Un caffé post-elettorale con Bifo

Ciao Franco, come ti senti?

Mi sento come mi sentivo prima: intellettualmente disperato. Tu sei a Napoli? Ho una gran voglia di fare una piccola vacanza lì, appena la primavera lo permetterà.

E questa disperazione cosa comporta?

Significa che, a prescindere dalla mia personale allegria, dovuta alle sostanze allucinogene che assumo e all’amicizia di molte persone, riconosco che siamo di fronte a un processo di guerra civile globale, che cancella l’umanesimo moderno e il piacere di immaginare il futuro.

Si poteva evitare questo finale triste e tragico?

Avrebbe potuto essere evitato se nei decenni Sessanta e Settanta avessimo saputo elaborare e imporre una svolta post-lavorista e post-nazionale che era matura nelle coscienze ma non era matura nei rapporti di forza. Dunque portiamo una colpa culturale, e questo mi rattrista. Oggi, quarant’anni dopo, la coscienza collettiva nel pianeta è cambiata totalmente e credo irreversibilmente, ed è cambiata in modo catastrofico: depressione, ignoranza, ossessione identitaria sono la sola forma in cui il cervello collettivo è in grado di esprimersi dal momento che l’intelligenza è catturata dalla macchina globale, e di conseguenza il cervello vivo è catturato dalla demenza.

Le elezioni ci hanno insegnato qualcosa?

Il 4 marzo è stata la conferma di una tendenza che da tempo mi pare inarrestabile: il trentennio della riforma liberista e della sua predazione si conclude con lo sgretolamento della democrazia: che si è rivelata inutile a contenere la dittatura finanziaria, quindi non va rimpianta. E in ogni caso non potrà essere restaurata in futuro.

Addirittura. Sei convinto che indietro non si torni?

Chi pensa che dopo Trump si tornerà alla civiltà non ha capito cosa sia il trumpismo: non è una svolta reversibile per decisione politica, ma una mutazione genetica del cervello collettivo. Questa mutazione si manifesta attraverso forme identitarie fondate  su un discrimine che ha carattere globale: il discrimine tra la razza bianca e il resto del mondo. Il suprematismo, il supremachismo degli impotenti è la sua forma generale. Oggi siamo al punto di arrivo della storia secolare del colonialismo; la grande migrazione è una sorta di contraccolpo, di rovesciamento della penta-secolare invasione bianca.

C’era modo di resistere a questo fenomeno?

L’umanità poteva sopravvivere soltanto elaborando forme di apertura internazionalista. La cultura della diaspora ebraica, nel suo incontro con il marxismo, aveva reso possibile e pensabile un processo di assorbimento della grande migrazione, ma questo presupponeva la distanza da ogni identitarismo nazionale e un progetto di redistribuzione della ricchezza – il comunismo marxista. Ma entrambe queste forme culturali sono state distrutte negli ultimi decenni: la cultura ebraica è stata distrutta dal nazionalismo sionista, il progetto di redistribuzione è stato sconfitto dalla riforma neoliberale.

Siamo all’eterno ritorno dell’uguale.

Il nazional-socialismo che avevamo considerato sconfitto dopo la seconda guerra mondiale, si rivela oggi la forma generale del capitalismo, nella sua fase cadaverica. Il capitalismo non ha più la vitalità che gli permetteva di innovare e di espandere, e si presenta come distruzione finanziaria delle energie e delle risorse. Il nazional-socialismo  aggressivo è oggi la sola forma di auto-identificazione della razza bianca, cui si contrappone l’identificazione fascista e terrorista dei popoli soggetti al colonialismo.

Torniamo in Italia. Non è un mistero che tu ti sia schierato apertamente per il partito neonato di Potere al popolo. Come giudichi la loro campagna? Si poteva fare meglio?

