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L’ossessione per i fatti ci ha fregato

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Ho pensato di tradurre questo intervento, a mio avviso straordinario, di Nathan Jurgenson (sociologo, scrittore e studioso di social media) elaborato all’indomani della vittoria di Donald Trump alle ultime Presidenziali. Una campana che dovrebbe suonare per molti, anche per me.

Sarà stato tra le sei e le nove ieri sera, mentre aspettavo primi risultati elettorali, e sulla CNN c’era Wolf Blitzer che si sbalordiva di continuo, ad ogni nuovo conteggio di voti in Florida; esclamava: “Trump è in testa!”, “ora davanti c’è Hillary”, quando in realtà i numeri erano solo arbitrari, cambiando a seconda del collegio che veniva riportato. Quello che stava facendo la CNN era creare una maratona basata sul niente, che andava prima avanti e poi indietro, incorniciata da scritte in sovrimpressione che dicevano ATTENZIONE, con una musica di sottofondo ad alta tensione. Questo capitava in un importante canale televisivo in una giornata di grandi ascolti, e la reazione più comune sarà stata: “vabbe’, che stupidaggine: lo fanno ogni anno”.

In quello stesso momento, sul sito di data journalism Fivethirtyeight i primi risultati e gli exit poll venivano raccontati con frasi come “notizie eccellenti per Clinton”, “brutto segno per Trump”, “lunga notte per Trump”, e così via. All’inizio delle primarie, il sito aveva dato a Trump appena il 2% (due percento) di possibilità di diventare il candidato dei repubblicani, e tuttavia ha continuato ad essere il punto di riferimento durante la campagna generale, fornendo informazioni dettagliate fino ai decimali su di un inesistente vantaggio di Hillary. Questo trend è continuato anche dopo che sono arrivati i primi risultati, ieri notte, e qualche ora dopo è stato il momento di accettare con orrore la vittoria di Trump. E molte persone sono rimaste sorprese, per usare un eufemismo.

quotesSono tutti coinvolti nel successo della disinformazione

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Che delle persone come me (bianche, della costa, liberali) fossero sorprese di ciò che è successo ieri notte dovrebbe essere letto come una sconfessione dei media che siamo abituati a consumare. Siamo bravi a mettere sotto accusa i siti di destra quando fanno da tramite per informazioni non corrette, ma ciò che appare chiaro oggi è che il giornalismo politico, gli opinionisti, quelli che vi danno la loro versione sui fatti, e ovviamente le informazioni stesse fino al gradino più basso della scala, sono tutti coinvolti nel successo della disinformazione. C’è gente che ha trascorso mesi a cliccare su Fivethirtyeight, ad ascoltare i podcast, pensando che così si diventasse informati. Super-informati. È stato uno spreco di tempo enorme, e controproducente. Una cosa che dobbiamo capire è che se anche Clinton avesse vinto, non sarebbe la sola destra ad avere il monopolio sulla narrativa politica presentata come fatti.

E mi sembra anche che l’orrore che adesso molti cercano di esprimere abbia a che fare, in parte, con lo shock di essersi sbagliati così terribilmente. È il terrore di dover accettare la nozione che la tua dieta mediatica è profondamente fallace. È l’idea che la disinformazione non è solo un problema delle pagine di meme destrorsi, ma anche un nostro problema.

A destra hanno quello che Stephen Colbert ha chiamato “vericità” (truthiness), che potremmo definire come l’ignoranza dei fatti in nome di una più grande verità. I fatti riguardanti il luogo di nascita di Obama contavano assai meno della propria razzista “verità” circa la superiorità dei bianchi. Forse dovremmo iniziare ad articolare una “vericità” di sinistra: chiamiamola “fatticità” (factiness). “Fatticità” è il gusto di sentire e assaporare l’estetica dei “fatti”, spesso al prezzo di ignorare la verità. Si va dagli sciocchi, auto-aiutanti TED talk alla neuroscienza fatta male della radio pubblica americana, fino al confondente scientismo di siti di statistiche alla Fivethirtyeight, che usiamo come coperta per avvolgerci: “fatticità” è l’essere ossessionati dai fatti, il rivestirsi di fatti dopo che si sono ignorate le verità più grandi.

quotesPer tutta la durata della campagna elettorale, quelli che vengono chiamati “media mainstream” hanno tentato disperatamente di farci credere che tutto ciò che si trovava al di fuori di Trumpland fosse politica reale

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La “fatticità” si appella alle idee di chi è obiettivo, razionale, empirico, e di chi è interessato ad un apprendimento disinteressato della realtà. Quando il filosofo Jean Baudrillard parlava di “simulazioni”, non faceva tanto riferimento a posti come Disneyland quanto al modo in cui Disneyland oscuri il fatto che ogni altra cosa è una simulazione. E, per tutta la durata della campagna elettorale, quelli che vengono chiamati “media mainstream” hanno tentato disperatamente di farci credere che tutto ciò che si trovava al di fuori di Trumpland fosse politica reale.

Un esempio ci arriva dall’inizio della campagna per le primarie di Trump, quando i media hanno tentato di usare la spacconeria di Trump come un modo per convincerci che il resto di noi possedesse la “verità”, che le altre campagne e il modo in cui venivano coperte fossero in qualche modo in buona fede. Uno dei modi con cui lo hanno fatto è stato chiamare Trump un “troll”. Trump non è stato mai un troll; ha giocato seguendo le stupide regole di un grosso reality show. Splendidamente. Se siamo stati trollati, è stato da quelli che ci hanno venduto la fiction di queste elezioni come qualcosa di genuino.

quotesNessun cittadino adulto ha appreso qualcosa di nuovo su Trump grazie a quella registrazione.

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Più recentemente, ricorderete la registrazione in cui si sentiva Trump che si vantava di come molestasse varie donne. Questo era un perfetto marchio di fabbrica di Trump, ma qualche repubblicano opportunista ha fatto finta di essere scioccato dai suoi commenti, così da avere una scusa per saltare giù dalla nave e abbandonare una campagna chiaramente in difficoltà. Nessun cittadino adulto ha appreso qualcosa di nuovo su Trump grazie a quella registrazione. Nel frattempo però, il direttore di BuzzFeed parlava di trionfo per il giornalismo: “Ve l’avevamo detto: il giornalismo mainstream, spiegato bene”.

L’idea che il giornalismo mainstream avesse scoperto dei fatti, convinto le persone a cambiare idea e smontato un bugiardo era incredibilmente stupida; ha legittimato invece il disonesto opportunismo repubblicano, e tentato di far passare la storia che solo al di fuori di Trumpland e dell’alt-right ci fosse la verità. Dall’inizio alla fine, Trump è stato usato dal giornalismo politico come una scusa per vendere della narrativa come fatti. E, alla fine, i repubblicani hanno fatto pace con Trump, nonostante il cosiddetto giornalismo “spiegato bene”; un giornalismo che si fa chiamare “mainstream”, anche quando la maggior parte del Paese lo trova irrilevante.

Potrei fare tanti altri esempi, ma si sta facendo tardi, e una lezione generale dalle elezioni del 2016 mi sembra chiara: i media con cui siamo più familiari – da quelli che producono informazioni a quelli che le riordinano con redattori e algoritmi – non sono all’altezza del compito di informarci e di descriverci la realtà. Non succederà mai, ma quelli che non capito niente di Trump dall’inizio delle primarie all’Election Day non dovrebbero avere più il compito di informarci. E se eravate sorpresi anche voi ieri notte, forse dovreste riconsiderare il modo in cui raccogliere le vostre informazioni.

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