Cartographies, Interviews

Strategie per il post-voto: intervista ad Alex Foti

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Conosco Alex da oltre dieci anni ormai, a partire dal suo Anarchy in the EU che fu una mappa elettrizzante e utilissima dell’antagonismo europeo, e poi per il suo lavoro frenetico di editore – legato a doppio filo con il mondo del dissenso che ha vissuto da dentro e studiato – e organizzatore di quell’EuroMayDay che nei primi anni Zero portava decine di migliaia di precari in piazza. Alex è passato poi per Il Saggiatore, ha scritto un libro su cosa voglia dire essere di sinistra oggi, e infine si è battuto molto per il Sì al referendum. Perdendo, ovviamente.

Kaos Report: Per prima cosa – e perdonami la banalità – vorrei iniziare col chiederti come mapperesti l’Italia tracciata dal voto referendario?
Alex Foti: Giovani, disoccupati, meridionali hanno votato No. Milano ha votato Sì, nel segno di un pragmatico progressivismo. Così come ha fatto vincere Sala contro il ritorno di Berlusconi dopo Pisapia. Emilia-Romagna e Toscana, Firenze e Bologna lo stesso. Altrove è no (solo 12 province hanno votato sì). Fra gli under 35, quattro su cinque han detto no alla riforma di Renzi. Un dato impressionante che si spiega col fatto che la disoccupazione giovanile resta al 40% e che la Buona Scuola ha fatto flop. Resta comunque il paradosso degli under 25 che hanno votato per tenere in vita una camera per cui non possono votare;) Il segnale è no alle banche e ai governi non eletti. Comunque, rispetto l’intelligenza del precariato italiano e mi adeguo alla situazione. Penso che i cinque stelle vinceranno le prossime elezioni e saremo tutti lì a chiedergli il reddito di cittadinanza incondizionato.

La prospettiva non sembra entusiasmarti.
Oltre a una malcelata xenofobia, quello che mi distanzia dal movimento grillino è il suo anti-europeismo. La Mayday è stata portatrice di un europeismo radicale che abbiamo visto poi in azione nel movimento Blockupy e contro il TTIP/CETA, a Nuit Debout, Notre Dame des Landes e nelle lotte no border di questi anni, e che vedo come unico antidoto al nazi-populismo di Trump, Putin, Erdogan e comunque al rinchiudersi all’interno degli stati-nazione che non fa presagire nulla di buono per la democrazia, l’ecologia, l’uguaglianza.

Tu hai usato i social media per fare, nel tuo piccolo, campagna per il sì, insieme ad altri tuoi amici come Federico Campagna, Emanuele Campiglio, scrittori che provengono dall’area culturale milanese vicina alla Agenzia X e all’anarchismo dell’ex Stecca degli artigiani. Ecco, cosa lega l’Alex dell’EuroMayDay con quello che ha fatto campagna per il Sì?
Beh, io non appartengo a nessun “mainstream”, e comunque il mainstream in Italia, se così lo vogliamo chiamare, era tutto schierato per il No. Non lavoro più al Saggiatore da due anni. Resto un precario di cinquant’anni anni e penso con la mia testa. Nel merito, mi sembrava giusto ridurre il potere del Senato (organo dell’oligarchia dai tempi dei Gracchi) e introdurre il doppio turno. Politicamente, in una situazione di crisi cronica europea in Italia bisognava scegliere fra Renzi e Grillo. Il voto ha scelto 5 Stelle. il precariato italiano ha votato per il No. Renzi era l’alfiere del capitalismo informazionale contro quello delle grande famiglie fondato sulla rendita. Non ha fatto abbastanza per ridurre la disoccupazione in particolare quella giovanile e così ha perso. Alla fine ha dovuto far presa sui pensionati per cercare di non perdere. Non ha funzionato.

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In molti a sinistra hanno attaccato Pisapia per la sua proposta di federare la “sinistra del No”.
Avesse vinto il Sì sarebbe stata la cosa più logica. Oggi è in un’ottica difensiva contro destra e Movimento 5 Stelle, ma resta l’unico progetto razionale perché qualcosa di progressista vinca le elezioni e abbia le leve dell’amministrazione statale. Ovviamente la fattibilità della proposta dipende anche dal fatto se la nuova legge elettorale avrà il premio di coalizione. Comunque quando ci saranno le elezioni sarà obbligatorio riparlarne, a meno che non prenda corpo anche in Italia un movimento populista di sinistra sul modello spagnolo.

