Un caffé post-elettorale con Bifo

Ciao Franco, come ti senti?

Mi sento come mi sentivo prima: intellettualmente disperato. Tu sei a Napoli? Ho una gran voglia di fare una piccola vacanza lì, appena la primavera lo permetterà.

E questa disperazione cosa comporta?

Significa che, a prescindere dalla mia personale allegria, dovuta alle sostanze allucinogene che assumo e all’amicizia di molte persone, riconosco che siamo di fronte a un processo di guerra civile globale, che cancella l’umanesimo moderno e il piacere di immaginare il futuro. Continue reading “Un caffé post-elettorale con Bifo”

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Dolce, Gabbana e la città che vive di macchietta

Se non altro – pensavo ieri – lo spot di Dolce&Gabbana girato a Napoli da Matteo Garrone ha un merito. Tra quelle signore che ballano in strada, la pasta sventagliata di qui e di là, i costumi, le maschere, l’erotico e l’eccessivo, il messaggio esplicitato è concretamente aziendalista: “Noi siamo qua per vendere, signori, e dovete vendere pure voi; altri mezzi non ne conoscete. Da discutere non c’è nulla e tempo da perdere non ne abbiamo”. Le polemiche che ne sono seguite, e la vera o presunta risposta piccata dello stilista (facciamo finta di crederci), non fanno altro che invogliare a parlare di economia piuttosto che di arte.

Quel messaggio possiamo spernacchiarlo. Possiamo mandarlo a quel paese. Possiamo invocare la ghigliottina – alzo la mano per primo in segno di approvazione, sia chiaro. Non possiamo, però, dire che dietro quel messaggio non ci sia una consapevolezza, un’arroganza bene ancorata nella realtà del nostro modello di sviluppo: nei limiti delle politiche progressiste e pure nel destino delle metropoli in questo primo spicchio di XXI secolo occidentale.
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Se M5S funziona (e ci fa comodo) come “istituzione totale”

«Nella nostra società occidentale ci sono tipi diversi di istituzioni, alcune delle quali agiscono con un potere inglobante – seppur discontinuo – più penetrante di altre. Questo carattere inglobante o totale è simbolizzato nell’impedimento allo scambio sociale e all’uscita verso il mondo esterno, spesso concretamente fondato nelle stesse strutture fisiche dell’istituzione: porte chiuse, alte mura, filo spinato, rocce, corsi d’acqua, foreste e brughiere. Questo tipo di istituzioni io lo chiamo “istituzioni totali” ed è appunto il loro carattere generale che intendo qui analizzare.»
(Erving Goffman, Asylums)

Chiamatelo, se volete, pensiero pusillanime della domenica mattina. Dunque, sociologia spicciola alla mano, il M5S è a tutti gli effetti il primo partito fattosi “istituzione totale”. Ciò di cui parlava Goffmann: un contenitore di gente ritenuta dal resto della società incapace, inetta, o addirittura pericolosa per sé e per gli altri (vedi teorie anti-vaccino, liste di proscrizione, putinismo dozzinale, etc.). Qualcosa di simile ad una crociera disneyana, più che ad un ospedale psichiatrico pre-Basaglia: perché qui i “pazienti” si confinano da soli, per disperazione, ingenuità o ignoranza, in un ambiente disegnato per manipolarli, senza l’uso della forza. Sociologia spicciola, ho premesso, quindi farò finta di non vedere i volenterosi e i benintenzionati che nel M5S cercano una cura per il loro “disagio della civiltà”, e dissentono dalle modalità di governo del Movimento. Tuttavia mi sembra assodato che, qualunque sia la policy di finanziamento del “partito degli onesti” – siano i soldi dei contribuenti o quelli della Casaleggio Associati – il M5S sta “tenendo buona” una parte della popolazione che altrimenti andrebbe a far danni altrove. Continue reading “Se M5S funziona (e ci fa comodo) come “istituzione totale””

L’ossessione per i fatti ci ha fregato

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Ho pensato di tradurre questo intervento, a mio avviso straordinario, di Nathan Jurgenson (sociologo, scrittore e studioso di social media) elaborato all’indomani della vittoria di Donald Trump alle ultime Presidenziali. Una campana che dovrebbe suonare per molti, anche per me.

Sarà stato tra le sei e le nove ieri sera, mentre aspettavo primi risultati elettorali, e sulla CNN c’era Wolf Blitzer che si sbalordiva di continuo, ad ogni nuovo conteggio di voti in Florida; esclamava: “Trump è in testa!”, “ora davanti c’è Hillary”, quando in realtà i numeri erano solo arbitrari, cambiando a seconda del collegio che veniva riportato. Quello che stava facendo la CNN era creare una maratona basata sul niente, che andava prima avanti e poi indietro, incorniciata da scritte in sovrimpressione che dicevano ATTENZIONE, con una musica di sottofondo ad alta tensione. Questo capitava in un importante canale televisivo in una giornata di grandi ascolti, e la reazione più comune sarà stata: “vabbe’, che stupidaggine: lo fanno ogni anno”.

