Se M5S funziona (e ci fa comodo) come “istituzione totale”

«Nella nostra società occidentale ci sono tipi diversi di istituzioni, alcune delle quali agiscono con un potere inglobante – seppur discontinuo – più penetrante di altre. Questo carattere inglobante o totale è simbolizzato nell’impedimento allo scambio sociale e all’uscita verso il mondo esterno, spesso concretamente fondato nelle stesse strutture fisiche dell’istituzione: porte chiuse, alte mura, filo spinato, rocce, corsi d’acqua, foreste e brughiere. Questo tipo di istituzioni io lo chiamo “istituzioni totali” ed è appunto il loro carattere generale che intendo qui analizzare.»
(Erving Goffman, Asylums)

Chiamatelo, se volete, pensiero pusillanime della domenica mattina. Dunque, sociologia spicciola alla mano, il M5S è a tutti gli effetti il primo partito fattosi “istituzione totale”. Ciò di cui parlava Goffmann: un contenitore di gente ritenuta dal resto della società incapace, inetta, o addirittura pericolosa per sé e per gli altri (vedi teorie anti-vaccino, liste di proscrizione, putinismo dozzinale, etc.). Qualcosa di simile ad una crociera disneyana, più che ad un ospedale psichiatrico pre-Basaglia: perché qui i “pazienti” si confinano da soli, per disperazione, ingenuità o ignoranza, in un ambiente disegnato per manipolarli, senza l’uso della forza. Sociologia spicciola, ho premesso, quindi farò finta di non vedere i volenterosi e i benintenzionati che nel M5S cercano una cura per il loro “disagio della civiltà”, e dissentono dalle modalità di governo del Movimento. Tuttavia mi sembra assodato che, qualunque sia la policy di finanziamento del “partito degli onesti” – siano i soldi dei contribuenti o quelli della Casaleggio Associati – il M5S sta “tenendo buona” una parte della popolazione che altrimenti andrebbe a far danni altrove. Continue reading “Se M5S funziona (e ci fa comodo) come “istituzione totale””

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Al momento decisivo, Trump si rivela (ancora) il miglior regalo per Clinton

Trump-Clinton. Peccato sia finita così. Fino a qualche qualche anno fa i due si sostenevano: Trump finanziava, orgoglioso, il partito democratico. Le rispettive famiglie si stimavano, e Ivanka è sempre stata grande amica di Chelsea. Ad un certo punto – lo scrive il Washington Post – Bill incontrò Donald, e quasi certamente gli suggerì di scendere in campo. Nessuno considerava Trump un avversario credibile, tanto meno per Hillary, ma avrebbe creato più d’un casino tra i repubblicani che consideravano i due una coppia di cialtroni libertini e sporcaccioni. Continue reading “Al momento decisivo, Trump si rivela (ancora) il miglior regalo per Clinton”

Trump non può vincere, ma Clinton può perdere

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Donald Trump e Hillary Clinton. Due universi paralleli, a leggere la grande stampa europea. Due visioni inconciliabili del mondo e della vita, a sentire diversi scrittori e giornalisti italiani a New York, che arrivano a paragonare le due figure come Pinochet da un lato e Che Guevara dall’altro.

Personalmente, quando a metà marzo in Ohio le primarie erano già belle che decise (sia sul versante repubblicano che su quello democratico) pubblicai una foto con i due contendenti in posa durante una festa (la foto risale a una decina d’anni fa), con sorriso smagliante e rispettivi consorti, e aggiunsi questa didascalia: a Novembre la scelta sarà tra due ricchi anziani bianchi, che litigano veementemente su come disciplinare la cameriera. Forse peccavo di troppo sarcasmo. La situazione è più terrificante che grottesca, e merita un’analisi migliore. Continue reading “Trump non può vincere, ma Clinton può perdere”

Perché in molti, me compreso, si sono sbagliati su Trump?