Come sai, ho votato Potere al popolo pensando che si trattasse di una presa di posizione puramente estetica. Sapevo che le elezioni avrebbero sancito la predominanza del razzismo nella psicosfera italiana, e sapevo che la democrazia rappresentativa non possiede la forza né gli strumenti per smontare la macchina finanziaria. Perciò non mi dispiaceva affatto votare per una lista che non aveva molte probabilità di raggiungere il quorum. La loro campagna mi è parsa di ottima qualità proprio perché non prometteva alcun realismo di governo. Era piuttosto una zattera, sulla quale potevano prendere posto coloro che intendevano restare umani nel mare della disumanità prevalente. Non ho alcuna voglia di ragionare politicamente sul futuro: lo considero inutile e pericoloso. L’unica entità soggettiva cui riconosco utilità e dignità è la Chiesa di Papa Francesco, di cui penso che Pap sia un distaccamento ironico-elettorale.

In una spiritosa intervista per Vanity Fair qualche settimana fa, Toni Negri aveva ribadito, più scherzosamente del solito, la convinzione che l’Italia debba farsi governare da Bruxelles e che il pericolo peggiore sia lo sgretolamento definitivo dell’Unione europea.

Naturalmente condivido il suo europeismo, ma non la convinzione che tutto debba essergli sacrificato. Già nel 2005, quando francesi e olandesi andarono a votare pro o contro la costituzione europea a forte impronta liberista, Negri disse: votiamo a favore di una costituzione liberista pur di evitare il ritorno verso il nazionalismo. Aveva ragione in linea di principio ma aveva torto in linea di fatto, perché i lavoratori europei hanno scelto di tornare verso il nazionalismo e il razzismo per odio contro l’europa liberista.

L’economista Michele Boldrin invece mi ha detto che secondo lui gli italiani hanno un sogno fisso: tornare agli anni Settanta. E che per accontentarli bisogna lasciarli votare per questo neofascismo populista.

Mi pare evidente che Boldrin non ha capito niente. Certo, gli anni Settanta furono un decennio di civiltà sociale infinitamente superiore al presente, ma purtroppo non mi pare che chi vota per Salvini o per Di Maio voglia ritornare agli anni Settanta, se non altro per due ragioni decisive. In primo luogo negli anni Settanta non esisteva, o piuttosto non vedevamo, la prospettiva di una grande migrazione come rovesciamento dell’invasione colonialista. Si considerava il razzismo una forma di barbarie definitivamente e per sempre tramontata. In secondo luogo, esisteva una solidarietà tra lavoratori che oggi è strutturalmente cancellata.

Cosa succederà adesso in Italia?

Non lo so, non so quali soluzioni di governo riusciranno a strologare, in ogni caso è inevitabile una svolta anti-europeista. Perciò la domanda da farsi non è cosa faranno la Lega, i cinque stelle e il Partito democratico, ma cosa farà la Germania. Proviamo a immaginare il riprodursi della soluzione greca per l’Italia, la troika, il memorandum e tutto il resto. Da qualche anno mi perseguita l’idea che la conclusione dell’avventura iniziata con Maastricht e continuata con l’imposizione neo-liberale dell’euro come leva di un attacco contro il salario, si concluderà con la guerra civile continentale. Una guerra civile frammentaria e caotica, i cui fronti si moltiplicano secondo un modello jugoslavo. I segni di questa tendenza si moltiplicano.

Il Movimento cinque stelle sembra davvero una macchina inarrestabile, perfetta, capace di accogliere tutto e il suo contrario, nonostante l’evidenza del malgoverno su base locale e le proprie contraddizioni fortissime. Non sono così sicuro vogliano davvero prenderlo, questo potere, o che realizzano il populismo nelle forme in cui hanno promesso. Però io un po’ di paura ce l’ho.

Ma no, niente deve farci paura. Siamo entrati nell’impero del caos, e non c’è una via di uscita. Né d’altra parte ha senso opporsi al caos, combatterlo. Il caos si alimenta della guerra, ogni tentativo di sottometterlo lo ingigantisce. Dobbiamo imparare che il caos è una condizione dolorosa, ma è anche un amico. Dobbiamo essere amici del caos e al tempo stesso dobbiamo creare isole di armonia, e proteggerle.

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