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Dolce, Gabbana e la città che vive di macchietta

Se non altro – pensavo ieri – lo spot di Dolce&Gabbana girato a Napoli da Matteo Garrone ha un merito. Tra quelle signore che ballano in strada, la pasta sventagliata di qui e di là, i costumi, le maschere, l’erotico e l’eccessivo, il messaggio esplicitato è concretamente aziendalista: “Noi siamo qua per vendere, signori, e dovete vendere pure voi; altri mezzi non ne conoscete. Da discutere non c’è nulla e tempo da perdere non ne abbiamo”. Le polemiche che ne sono seguite, e la vera o presunta risposta piccata dello stilista (facciamo finta di crederci), non fanno altro che invogliare a parlare di economia piuttosto che di arte.

Quel messaggio possiamo spernacchiarlo. Possiamo mandarlo a quel paese. Possiamo invocare la ghigliottina – alzo la mano per primo in segno di approvazione, sia chiaro. Non possiamo, però, dire che dietro quel messaggio non ci sia una consapevolezza, un’arroganza bene ancorata nella realtà del nostro modello di sviluppo: nei limiti delle politiche progressiste e pure nel destino delle metropoli in questo primo spicchio di XXI secolo occidentale.

È un modello, quello di cui parlo, che si afferma mentre i sindaci di Londra e di Parigi fanno chiaramente capire che l’unico modo per non collassare è diventare delle Dubai fluviali: militarizzate e vetrinizzate per la classe di viaggiatori ultraricchi sempre crescente (in termini assoluti e relativi) mentre le città mediterranee di medie dimensioni sembrano destinate a spopolarsi e trasformarsi (non subito, non con la medesima intensità) in gallerie concettuali per metà ostelli e per metà spazi di coworking per professionisti del terziario in vacanza. Il contesto di questo modello è quello di dissesti finanziari e buchi nel budget diffusissimi da Detroit a Palermo, in città dove un tempo prosperava una discreta classe media e che ormai vivono con rassegnata consapevolezza il proprio ridimensionamento storico.

Tutto questo rende drammaticamente prevedibile la spaccatura ideologica che si ripresenta ogni volta che spot pubblicitari come quello di D&G fanno irruzione nel nostro dibattito culturale: da un lato, minoranze di volenterosi che credono ancora sostenibile un modello di istruzione umanista illimitata per tutti, quella del “seguite le vostre passioni” (che tanto per tenere bassa l’inflazione ci pensano i cinesi, e se i ricercatori non diventano borghesi come mamma e papà è colpa di Briatore che non paga le tasse, non della caduta tendenziale del saggio di profitto in Occidente).

Dall’altro, una borghesia declassata e un proletariato marginale entrambi rassegnati al dogma del decoro e dell’ordine, del progresso positivista e del turismo spicciolo, che vede i propri stereotipi come l’unica risorsa rimasta. Si può discutere sull’opportunità di invocare la ghigliottina per certi stilisti (io voterei pro) e per bandire certi registi dal nugolo dei “grandissimi” (ma certi autori servono a rassicurare anche quando fanno finta di turbare, e quindi ce li teniamo stretti) eppure queste contraddizioni restano, e non affrontarle equivale, a livello estetico e concettuale, a uno spot macchiettistico.

Per ironia della sorte, molti dei militanti di sinistra indignati per lo spot D&G (o per la sfilata dell’anno scorso, con lo zapatista De Magistris appena riconfermato a Palazzo San Giacomo) si ritroveranno ad essere i più immediati fruitori di questo binomio – sicuritarismo e stereotipo – con il quale si tenta di rinnovare l’economia: grazie alla progressiva pur se non definitiva gentrificazione del centro faranno spola tra i loro take away vegani aperti con i soldi dei nonni fascisti, e le seconde case dei loro genitori fittate – come moderni rentier – ai visitatori ammaliati da Eat, Pray, Love.

Ovviamente, nei loro sonni inquieti, sia i velleitari che i rassegnati volteggiano su famiglie nucleari ancorate su un benessere onesto e costante, sull’orizzonte di uno status sociale definibile con orgoglio, di un’identità lavorativa che non li fa vergognare quando ne parlano in pubblico; su strade che finalmente la domenica si svuotano dai giocolieri francesi e dalle comitive di Erasmus ubriaconi, ritornando nelle luci flebili ma speranzose dell’adolescenza, quando la crisi era già crisi ma ancora, confidando nell’errore di calcolo e nell’alternanza delle stagioni, non le davamo troppo peso.

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