America

Il ritorno degli hillariti

È passato un mese dallo shock dell’8 novembre ed è giunto il momento di fare il punto sullo stato degli hillariti. In questi giorni zitti stanno cacciando la testa fuori dal sacco: “Avete visto? Dicevate Trump-o-Clinton-la-stessa-cosa, ora tenetevi il presidente di Goldman Sachs, gné gné, eccetera eccetera”.
In realtà, nessuna persona sana di mente, nessun argomento sensato diceva questo. Neppure io. Ma è chiaro che il fanatismo cerca sempre nelle carenze degli altri e nei fattori esterni le ragioni dei propri fallimenti. La paranoia anti-russa di questi giorni, unita al ripetere ossessivo dei voti popolari presi in più da Clinton rispetto a Trump (oltre due milioni e mezzo) sono sintomi evidenti di uno stress post-traumatica.

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Martellare l’entusiasmo aziendalista: bilancio di una campagna

Alright, ci siamo. Ancora poche ore, e le elezioni più orripilanti della storia americana recente saranno archiviate. Orripilanti, ma anche sincere, nel senso di un’autopsia della nazione; esplicative come non mai di certi tic culturali, di certe dinamiche sociali; forse anche le più appassionanti, vi dico la verità – sicuramente più di quelle del 2012, che pure seguii da vicino.

Dato che per otto, nove mesi non mi sono occupato praticamente d’altro, sul blog e a Radio Blackout (a proposito, appuntamento domani alle 9.00), qualche pensiero prima di congedare ‘sta pagina di Storia. Cosa farei se fossi americano? Non lo so.

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Al momento decisivo, Trump si rivela (ancora) il miglior regalo per Clinton

Trump-Clinton. Peccato sia finita così. Fino a qualche qualche anno fa i due si sostenevano: Trump finanziava, orgoglioso, il partito democratico. Le rispettive famiglie si stimavano, e Ivanka è sempre stata grande amica di Chelsea. Ad un certo punto – lo scrive il Washington Post – Bill incontrò Donald, e quasi certamente gli suggerì di scendere in campo. Nessuno considerava Trump un avversario credibile, tanto meno per Hillary, ma avrebbe creato più d’un casino tra i repubblicani che consideravano i due una coppia di cialtroni libertini e sporcaccioni. Continue reading

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Cui prodest /3. Il punto su Black Lives Matter, Clinton e Sanders

Ricapitoliamo. Quattro mesi fa, quando aveva annunciato ufficialmente la sua candidatura alle presidenziali americane, Hillary Clinton sembrava non avere ostacoli: troppo forte il suo nome (o per meglio dire il suo “brand”), troppo forti e semplici le parole d’ordine che i suoi sostenitori, gli hillarites, ripetono come un mantra: è giovane, ha esperienza, è il suo turno. Nessuno di questi tre punti ha ragione d’essere, ma non è questo lo spazio per parlarne. Quello che importa è che la partita sembra già vinta, e ancora oggi la prospettiva è quella di un confronto tra “parenti di”: Clinton contro Bush, alla faccia del pluralismo della democrazia. Il campo repubblicano, intanto, è occupato da fenomeni da baraccone (Scott Walker, Rick Perry) e Donald Trump si è messo in mezzo sparigliando le carte e trollando a destra e a sinistra, costringendo molti ad ammettere di aver chiesto più volte favori, in passato, a questo vile ciarlatano.

Però poi è successo che il principale avversario di Clinton, il senatore del Vermont con simpatie socialiste Bernie Sanders, si è dimostrato qualcosa in più di un diversivo. Riesce a radunare folle strepitose, e gli ultimi sondaggi lo danno clamorosamente in vantaggio in un tradizionale fortino democratico (e clintoniano) come il New Hampshire. Le speranze di una sua nomination restano fioche, ma ho sempre creduto che Bernie potesse essere il volano di buone idee, un vero disturbatore per Hillary, e l’inizio di una piattaforma di discussione che possa durare nel medio-lungo termine.

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Hillary stai zitta

La Clinton non ne sta azzeccando una. La favorita assoluta del Partito democratico alle prossime elezioni presidenziali sta riuscendo nell’incredibile impresa di complicarsi una partita che stava vincendo con almeno tre gol di scarto. L’ultima gaffe è questa sul presunto video che dimostrerebbe come Parent Parenthood, una vasta organizzazione che in America si occupa di diritti abortivi e supporto alla maternità (per l’appunto, “Genitorialità pianificata”) faccia compravendita di organi estratti da feti abortiti. Una balla colossale messa su da gruppi schizoidi cristiani, come spiega Salon. Hillary dice però di aver visto il video e lo ha definito “disturbing”, inquietante.  Continue reading

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I Have Never Loved You More: the Narrative of the Establishment and the Infatuation of the Left with Obama

“Four More Years”

Memories.

On May 4, 2009, a few months before Barack Obama won his Nobel Peace Prize, a B-1 supersonic bomber dropped a 2,000 pound missile on the tiny, peasant village of Granai, in Southern Afghanistan. About 140 people, mostly women and children, were torn to shreds and scattered in a range of hundreds of feet.

The Pentagon first tried to cover up what happened. But echoes of the massacre began circulating among the foreign press, and the Army accused the Taliban of having used civilians as shields. The Asian country was soon was inflamed: a caravansary with the bodies of the victims stacked up on carts made its way to Kabul, with thousands of people shouting against the US occupants. The Pentagon then admitted that a few dozens of combatants and a few innocent people were killed. Finally, after a few weeks, almost no one outside of Afghanistan was talking about Granai anymore.

In December, when the Nobel was assigned to Obama, public opinion worldwide reacted with disbelief and scepticism. But the Establishment considered the award “positive”, and so did a number of progressive leaders, European Labour, economist Mohammed Yunus, Afghan President Hamid Karzai, the 14th Dalai Lama and even Fidel Castro. The chairman of the Nobel Committee said: “We have not given the prize for what may happen in the future. We are awarding Obama for what he has done in the past year.”

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