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Il Canone Di Maio e la Teca Magica

“Molto più di Silvio Berlusconi o di Matteo Renzi, Luigi Di Maio è l’unico personaggio politico di questo scorcio XXI secolo a possedere una biografia davvero inspiegabile. La leggenda dello stalliere di Arcore; le valigie piene di soldi cascate (secondo la narrativa Chiarelettere) dal nulla sul letto dello chansonniere playboy – che da lì avrebbe fondato il suo impero; lo scout di Rignano, passato nel giro di dieci anni dal partecipare a La ruota della Fortuna alla segreteria del partito ex comunista: nulla di tutto ciò ha creato una figura sconcertante, scandalosa e post-umana quanto Luigi Di Maio, passato nel giro di un lustro dall’essere un timido rappresentante di istituto a candidato online del Movimento Cinque Stelle con 189 preferenze, e infine oggi candidato premier.
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Dolce, Gabbana e la città che vive di macchietta

Se non altro – pensavo ieri – lo spot di Dolce&Gabbana girato a Napoli da Matteo Garrone ha un merito. Tra quelle signore che ballano in strada, la pasta sventagliata di qui e di là, i costumi, le maschere, l’erotico e l’eccessivo, il messaggio esplicitato è concretamente aziendalista: “Noi siamo qua per vendere, signori, e dovete vendere pure voi; altri mezzi non ne conoscete. Da discutere non c’è nulla e tempo da perdere non ne abbiamo”. Le polemiche che ne sono seguite, e la vera o presunta risposta piccata dello stilista (facciamo finta di crederci), non fanno altro che invogliare a parlare di economia piuttosto che di arte.

Quel messaggio possiamo spernacchiarlo. Possiamo mandarlo a quel paese. Possiamo invocare la ghigliottina – alzo la mano per primo in segno di approvazione, sia chiaro. Non possiamo, però, dire che dietro quel messaggio non ci sia una consapevolezza, un’arroganza bene ancorata nella realtà del nostro modello di sviluppo: nei limiti delle politiche progressiste e pure nel destino delle metropoli in questo primo spicchio di XXI secolo occidentale.
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Il Partito D’Azionismo Viennese

La riunione degli alti ranghi del Partito democratico, che sta andando in onda a reti quasi unificate in questi giorni (La7, Rai News, SkyTg24 e ovviamente Facebook in diretta) sembra un test di Rorschach: chi ci vede un alto momento di confronto, chi una resa dei conti. Chi un preludio all’estinzione.

A me questa direzione Pd ricorda piuttosto una performance sullo stile dell’Azionismo viennese anni Settanta. Pensavo ad Hermann Nitsch, in particolare, al suo 45 Aktion che è ancora visibile in una mostra permanente presso un bel museo napoletano. Rispetto agli happening fricchettoni di Allan Kaprow, alla generazione Erasmus denudata per noia da Spencer Tunick  o alle performance pre-New Age di Joseph Beuys, il Wiener Aktionismus è meno noto (e forse anche meno apprezzato) perché, scrive la storica dell’arte Angela Vettese: «incapace di suscitare reazioni nel pubblico, che viene messo in imbarazzo e non si dimostra solidale né protettivo nemmeno quando gli azionisti mettono a repentaglio la propria vita».
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Se M5S funziona (e ci fa comodo) come “istituzione totale”

«Nella nostra società occidentale ci sono tipi diversi di istituzioni, alcune delle quali agiscono con un potere inglobante – seppur discontinuo – più penetrante di altre. Questo carattere inglobante o totale è simbolizzato nell’impedimento allo scambio sociale e all’uscita verso il mondo esterno, spesso concretamente fondato nelle stesse strutture fisiche dell’istituzione: porte chiuse, alte mura, filo spinato, rocce, corsi d’acqua, foreste e brughiere. Questo tipo di istituzioni io lo chiamo “istituzioni totali” ed è appunto il loro carattere generale che intendo qui analizzare.»
(Erving Goffman, Asylums)

