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Il Partito D’Azionismo Viennese

La riunione degli alti ranghi del Partito democratico, che sta andando in onda a reti quasi unificate in questi giorni (La7, Rai News, SkyTg24 e ovviamente Facebook in diretta) sembra un test di Rorschach: chi ci vede un alto momento di confronto, chi una resa dei conti. Chi un preludio all’estinzione.

A me questa direzione Pd ricorda piuttosto una performance sullo stile dell’Azionismo viennese anni Settanta. Pensavo ad Hermann Nitsch, in particolare, al suo 45 Aktion che è ancora visibile in una mostra permanente presso un bel museo napoletano. Rispetto agli happening fricchettoni di Allan Kaprow, alla generazione Erasmus denudata per noia da Spencer Tunick  o alle performance pre-New Age di Joseph Beuys, il Wiener Aktionismus è meno noto (e forse anche meno apprezzato) perché, scrive la storica dell’arte Angela Vettese: «incapace di suscitare reazioni nel pubblico, che viene messo in imbarazzo e non si dimostra solidale né protettivo nemmeno quando gli azionisti mettono a repentaglio la propria vita».
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Se M5S funziona (e ci fa comodo) come “istituzione totale”

«Nella nostra società occidentale ci sono tipi diversi di istituzioni, alcune delle quali agiscono con un potere inglobante – seppur discontinuo – più penetrante di altre. Questo carattere inglobante o totale è simbolizzato nell’impedimento allo scambio sociale e all’uscita verso il mondo esterno, spesso concretamente fondato nelle stesse strutture fisiche dell’istituzione: porte chiuse, alte mura, filo spinato, rocce, corsi d’acqua, foreste e brughiere. Questo tipo di istituzioni io lo chiamo “istituzioni totali” ed è appunto il loro carattere generale che intendo qui analizzare.»
(Erving Goffman, Asylums)

Chiamatelo, se volete, pensiero pusillanime della domenica mattina. Dunque, sociologia spicciola alla mano, il M5S è a tutti gli effetti il primo partito fattosi “istituzione totale”. Ciò di cui parlava Goffmann: un contenitore di gente ritenuta dal resto della società incapace, inetta, o addirittura pericolosa per sé e per gli altri (vedi teorie anti-vaccino, liste di proscrizione, putinismo dozzinale, etc.). Qualcosa di simile ad una crociera disneyana, più che ad un ospedale psichiatrico pre-Basaglia: perché qui i “pazienti” si confinano da soli, per disperazione, ingenuità o ignoranza, in un ambiente disegnato per manipolarli, senza l’uso della forza. Sociologia spicciola, ho premesso, quindi farò finta di non vedere i volenterosi e i benintenzionati che nel M5S cercano una cura per il loro “disagio della civiltà”, e dissentono dalle modalità di governo del Movimento. Tuttavia mi sembra assodato che, qualunque sia la policy di finanziamento del “partito degli onesti” – siano i soldi dei contribuenti o quelli della Casaleggio Associati – il M5S sta “tenendo buona” una parte della popolazione che altrimenti andrebbe a far danni altrove. Continue reading

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Strategie per il post-voto: intervista ad Alex Foti

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Conosco Alex da oltre dieci anni ormai, a partire dal suo Anarchy in the EU che fu una mappa elettrizzante e utilissima dell’antagonismo europeo, e poi per il suo lavoro frenetico di editore – legato a doppio filo con il mondo del dissenso che ha vissuto da dentro e studiato – e organizzatore di quell’EuroMayDay che nei primi anni Zero portava decine di migliaia di precari in piazza. Alex è passato poi per Il Saggiatore, ha scritto un libro su cosa voglia dire essere di sinistra oggi, e infine si è battuto molto per il Sì al referendum. Perdendo, ovviamente. Continue reading

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Rivendicare il lusso della complessità

Per motivi di compassione, e soprattutto di incompetenza in materia, sono piuttosto restio a scrivere di Grillo & Associati. Ma m’interessa il grillismo come fenomeno antropologico e culturale. E devo dire che la cosa che più mi infastidisce di questi spaesati è che sono, quasi sempre, gli stessi che quindici, venti anni fa – ma provate a fare mente locale anche voi – vi pigliavano per il culo al liceo se v’interessavate di politica, vi liquidavano con un “ma tanto sono tutti mariuoli” o “ma che cazzo me ne frega a me”.
 
E però, quasi sempre, i grillini prima d’essere grillini erano individui iperattivi nel loro slancio di vita conforme, non si perdevano mai una tappa dell’italiana medietà, e la loro era una vita tutto sommato serena. Già allora incrollabili nelle loro convinzioni e creduloneria, non li abbatteva nessuno, e in fondo stavano meglio di noi*.
 
Come ha ricordato Fulvio Abbate, l’odio verso gli “intellettuali” è stato sempre tipico della piccola borghesia fascista mondiale, e per questo non mi stancherò mai di ripetere ai compagni che si può essere popolari senza scimmiottare il linguaggio dei bimbominkia, senza ritwettare bufale, senza storpiare i nomi, senza sfottere sull’aspetto fisico. E non lo dico da una prospettiva moderata, progressista, di ipocrita cortesia borghese, ma strategica: c’è chi sa fare il grillino meglio di noi*, e al momento del bisogno – o della serietà – il fascismo in seno al popolo (perché c’è anche quello, c’è sempre stato) sa come accoltellarti alle spalle: rifiutando il dialogo, invocando il linciaggio, tappandosi le orecchie, e rifugiandosi nell’animalità da sopravvivenza.
 
E dunque rivalutiamo il secchione che era in noi. Andiamo fieri del fatto che qualcuno ci ha fatto studiare. Rivendichiamo il lusso della complessità.
 
* I pessimisti della ragione e gli ottimisti della volontà.
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