L’Habeas corpus e il tempo delle donne

Ringrazio Eschaton per aver dato dignità d’analisi a quello che era forse uno sfogo troppo superficiale e risentito. Con chi ce l’avevo? Principalmente, con i comunisti, i demagoghi sovranisti e i liberali che hanno preso l’appello di Deneuve & co. come un “liberi tutti” per poter meglio menare il politically correct opprimente; o meglio, per un “dagli al femminismo neoliberista che ci renderà tutti asessuati schiavi del capitale”.
 
Tant’è, che subito dopo si sono viste le immancabili articolesse di destra e sinistra contro “le app per il consenso prima del sesso” (una mossa di pierraggio delle più rozze, per chi avesse la briga di consultare qualche avvocato americano o italiano) o gli innumerevoli articoli sparati contro la censura di questo o quel quadro nel museo (censura invocata quasi sempre da poche dozzine di persone, ma tanto basta a scatenare la stessa schizofrenia socialmediale di cui si accusano le xenofemministe yankee).
Insomma: sentivo puzza di bruciato. E da lì mi sono mosso, concentrandomi sul classismo e la superficialità delle firmatarie di quell’appello, che come scrive il New Yorker “confondono” e “caricaturizzano” le tematiche emerse dal (pur elitario) movimento #MeToo, riducendole ad un episodio di Black Mirror su scala mondiale; ad una castrazione degli uomini e ad un odio generalizzato per il sesso che, chi conosce un minimo le radical americane, accoglierebbe con una grassa risata.
 
Parlare della sterilizzazione delle battute da ufficio? Affrontare gli eccessi del trigger warning accademico e della damnatio memoriae imposta sugli artisti beccati col pisello da fuori? Si può: anzi, si deve. Ma, mi dispiace Carlo Formenti, citare la solita Nancy Fraser, in questo contesto, per darla in pasto ai complottisti del populismo italico, che già trovano in una casa editrice prestigiosa come Einaudi la legittimazione dei deliri fusariani, non si può: anzi, non si deve.
 
Soprattutto, c’è un altro aspetto ancora, nel dibattito sulle molestie, che mi sembra abbia a che fare sia con la “classe disagiata” eschatoniana, da un lato, sia con le teorie del “realismo capitalista” tanto apprezzate dall’universo che in Italia definirei wuminghiano, euronomade, bifiano, che probabilmente (e comprensibilmente) non vedrà il femminismo di Hollywood con troppo entusiasmo. Questo aspetto ha a che fare con la riconfigurazione del tempo libero contemporaneo in “mancato lavoro” (se non mancato guadagno tout-court): in poche parole, ci sono molte donne che ci stanno dicendo, con tutta la pazienza e il tatto di cui sono dotate, che il tempo che le molestie gli fanno perdere è tutto un lavoro extra per loro. Ci stanno segnalando, forse con molta più concretezza di noi pipparoli da longform, che in una società di iper-lavoro e religione del lavoro, il dover semplicemente dire ‘No’ ad un capo particolarmente insistente non è solo una ritualità anni Cinquanta che il liberismo cattivo ci sta portando via, non è solo parte della gestione delle asperità e delle devianze di una società porosa, ma un vero e proprio straordinario che viene imposto sulla noce del capocollo femminile in una pazzesca varietà di situazioni. Situazioni dalle quali il maschio occidentale, precarizzato o sedentario, è in larghissima parte escluso.
 
In un articolo uscito venerdì sul New York Times, Daphne Merkin suggeriva che il movimento #MeToo consegni le donne ad un “paradigma vittimologico”. Merking accusava coloro che reclamano la libertà dalle molestie sessuali di apparire “fragili come casalinghe vittoriane”. Il che fa un po’ sorridere, considerando ciò che ci racconta la Storia. Le casalinghe vittoriane infatti erano tutto tranne che fragili: gestivano famiglie spaventosamente grandi, mettevano al mondo figli senza anestesia, si prendevano cura di malati e morenti, scrivevano libri, facevano attivismo, molta più politica di oggi, e secondo le statistiche facevano tutto questo nell’epoca del più grande sfruttamento lavorativo imposto dall’Uomo su altri uomini, donne e bambini nella storia del mondo. Il problema delle casalinghe vittoriane non era la loro fragilità; era semmai che gli veniva chiesto di svolgere un carico prodigioso di lavoro che non veniva affatto considerato (e pagato) come lavoro.
 
