America

Il ritorno degli hillariti

È passato un mese dallo shock dell’8 novembre ed è giunto il momento di fare il punto sullo stato degli hillariti. In questi giorni zitti stanno cacciando la testa fuori dal sacco: “Avete visto? Dicevate Trump-o-Clinton-la-stessa-cosa, ora tenetevi il presidente di Goldman Sachs, gné gné, eccetera eccetera”.
In realtà, nessuna persona sana di mente, nessun argomento sensato diceva questo. Neppure io. Ma è chiaro che il fanatismo cerca sempre nelle carenze degli altri e nei fattori esterni le ragioni dei propri fallimenti. La paranoia anti-russa di questi giorni, unita al ripetere ossessivo dei voti popolari presi in più da Clinton rispetto a Trump (oltre due milioni e mezzo) sono sintomi evidenti di uno stress post-traumatica.

Per ora, quello che ci dice la cronaca è che non c’è nessuna prova definitiva di un’alleanza servizi segreti russi-Wikileaks per far perdere Clinton. E ancora più debole è la teoria che quest’alleanza sarebbe stata decisiva per la vittoria di Trump.
Al contrario – i sondaggisti del Team Clinton lo capirono subito – il momento in cui le cose iniziarono ad andar male per Hillary è stato quello in cui lei chiamò gli elettori di Trump “un mucchio di sciagurati”. E ancor di più quando si impennarono i premi assicurativi dell’Affordable Care Act – altrimenti detta Obamacare – una bolletta salata che gli elettori si legarono al dito. Non c’entrano l’Fbi né Assange né gli hacker, dunque. Agli americani non piace essere guardati dall’alto in basso – un tratto antropologico aizzato più volta proprio da Clinton e dal suo patriottismo esasperato – e quattro anni prima Mitt Romney era stato liquidato per lo stesso passo falso.
Vedere Clinton intascare 225.000 dollari per un’ora di amabile chiacchiericcio con i vertici di Goldman Sachs – nelle stesse ore in cui il colosso finanziario stava licenziando 1.700 dipendenti – con gli stessi dirigenti responsabili del dissesto economico più fragoroso degli ultimi 80 anni, firmatari di centinaia di migliaia di ingiunzioni di sfratto tra il 2008 e il 2009 – una candidata da 20 anni parte dello stesso sistema di potere che ha condotto a due guerre andate in malora – è stato vedere tutto questo, non il fantomatico hackeraggio russo, che ha spinto moltissimi elettori democratici a starsene a casa; nonostante vivessero in collegi elettorali decisivi (ma negli stessi Stati maggiormente colpiti dalla crisi); nonostante Trump non promettesse nulla di buono o di plausibile.
Lui li fregherà ugualmente, e governerà con gli stessi dirigenti che hanno reso tossico il nome di Clinton. Ma le parole d’ordine con cui lui ha vinto sono state, piaccia o no, sovranismo, ritorno del lavoratore bianco al centro della scena e protezionismo (mentre il primo istinto di Clinton era quello di portare avanti il misterioso TPP). Trump è abilissimo a capovolgere la realtà, gonfiando atti e fatti come parte di una corrente che va oltre la post-verità e si situa nella post-iperrealtà: torturerà il liberismo morente con adrenaliniche scariche di cafoneria e brutalità, e noi ci beccheremo solo sputi e schizzi di sangue. Ma le radici che l’hanno generato lo porteranno in un futuro dove non c’è spazio per progressisti così stolti e accecati dall’infantilismo.
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