Chiamatelo, se volete, pensiero pusillanime della domenica mattina. Dunque, sociologia spicciola alla mano, il M5S è a tutti gli effetti il primo partito fattosi “istituzione totale”. Ciò di cui parlava Goffmann: un contenitore di gente ritenuta dal resto della società incapace, inetta, o addirittura pericolosa per sé e per gli altri (vedi teorie anti-vaccino, liste di proscrizione, putinismo dozzinale, etc.). Qualcosa di simile ad una crociera disneyana, più che ad un ospedale psichiatrico pre-Basaglia: perché qui i “pazienti” si confinano da soli, per disperazione, ingenuità o ignoranza, in un ambiente disegnato per manipolarli, senza l’uso della forza. Sociologia spicciola, ho premesso, quindi farò finta di non vedere i volenterosi e i benintenzionati che nel M5S cercano una cura per il loro “disagio della civiltà”, e dissentono dalle modalità di governo del Movimento. Tuttavia mi sembra assodato che, qualunque sia la policy di finanziamento del “partito degli onesti” – siano i soldi dei contribuenti o quelli della Casaleggio Associati – il M5S sta “tenendo buona” una parte della popolazione che altrimenti andrebbe a far danni altrove. Continue reading

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Translations

L’ossessione per i fatti ci ha fregato

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Ho pensato di tradurre questo intervento, a mio avviso straordinario, di Nathan Jurgenson (sociologo, scrittore e studioso di social media) elaborato all’indomani della vittoria di Donald Trump alle ultime Presidenziali. Una campana che dovrebbe suonare per molti, anche per me.

Sarà stato tra le sei e le nove ieri sera, mentre aspettavo primi risultati elettorali, e sulla CNN c’era Wolf Blitzer che si sbalordiva di continuo, ad ogni nuovo conteggio di voti in Florida; esclamava: “Trump è in testa!”, “ora davanti c’è Hillary”, quando in realtà i numeri erano solo arbitrari, cambiando a seconda del collegio che veniva riportato. Quello che stava facendo la CNN era creare una maratona basata sul niente, che andava prima avanti e poi indietro, incorniciata da scritte in sovrimpressione che dicevano ATTENZIONE, con una musica di sottofondo ad alta tensione. Questo capitava in un importante canale televisivo in una giornata di grandi ascolti, e la reazione più comune sarà stata: “vabbe’, che stupidaggine: lo fanno ogni anno”.

In quello stesso momento, sul sito di data journalism Fivethirtyeight i primi risultati e gli exit poll venivano raccontati con frasi come “notizie eccellenti per Clinton”, “brutto segno per Trump”, “lunga notte per Trump”, e così via. All’inizio delle primarie, il sito aveva dato a Trump appena il 2% (due percento) di possibilità di diventare il candidato dei repubblicani, e tuttavia ha continuato ad essere il punto di riferimento durante la campagna generale, fornendo informazioni dettagliate fino ai decimali su di un inesistente vantaggio di Hillary. Questo trend è continuato anche dopo che sono arrivati i primi risultati, ieri notte, e qualche ora dopo è stato il momento di accettare con orrore la vittoria di Trump. E molte persone sono rimaste sorprese, per usare un eufemismo. Continue reading

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Martellare l’entusiasmo aziendalista: bilancio di una campagna

Alright, ci siamo. Ancora poche ore, e le elezioni più orripilanti della storia americana recente saranno archiviate. Orripilanti, ma anche sincere, nel senso di un’autopsia della nazione; esplicative come non mai di certi tic culturali, di certe dinamiche sociali; forse anche le più appassionanti, vi dico la verità – sicuramente più di quelle del 2012, che pure seguii da vicino.

Dato che per otto, nove mesi non mi sono occupato praticamente d’altro, sul blog e a Radio Blackout (a proposito, appuntamento domani alle 9.00), qualche pensiero prima di congedare ‘sta pagina di Storia. Cosa farei se fossi americano? Non lo so.

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Rivendicare il lusso della complessità

Per motivi di compassione, e soprattutto di incompetenza in materia, sono piuttosto restio a scrivere di Grillo & Associati. Ma m’interessa il grillismo come fenomeno antropologico e culturale. E devo dire che la cosa che più mi infastidisce di questi spaesati è che sono, quasi sempre, gli stessi che quindici, venti anni fa – ma provate a fare mente locale anche voi – vi pigliavano per il culo al liceo se v’interessavate di politica, vi liquidavano con un “ma tanto sono tutti mariuoli” o “ma che cazzo me ne frega a me”.
 