Tornando ai giorni nostri: quanti comici maschi hanno dovuto sedersi in una stanza e vedere Louis CK masturbarsi? Quante volte il sottoscritto ha dovuto essere importunato da autrici affermate, che con la scusa del consulto professionale mi hanno costretto a tenerle a bada durante un weekend al mare? Certo, uno può parlare delle peculiari umiliazioni e della competizione a cui viene affidato un maschio nel momento dell’adolescenza e anche nell’età adulta, ma questo non vuol dire dover giocare a chi sa resistere meglio ai colpi di fioretto dell’oppressione altrui. Perché le donne dovrebbero accettare di fare questo lavoro extra per ottenere gli stessi risultati dell’uomo? Perché dovrebbero far finta di fregarsene?
 
Il tempo che le donne “perdono” per decidere come tutelarsi prima di un colloquio di lavoro, nel vestirsi prima di un appuntamento o per decidere quale strada percorrere per prendere il metro, può certo essere certo visto come il tempo da dedicare ad ancestrali rituali antropologici, sull’altare della “sacrosanta differenza tra sessi” (come ha fatto notare, sorprendentemente, ancora Formenti. E sì che potrei accettare, filosoficamente, una differenza che “è”: ma perché dovrei accettare, da un uomo di sinistra per giunta, una differenza che “è meglio”?).
 
Può essere che per Merkin – così come per Catherine Deneuve o Guia Soncini – tenere a bada il contatto fisico indesiderato, raddrizzare le conversazioni sessualizzate, o respingere le avances dei colleghi non abbia le parvenze di un lavoro, così come molte donne non sentono come lavoro l’occuparsi del proprio giardino, il cucinare dei biscotti per la festa dei figli o spendere tre ore dal parrucchiere per farsi belle. Grazie a dio, sul grado di godibilità di ogni occupazione umana non c’è consenso unanime. E tuttavia, le femministe contemporanee sembrano affermare che certi sforzi che oggettivamente tolgono tempo ed energia alle donne non sono richiesti agli uomini, e che questo non è giusto.
 
Forse nessun mondo come quello accademico, in questi anni, ha mostrato come il declassamento delle gioie e delle gratificazioni professionali può coesistere con una dottrina quasi vittoriana, che impone al sesso femminile sacrifici e “performance” che nessuno conterà mai come lavoro. Se è vero che il movimento #MeToo, come il metrosessualismo e le Riot girrls produrrà le sue odiose magliette le sue fastidiose eroine, è anche vero che parla di tempo e denaro più di quanto molti operaisti vorrebbero ammettere. E se è vero che la cultura contemporanea del lavoro ci rende servi volontari dei padroni e aguzzini involontari dei nostri simili, dovremmo smetterla di vedere l’insofferenza per il tempo perso femminile come un capriccio inculcato dalla macchina propagandistica liberale. Altrimenti, pensateci, come potremmo arrivare al paradosso di chiedere uno stipendio per il tempo che perdiamo su Facebook, come fanno i Wu Ming?
 

Forse, oltre a rappresentare una faida tra generazioni di donne e attiviste che si stanno menando tra loro, oltre a configurare una sfida tra chi a cuore la compassione le debolezze dell’animo umano e chi il ritorno dei Don Draper del patriarcato, questa rivendicazione di habeas corpus su scala mondiale ha davvero a che fare col tempo delle donne. Per giocare col titolo di un libro molto popolare: “Non è harassment, è sfruttamento”.

 

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s