Su Trump si sono sbagliati tutti o quasi tutti, me compreso. Ma è interessante ricordare tutti quei giornalisti italiani, soprattutto freelance, incontrati in questi anni a New York, molto convinti che l’Italia berlusconiana rappresentasse uno scherzo e un’eccezione, molto indignados per l’esistenza di uno come Grillo, convinti che gli Stati Uniti avessero sufficienti anticorpi da rigettare qualunque ducetto o mercante in fiera, e che Hillary (udite udite) fosse la prova di quanto avanzata e openminded fosse la civiltà del jazz.
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Per chi suona la campana: la destra americana e l’ideale perduto

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Il senatore repubblicano John McCain, ex veterano di guerra ed ex candidato alla Casa Bianca nel 2008, ha composto un toccante epitaffio per un amico comunista, morto all’età di 100 anni. Molti hanno quindi ricordato, a margine, l’esistenza di una destra dignitosa, onesta e di principio, che sopravvive nonostante Donald Trump e i suoi insulti.

Conoscendo il curriculum non proprio progressista di McCain (è lo stesso iper-patriota che chiamava “musi gialli”, gooks, i vietnamiti, e “scimmia” Ahmadinejad) non mi avventurerei su questo terreno, e penso sia più interessante parlare d’altro. Per esempio della vena romanticista che ancora scorre nella destra, e che le fa invidiare alla sinistra “d’una volta” la sua fede e il suo sacrificio.

Perché giudicare

C‘è una libera volpe che si sta aggirando nei dintorni di un libero pollaio. Ma io ho la pelle e non le penne: che diritto ho di intromettermi?

Avendo sempre bene in mente l’arroganza storica dei pene-muniti, la necessità di camminare per tre lune nei mocassini altrui prima di parlare, etc… che argomento è quello per cui, se non posseggo le tue caratteristiche sessuali ed etniche, non ho diritto a intromettermi nella tua vita e nelle tue scelte? Continue reading “Perché giudicare”

Cosa raccontano le primarie americane del Super Tuesday?

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Azalea Motor Court. Camilla, Georgia, 1950s.

 

I democratici ieri votavano in 12 Stati: Hillary Clinton ha vinto le primarie in 7 di questi Stati e Bernie Sanders nei restanti 4 (non consideriamo American Samoa che conta praticamente zero). Tre Stati (Nevada, Massachusetts e Iowa) sono stati vinti da Clinton con un margine ridotto, e due di questi sul per uno o due punti percentuali. In totale finora fanno 10 Stati per Clinton e 5 per Sanders.

Farei notare una cosa: le vittorie di Sanders non sono concentrate geograficamente, e quattro di queste sono avvenute in Stati che Clinton avrebbe vinto se si fosse votato a novembre, quando la sua popolarità era infinitamente più alta di adesso.

I neri sono ancora massicciamente schierati per Clinton (un fenomeno amaro ma non inspiegabile, che merita un’analisi assai più dettagliata), ma negli Stati del Nord, dove ci sono tassi d’istruzione e benessere sociale più elevati, il gap è meno marcato che al Sud.

Se non fosse partito come un improbabile outsider, ignorato dai media, con un po’ più di tempo e di impegno da parte dei militanti, Sanders avrebbe probabilmente potuto colmare questo gap, o fare i suoi gli Stati persi per un soffio.
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Bisogna comprendere il genio di Trump (anche da sinistra)

“Se Trump non avesse ereditato 200 milioni di dollari, sapete dove starebbe in questo momento?”, ha chiesto rivolto alle telecamere Marco Rubio, giovedì scorso, durante l’ultimo dibattito televisivo tra repubblicani. A vendere orologi a Manhattan, ecco dove starebbe. La battuta era buona e forte, e per un attimo Rubio ha pensato di averla azzeccata davvero; la voce per un attimo gli ha tremato. Il colpo l’aveva assestato al termine di una sequela ubriacante: ha accusato Trump di avere diverse bancarotte sul curriculum, processi gravi ancora in corso, di aver assunto lavoratori a nero; di essere, fondamentalmente, un contaballe e un parvenu.

Ma l’imprenditore dalla capigliatura impossibile, appoggiato allo scranno di fianco al suo, non si è innervosito né scomposto e, con l’aria di chi dice “Andiamo, ragazzo, tutto qui?”, si è scrollato il proiettile di dosso. Ha gonfiato la pappagorgia, irrorato il faccione paonazzo e ha proseguito lo show. Il suo. Il pubblico ha riso come di dovere, ed è finita lì.  Continue reading “Bisogna comprendere il genio di Trump (anche da sinistra)”