Il ritorno degli hillariti

È passato un mese dallo shock dell’8 novembre ed è giunto il momento di fare il punto sullo stato degli hillariti. In questi giorni zitti stanno cacciando la testa fuori dal sacco: “Avete visto? Dicevate Trump-o-Clinton-la-stessa-cosa, ora tenetevi il presidente di Goldman Sachs, gné gné, eccetera eccetera”.
In realtà, nessuna persona sana di mente, nessun argomento sensato diceva questo. Neppure io. Ma è chiaro che il fanatismo cerca sempre nelle carenze degli altri e nei fattori esterni le ragioni dei propri fallimenti. La paranoia anti-russa di questi giorni, unita al ripetere ossessivo dei voti popolari presi in più da Clinton rispetto a Trump (oltre due milioni e mezzo) sono sintomi evidenti di uno stress post-traumatica.

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Al momento decisivo, Trump si rivela (ancora) il miglior regalo per Clinton

Trump-Clinton. Peccato sia finita così. Fino a qualche qualche anno fa i due si sostenevano: Trump finanziava, orgoglioso, il partito democratico. Le rispettive famiglie si stimavano, e Ivanka è sempre stata grande amica di Chelsea. Ad un certo punto – lo scrive il Washington Post – Bill incontrò Donald, e quasi certamente gli suggerì di scendere in campo. Nessuno considerava Trump un avversario credibile, tanto meno per Hillary, ma avrebbe creato più d’un casino tra i repubblicani che consideravano i due una coppia di cialtroni libertini e sporcaccioni. Continue reading “Al momento decisivo, Trump si rivela (ancora) il miglior regalo per Clinton”

Cui prodest /3. Il punto su Black Lives Matter, Clinton e Sanders

Ricapitoliamo. Quattro mesi fa, quando aveva annunciato ufficialmente la sua candidatura alle presidenziali americane, Hillary Clinton sembrava non avere ostacoli: troppo forte il suo nome (o per meglio dire il suo “brand”), troppo forti e semplici le parole d’ordine che i suoi sostenitori, gli hillarites, ripetono come un mantra: è giovane, ha esperienza, è il suo turno. Nessuno di questi tre punti ha ragione d’essere, ma non è questo lo spazio per parlarne. Quello che importa è che la partita sembra già vinta, e ancora oggi la prospettiva è quella di un confronto tra “parenti di”: Clinton contro Bush, alla faccia del pluralismo della democrazia. Il campo repubblicano, intanto, è occupato da fenomeni da baraccone (Scott Walker, Rick Perry) e Donald Trump si è messo in mezzo sparigliando le carte e trollando a destra e a sinistra, costringendo molti ad ammettere di aver chiesto più volte favori, in passato, a questo vile ciarlatano.

Però poi è successo che il principale avversario di Clinton, il senatore del Vermont con simpatie socialiste Bernie Sanders, si è dimostrato qualcosa in più di un diversivo. Riesce a radunare folle strepitose, e gli ultimi sondaggi lo danno clamorosamente in vantaggio in un tradizionale fortino democratico (e clintoniano) come il New Hampshire. Le speranze di una sua nomination restano fioche, ma ho sempre creduto che Bernie potesse essere il volano di buone idee, un vero disturbatore per Hillary, e l’inizio di una piattaforma di discussione che possa durare nel medio-lungo termine.

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