In quello stesso momento, sul sito di data journalism Fivethirtyeight i primi risultati e gli exit poll venivano raccontati con frasi come “notizie eccellenti per Clinton”, “brutto segno per Trump”, “lunga notte per Trump”, e così via. All’inizio delle primarie, il sito aveva dato a Trump appena il 2% (due percento) di possibilità di diventare il candidato dei repubblicani, e tuttavia ha continuato ad essere il punto di riferimento durante la campagna generale, fornendo informazioni dettagliate fino ai decimali su di un inesistente vantaggio di Hillary. Questo trend è continuato anche dopo che sono arrivati i primi risultati, ieri notte, e qualche ora dopo è stato il momento di accettare con orrore la vittoria di Trump. E molte persone sono rimaste sorprese, per usare un eufemismo. Continue reading “L’ossessione per i fatti ci ha fregato”

Bisogna comprendere il genio di Trump (anche da sinistra)

“Se Trump non avesse ereditato 200 milioni di dollari, sapete dove starebbe in questo momento?”, ha chiesto rivolto alle telecamere Marco Rubio, giovedì scorso, durante l’ultimo dibattito televisivo tra repubblicani. A vendere orologi a Manhattan, ecco dove starebbe. La battuta era buona e forte, e per un attimo Rubio ha pensato di averla azzeccata davvero; la voce per un attimo gli ha tremato. Il colpo l’aveva assestato al termine di una sequela ubriacante: ha accusato Trump di avere diverse bancarotte sul curriculum, processi gravi ancora in corso, di aver assunto lavoratori a nero; di essere, fondamentalmente, un contaballe e un parvenu.

Ma l’imprenditore dalla capigliatura impossibile, appoggiato allo scranno di fianco al suo, non si è innervosito né scomposto e, con l’aria di chi dice “Andiamo, ragazzo, tutto qui?”, si è scrollato il proiettile di dosso. Ha gonfiato la pappagorgia, irrorato il faccione paonazzo e ha proseguito lo show. Il suo. Il pubblico ha riso come di dovere, ed è finita lì.  Continue reading “Bisogna comprendere il genio di Trump (anche da sinistra)”

Sintesi delle primarie in Iowa

Clinton Motel, Mount Ayr, Iowa, 1930s.
☑ I grandi sconfitti sono Hillary e Trump, partiti favoriti e amati dai media e dal chiacchiericcio internettiano;
☑ Tra i repubblicani vince Cruz, secondo Trump (che viene ridimensionato di parecchio, e potrebbe iniziare la sua parabola discendente), terzo (a sorpresa) Marco Rubio;
☑ Tra i democratici Clinton e Sanders pareggiano. Dunque, politicamente, vince Sanders: un anno fa il supporto di Clinton in Iowa era il 68%, contro il 7% di Sanders. L’ex segretario di Stato americano era un brand conosciuto e potentissimo, mentre il senatore socialista del Vermont, al momento di scendere in campo, era un Carneade nel Paese e nel mondo. Nel lungo termine Clinton è ancora favorita, ma ha dilapidato un vantaggio invidiabile;

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Quando Hitchens andò alla guerra (contro la noia)

Oggi fanno 46 anni dalla morte di Giuseppe Pinelli e 39 da quella di Walter Alasia, che ormai non conosce più nessuno nato dopo i Novanta, e così voglio ricordare piuttosto Christopher Hitchens, ché questo scrittore strepitoso e incredibilmente narciso va assai più di moda, ed è finito col diventare il santino buono della Generazione TED, come la Fallaci fonte inesauribile di citazioni. E citiamolo, questo Hitchens, prendendo due pensieri che di solito non ricorda mai nessuno. Continue reading “Quando Hitchens andò alla guerra (contro la noia)”

Il “Gun Control” rischia di essere una trappola per i poveri

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milioni di americani sono morti per armi da fuoco dal 1968 – lo stesso numero di americani morti per tutte le guerre combattute dal 1776 a oggi. 400.000 americani sono morti per armi da fuoco dal 2001 – lo stesso numero di americani morti nella II Guerra Mondiale. 3.400 americani sono morti per armi da fuoco nelle ultime cinque settimane – lo stesso numero di americani morti per terrorismo dal 2001.

Ma sul problema della proliferazione di armi in America c’è una cosa scomoda da dire, e penso sia più scomoda del problema stesso: crediamo davvero che una campagna in stile Proibizionismo sortisca qualche effetto sui veri mostri che vogliamo neutralizzare? Sulle deputate del Nevada che si fotografano in cartoline natalizie armate di tutto punto, peggio che Arnold Schwarzenegger nel film Commando? Sui predicatori religiosi che appoggiano Donald Trump e le sue deportazioni di immigrati? Sui pericolosi bigotti a capo di università evangeliche che invitano gli studenti a far fuori i musulmani? Continue reading “Il “Gun Control” rischia di essere una trappola per i poveri”

E se Zuckerberg avesse fregato tutti?

La notizia l’avrete letta e ascoltata fino alla nausea. Soprattutto se, come me, un’idea sulla vicenda ve la siete fatta partendo da commenti letti su un certo social network. Quello che è successo è che, approfittando della nascita della primogenita Max, il fondatore di Facebook ha annunciato al mondo la decisione di devolvere il 99% delle azioni del colosso in suo possesso (valore: 45 miliardi di dollari) in beneficenza. Non tutto in una volta, s’intende, ma lungo il corso del resto dei suoi giorni. Sembra un proposito angelico, e così è stato interpretato dalla maggior parte della stampa italiana.

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