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Martellare l’entusiasmo aziendalista: bilancio di una campagna

Alright, ci siamo. Ancora poche ore, e le elezioni più orripilanti della storia americana recente saranno archiviate. Orripilanti, ma anche sincere, nel senso di un’autopsia della nazione; esplicative come non mai di certi tic culturali, di certe dinamiche sociali; forse anche le più appassionanti, vi dico la verità – sicuramente più di quelle del 2012, che pure seguii da vicino.

Dato che per otto, nove mesi non mi sono occupato praticamente d’altro, sul blog e a Radio Blackout (a proposito, appuntamento domani alle 9.00), qualche pensiero prima di congedare ‘sta pagina di Storia. Cosa farei se fossi americano? Non lo so.

Forse considererei la grama astensione – New York è uno degli Stati meno in bilico, e mi sentirei meno in colpa; forse sceglierei i Green; o forse sarei persuaso dai miei amici, musulmani e messicani del Bronx, e dalla prospettiva che si sveglino ancora di più terrorizzati, domani mattina. Non sono un feticista della purezza e della coerenza. E non sopporterei l’idea di vedere degli amici terrorizzati.

Ma so cosa andava fatto in questi mesi. Sarà stato pure banale ribadirlo ma lei, Hillary Clinton, è davvero una leale, efficiente e inquietante funzionaria del capitale imperiale, come direbbero gli spartachisti – in realtà neppure così efficiente, se guardiamo alla gestione della crisi in Libia, dello scandalo email e delle primarie; meno colta e profonda di Barack Obama, meno geniale di suo marito. Ah, che il campo avverso fosse sconcertante non solo già si sapeva, ma era stato il mondo che Clinton rappresenta a sostenere Donald Trump finché gli è convenuto, tentando poi di disfarsene nel momento in cui si stava tramutando in un imbarazzante Frankenstein – un’esperimento andato storto.

L’argomento, tirato in ballo da molti “direttorissimi” di giornale, che dall’altro lato, in America e in Europa c’è un universo reazionario in effervescenza, fatto di superstizioni, ignoranza e chiusura ha una sua tragica verità. Ma la verità è pure che alle radici del malcontento ci sono i disastro della Terza Via e del centrismo clintoniano; che

quotesil populismo becero è stato storicamente combattuto da movimenti di sinistra che la Terza Via in Europa e in America ha fatto di tutto per emarginare e incarcerare e che domani, chiuse le urne, saranno di nuovo messi alla porta

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E che, in molti casi, lo spauracchio dei “lupi alle porte” viene agitato per non perdere squallidissimi e superficialissimi privilegi.

Clinton con tutta probabilità vincerà. Ho sempre sostenuto piuttosto apertamente e senza idolatrie Bernie Sanders, ma non ho lanciato anatemi contro chi prima tifava per lui e oggi voterà lei. Ma in fondo non è stata nemmeno Clinton – il suo essere una pessima candidata strategicamente e culturalmente, sopravvalutata, rappresentante dello status quo – il mio obiettivo in questi mesi. Molto più grave è stato l’entusiasmo basato sulla menzogna e l’auto-illusione dei suoi sostenitori, e della narrativa mainstream che li ha nutriti. Non si è sentito in questa campagna un solo di loro che spiegasse per filo e per segno, o quanto meno con convinzione, quale sarebbe l’idea di Clinton per una sanità pubblica, per venire incontro al mostruoso debito studentesco, al crescente e sempre più invasivo stato di polizia in America, o per una risoluzione non avventurosa delle principali crisi mondiali – dato che in molte c’è stato il suo goffo zampino. Mobilitarsi contro Trump ha dato alla borghesia liberal una “chiamata alle armi” che non si vedeva da anni, in parte anche occasione per sfogare la propria retorica, ma al prezzo di perdere una buona fetta di dignità e credibilità

Articoli del genere – che abbiamo visto a bizzeffe in questi mesi e sempre più vedremo dopo, quando sarà il momento di giustificare il Consenso Bipartisan che si creerà tra democratici e repubblicani moderati – sono ciò che più ha reso tossica la narrativa degli hillariti. In pratica l’idea che Clinton sia un falco in politica estera, un amante della parola “drone”, una che sghignazzava all’assassinio di Gheddafi, una che non credeva all’esistenza di un’opinione pubblica in Iran e quant’altro non per intime convinzioni e per l’agenda dei poteri che la sostengono, ma come reazione al sessismo di cui è stata vittima in società. Ancora una volta, l’identity politics usata come clava per rimbecillire il consenso e far sentire in colpa il dissenso. L’infantilismo gramelliniano e il ‘buon senso’ come appianamento delle contraddizioni. Buona fortuna.

quotesNon è dunque Hillary il problema ma l’entusiasmo metodico dei suoi fan: scientifico, di piglio quasi aziendalista, applicato ai fatti della società e alle sue storture.

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Come ha scritto Fulvio Abbate, il conflitto sociale viene culturalmente “declassato” nel momento in cui il valore fondante della riconoscibilità smette d’essere il Lavoro sostituito dalla dinamo del Successo, dell’identità, dell’efficienza giovanile. Una favola al saccarosio digerita prima dal blairismo, poi dal clintonismo e ovviamente dal renzismo – con Jovanotti e Recalcati a fare da cantori. L’entusiasmo non di chi s’illude o è costretto a illudersi per disperazione, ma di chi “ce l’ha fatta” o spera di farcela calpestando gli altri e sperando di mai mettere in discussione il proprio status quo. L’entusiasmo dei vari “cerchi magici” e delle “leopolde” – mi sia concesso senza alcuna simpatia grillina o complottista o gentista – che infatti domani mattina tireranno un sospiro di sollievo. Abbattere quest’entusiasmo per riabilitare l’entusiasmo dell’emancipazione – quella vera – delle lotte per la dignità e per la dignità del non-lavoro, dell’ozio e della redistribuzione: questo forse è stato sempre il centro del mio scrivere – anche se ammetto di essere stato piuttosto carente per l’aspetto dell’ottimismo della volontà: aiutatemi a trovare storie positive.

In ogni caso domani mattina tornerà a essere Clinton il nemico, anche se avrà fatto gioire molti di buona fede e buona volontà; anche se sarà sotto l’attacco di poteri ancora peggiori di lei.

 

 

Nell’immagine di copertina: una foto vintage di un ristorante di Chappaqua, NY, uno dei luoghi di residenza della famiglia Clinton.
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