E però, quasi sempre, i grillini prima d’essere grillini erano individui iperattivi nel loro slancio di vita conforme, non si perdevano mai una tappa dell’italiana medietà, e la loro era una vita tutto sommato serena. Già allora incrollabili nelle loro convinzioni e creduloneria, non li abbatteva nessuno, e in fondo stavano meglio di noi*.
 
Come ha ricordato Fulvio Abbate, l’odio verso gli “intellettuali” è stato sempre tipico della piccola borghesia fascista mondiale, e per questo non mi stancherò mai di ripetere ai compagni che si può essere popolari senza scimmiottare il linguaggio dei bimbominkia, senza ritwettare bufale, senza storpiare i nomi, senza sfottere sull’aspetto fisico. E non lo dico da una prospettiva moderata, progressista, di ipocrita cortesia borghese, ma strategica: c’è chi sa fare il grillino meglio di noi*, e al momento del bisogno – o della serietà – il fascismo in seno al popolo (perché c’è anche quello, c’è sempre stato) sa come accoltellarti alle spalle: rifiutando il dialogo, invocando il linciaggio, tappandosi le orecchie, e rifugiandosi nell’animalità da sopravvivenza.
 
E dunque rivalutiamo il secchione che era in noi. Andiamo fieri del fatto che qualcuno ci ha fatto studiare. Rivendichiamo il lusso della complessità.
 
* I pessimisti della ragione e gli ottimisti della volontà.
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Piccola riflessione su referendum fallito

Diciamoci la verità: dovendo scegliere un’autentica e urgente battaglia popolare, ‘sto referendum delle trivelle non era proprio la scelta più indicata. Complesso come si presentava, e con un Fronte dell’Apatia sempre più in crescita non solo in Italia ma tutta Europa, sono andato a votare armato del solo (e solito) ottimismo della volontà, sapendo che a urne chiuse mi sarei ritrovato ancora una volta sul fronte degli sconfitti. Ma attenzione. Continue reading
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Bisogna comprendere il genio di Trump (anche da sinistra)

“Se Trump non avesse ereditato 200 milioni di dollari, sapete dove starebbe in questo momento?”, ha chiesto rivolto alle telecamere Marco Rubio, giovedì scorso, durante l’ultimo dibattito televisivo tra repubblicani. A vendere orologi a Manhattan, ecco dove starebbe. La battuta era buona e forte, e per un attimo Rubio ha pensato di averla azzeccata davvero; la voce per un attimo gli ha tremato. Il colpo l’aveva assestato al termine di una sequela ubriacante: ha accusato Trump di avere diverse bancarotte sul curriculum, processi gravi ancora in corso, di aver assunto lavoratori a nero; di essere, fondamentalmente, un contaballe e un parvenu.

Ma l’imprenditore dalla capigliatura impossibile, appoggiato allo scranno di fianco al suo, non si è innervosito né scomposto e, con l’aria di chi dice “Andiamo, ragazzo, tutto qui?”, si è scrollato il proiettile di dosso. Ha gonfiato la pappagorgia, irrorato il faccione paonazzo e ha proseguito lo show. Il suo. Il pubblico ha riso come di dovere, ed è finita lì.  Continue reading

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Se Napoli diventasse la prima metropoli ad appoggiare il BDS?

Il sindaco di Napoli ha conferito la cittadinanza onoraria ad Apo Ocalan, e la cosa mi rallegra.
Mi rattrista, invece, pensare a quanto tempo è passato, da quel lontano gennaio del 1999, senza che l’Unione Europea abbia fatto niente per la questione curda. Il Pd di D’Alema che s’interrogava sul leader del PKK, in un a UE totalmente succube di Clinton (che ne avrebbe imposto l’estradizione) sembra pura fantascienza, paragonato ai cinici funzionari dell’expottimismo di oggi. E dire che ne avevamo do motivi per criticare D’Alema.
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