Ma tu un’idea di federazione della sinistra ce l’hai, e se sì che aspetto ha?
La sinistra in Italia e nel mondo intesa come movimento operaio e bandiera rossa è finita. Certo resterà un 5% che vota per Sel o chi per lei, ma è un residuo della generazione sessantottarda e settantasettina. La sinistra non si è rinnovata dopo la fine del comunismo, non ha saputo trovare soluzioni alla Grande Recessione e secondo me non sopravvivrà alla fine del neoliberismo con Brexit e Trump. Neanche Sanders o (peggio) Corbyn mi sembrano modelli per una sinistra futuribile. Al contrario, mi sembra significativo che Podemos in Spagna unendosi con Izquierda Unida abbia perso consensi e snaturato la propria proposta genuinamente populista ed egualitaria. Sono quindi per la linea Errejon, per un populismo di sinistra à la Laclau-Mouffe che punti a esercitare contro-egemonia liberandosi di tutti i fardelli ideologici del socialismo e del comunismo novecenteschi che pesano come un macigno sul cervello dei vivi, per parafrasare Marx. La mia formula ideologica resta sempre quella: femminismo, ecologismo, libertarismo.

Bisogna partire dai movimenti e le città in un’ottica di aggregazione social-populista e proiezione del potere a livello europeo contro il nazi-populismo dilagante. Il mio sogno è una repubblica comune europea da Berlino a Barcellona costruita sulle rovine dell’eurozona. Nell’Europa del XXI secolo esercitare potere costituente oltre l’eurocrazia pro-austerity contro il nazionalismo identitario assolve la missione di quello che tradizionalmente abbiamo chiamato sinistra.

E che succede a Little Italy?
Tornando all’Italia, credo che il M5S dovrà andare al governo e deludere prima che in Italia si possa imporre un’alternativa populista di sinistra. Certo c’è sempre il rischio che esaurita la spinta del populismo di centro – il M5S è un mix originale di poujadismo piccolo-borghese, ambientalismo agrituristico e cospirazionismo informazionale – vinca la destra fascio-leghista, anche se siamo messi meglio di Francia e Olanda in questo senso.

Come è evoluta Milano in questi anni, rispetto a città come Roma o Napoli, dove pure, in modo diverso, il cosiddetto populismo è andato al potere?
Guarda, io non sono dogmatico, mi piace l’esperienza Appendino. Lei è brava e ha un movimento dietro, che vedo simile a quello di Ada Colau a Barcellona. Milano è la città dove il renzismo ha in qualche modo pagato agli occhi della maggioranza delle persone. Per il successo di Expo, per il rinnovamento urbano della città, per un ritrovato clima d’ottimismo nell’economia cittadina, senza che questo si sia tradotto in un miglioramento delle condizioni di vita, soprattutto nelle periferie. Milano come l’Europa è diventata più disuguale in questi anni. Rimane comunque una città relativamente accogliente per rifugiati e migranti e il razzismo non attecchisce come altrove in Italia. L’esperienza Pisapia, malgrado il modo indecoroso in cui si è chiusa, ha reso la città più aperta e tollerante, anche se le periferie vanno a destra.

A Roma il Pd ha fallito su tutta la linea e la sinistra è stata affondata, ma la Raggi sta facendo pena e lo dicono anche i grillini. Di Napoli raccontami tu: De Magistris è un modello esportabile?

Personalmente penso di sì, nel senso che lo “zapatismo in salsa partenopea” mi sembra un fenomeno molto più radicato nell’insopportabilità degli altri modelli e nella retorica pseudo-sovranista che su reali modelli di solidarietà e partecipazione. Ma forse sarebbe meglio parlarne altrove. Per concludere, la questione che ti pongo potrà sembrarti da purista, ma lasciamela porre: come si concilia la tua visione, tutto sommato ottimistica, di una sinistra che metta da parte nostalgie e ideologie vecchiarde per federarsi e l’area culturale che io chiamo dell’expottimismo: la camicia bianca coi jeans di stampo renziano-blairiano, la fiducia nel neoliberismo, l’odio per l’antagonismo classico “straccione”, eccetera? Sto semplificando, ovviamente. Ma senti delle connessioni con questo mondo? È davvero possibile trovare una sintesi?

Ma il punto è che, sinceramente, la fiducia nel neoliberismo di Renzi e l’odio irrefrenabile per gli antagonisti non li ho visti. Ad esempio, dopo i riot della Mayday 2015 i toni di aspra condanna sono venuti da Pisapia, non da Renzi che ha cercato di glissare. OK, Confindustria era dalla parte del Sì, ma i liberisti hanno visto in Renzi il rischio di un ritorno a una politica industriale, anatema per chi crede nel libero mercato e non vuole uno Stato schumpeteriano. Renzi peraltro è un cattolico di sinistra, area la quale non ha mai nutrito eccessiva fiducia nel mercato. Guardando all’élite liberale, Monti ha detto di votare No e il Corsera non ha certo fatto campagna per il Sì.

Inutile negare: chi canta vittoria oggi ha tirato la volata ai cinquestelle. Ricordiamoci che a Weimar liberali zentrum e Spd sembravano il peggio possibile. Non rifacciamo gli errori del Kpd e della dottrina del “social fascismo”.

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