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Il Canone Di Maio e la Teca Magica

“Molto più di Silvio Berlusconi o di Matteo Renzi, Luigi Di Maio è l’unico personaggio politico di questo scorcio XXI secolo a possedere una biografia davvero inspiegabile. La leggenda dello stalliere di Arcore; le valigie piene di soldi cascate (secondo la narrativa Chiarelettere) dal nulla sul letto dello chansonniere playboy – che da lì avrebbe fondato il suo impero; lo scout di Rignano, passato nel giro di dieci anni dal partecipare a La ruota della Fortuna alla segreteria del partito ex comunista: nulla di tutto ciò ha creato una figura sconcertante, scandalosa e post-umana quanto Luigi Di Maio, passato nel giro di un lustro dall’essere un timido rappresentante di istituto a candidato online del Movimento Cinque Stelle con 189 preferenze, e infine oggi candidato premier.

Nel momento in cui scriviamo manca poco all’incoronazione ufficiale, tramite blog del Capo, ma quel che è certo è che Di Maio sembra un aspirante a dir poco improbabile a una simile eminenza: che cos’è, ci chiediamo, se non una sorta di catatonico ragazzo di Terronia, probabilmente affascinato dalle donne più mature e dalle camicie ben stirate come tanti altri, una sorta di santino fasullo, un narciso dalle sopracciglia rifatte e l’abbronzatura sempre perfetta, un bugiardo, un ignorante, un seduttore di manipolabili, un autoimpostore e anche un po’ ampolloso?

Questo è tuttavia gretto moralismo, fin troppo simile al coro degli eruditi che per vent’anni si scagliarono contro Berlusconi-Falstaff. È vero, a differenza di quest’ultimo, Di Maio non è dotato di grande arguzia (e nemmeno di troppa simpatia). Per la cosmogonia pentastellata, tuttavia, Giggino il Fuoricorso è colui che può portare la Benedizione: gli altri hanno fallito, lui non potrà certo fare peggio. Di Maio ha il carisma e la profondità di un commesso viaggiatore, ma è di per se una nave vichinga che trasporta disagiati e deplorevoli, consapevoli di esserlo.

Ricordo quella meravigliosa scena in cui il nostro serviva pizze ai militanti di base insieme a Di Battista, durante uno dei tanti meeting del Movimento: sorridente eppure algido, foriero di luce ma non certo di calore, a un tempo accomodante e distaccato, come quei vecchi compagni di classe che si sentono sempre investiti del dovere di organizzare le rimpatriate: più per il gusto di esibire la propria efficacia organizzativa, e l’amicizia col pizzaiolo alla moda, che per ascoltare ciò che gli altri hanno da dire.

Il Di Maio che vediamo sul palcoscenico mediatico non ha ideali o desideri nel senso comune del termine; gioca ad averli. La Casaleggio Associati ha risolto genialmente il problema di presentare un cittadino qualunque come possibile capo di governo: mostrandoci un uomo che tratta qualunque cosa faccia come un venditore di aspirapolvere, a prescindere che si tratti di spacciare progetti irrealizzabili o idoli concettuali (l’onestà, la certezza della pena, la sicurezza) oppure di essere un profeta dalla carnagione orientale. Nella vita reale, un rappresentante delle classi popolari avrebbe risposto con una risata alle accuse di essersi conformato alla ritualità cattolica più paesana, di aver ceduto al bacio della teca di San Gennaro; avrebbe reagito con una sfuriata alle accuse di essere un ciuccio in politica estera. Ma per Di Maio non vale nulla di tutto questo, e ne ha ben donde: sul palcoscenico dell’Italia del 2017, questa recitazione inerte simboleggia la creazione di un nuovo canone politico, negazione di qualunque romanticismo e postmodernismo, destinato a durare.”

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