendo, e quei pochi probabilmente avevano letto un volantino che era circolato, in mattinata, a Napoli e in alcuni paesi vesuviani: lì si faceva riferimento a una profezia, a uccelli che annunciavano un evento catastrofico e intimavano di rivolgere lo sguardo al vulcano. Un foglio un po’ criptico, a dire il vero, tant’è che tra gli osservatori prevalse più lo sconcerto che la meraviglia.

(Continua su Il Tascabile)

Scugnizzi Liberati

thetownerHo appuntamento con il mio amico alla stazione di Montesanto in tarda mattinata, è fine settembre, e dopo avergli messo in mano un bicchierino di caffè e una zeppola calda saltiamo in sella sul motorino. Lui scrive per un’ottima seppur non conosciutissima rivista culturale, molto milanese, molto ottimista, piena di talenti resi un po’ cinici dalla gavetta trascorsa senza stipendio nei giornali dei “compagni”. Il piano è già deciso e lui è venuto a Napoli apposta. Con una mappa virtualmente aperta sul cellulare, io alla guida, faremo un grand tour dei più recenti spazi occupati in città, partendo dal cuore del centro storico.

(Continua su The Towner)

Ethnography of a flash mob: the use of public space in the mourning of Pino Daniele

Pino Daniele, Naples’s most beloved songwriter, died one Tuesday of Epiphany, in the early hours of the morning, when, accompanied by his girlfriend, he was rushed to the clinic of his trusted cardiologist in Rome, halfway between his house in Tuscany where he first felt the seizure coming, and the city where he was born and raised.

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Bestie

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Il 9 agosto del 2014, nella piccola città di Ferguson, Missouri, un diciottenne afroamericano, Michael Brown, viene ucciso con sei colpi di pistola da un poliziotto dopo una colluttazione. Era disarmato. Poco meno di un mese dopo, nella notte tra il 4 e il 5 settembre, nel rione Traiano di Napoli, muore in circostanze analoghe il diciassettenne Davide Bifolco, per un colpo partito dalla pistola di un agente di polizia che lo stava inseguendo. Davide era in sella ad un motorino con altri due amici e non si era fermato all’alt. Disarmato anche lui.

Nelle ore immediatamente successive a queste tragedie, gli scontri che sono esplosi tra manifestanti e forze dell’ordine e la reazione dei lettori registrata sui media hanno dato, sia in Italia che in America, la precisa temperatura della classe media e delle sue allucinazioni.

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“Quando ascolto l’Internazionale mi commuovo”: conversazione con Tony Tammaro

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È pressocché sconosciuto al resto d’Italia, ma a Napoli e provincia Vincenzo Sarnelli (nome d’arte Tony Tammaro) è una vera celebrità: alla fine degli anni Ottanta inventò la “musica tamarra”, che raccontava, con malcelato affetto, i cafoni di buon cuore. Il suo primo album ha venduto un milione di copie (contraffatte). Tanti altri autori demenziali sono spariti, ma lui non ha mai smesso di suonare

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