America

Resistenza a Elie Wiesel

iltascabileElie Wiesel, nato in Romania nel 1928 ed emigrato a New York all’età di ventisette anni, è stato il sopravvissuto più celebre del mondo. L’esperienza da adolescente nei campi di Auschwitz e Buchenwald, la perdita del padre e della fede in Dio, raccontate nel suo libro più famoso, La notte (1960), furono il motore rabbioso e tragico per decine di libri, centinaia di articoli, reportage e interventi pubblici.

Quando gli fu conferito il premio Nobel per la Pace, nel 1986, era già uno scrittore studiato nelle scuole d’America, dalla fama universale. Il 3 luglio scorso, quando si è spento nella sua casa di Manhattan, Wiesel ha ricevuto gli onori di un vero capo di Stato. E tuttavia, fin dai primi giorni successivi alla morte, intorno alla sua lezione non sono mancate voci dissonanti tra gli intellettuali americani. Specialmente di origine ebraica.

(Continua su Il Tascabile)

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Cartographies

Cuba, al di là della verità

Aldilà delle verità che tutti sono bravi a dire quando non costano nulla, quando servono solo ad affermare la propria rettitudine e il proprio acume – “ah, a me non la si fa” – e ci tranquillizzano, perché ci fanno perdere di vista verità più grandi, ciò che mi colpì tre anni fa de L’Avana fu la società civile: vitale, ruspante, viva, nonostante le sanzioni. Continue reading

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Cartographies

Scugnizzi Liberati

thetownerHo appuntamento con il mio amico alla stazione di Montesanto in tarda mattinata, è fine settembre, e dopo avergli messo in mano un bicchierino di caffè e una zeppola calda saltiamo in sella sul motorino. Lui scrive per un’ottima seppur non conosciutissima rivista culturale, molto milanese, molto ottimista, piena di talenti resi un po’ cinici dalla gavetta trascorsa senza stipendio nei giornali dei “compagni”. Il piano è già deciso e lui è venuto a Napoli apposta. Con una mappa virtualmente aperta sul cellulare, io alla guida, faremo un grand tour dei più recenti spazi occupati in città, partendo dal cuore del centro storico.

(Continua su The Towner)

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Translations

L’ossessione per i fatti ci ha fregato

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Ho pensato di tradurre questo intervento, a mio avviso straordinario, di Nathan Jurgenson (sociologo, scrittore e studioso di social media) elaborato all’indomani della vittoria di Donald Trump alle ultime Presidenziali. Una campana che dovrebbe suonare per molti, anche per me.

Sarà stato tra le sei e le nove ieri sera, mentre aspettavo primi risultati elettorali, e sulla CNN c’era Wolf Blitzer che si sbalordiva di continuo, ad ogni nuovo conteggio di voti in Florida; esclamava: “Trump è in testa!”, “ora davanti c’è Hillary”, quando in realtà i numeri erano solo arbitrari, cambiando a seconda del collegio che veniva riportato. Quello che stava facendo la CNN era creare una maratona basata sul niente, che andava prima avanti e poi indietro, incorniciata da scritte in sovrimpressione che dicevano ATTENZIONE, con una musica di sottofondo ad alta tensione. Questo capitava in un importante canale televisivo in una giornata di grandi ascolti, e la reazione più comune sarà stata: “vabbe’, che stupidaggine: lo fanno ogni anno”.

In quello stesso momento, sul sito di data journalism Fivethirtyeight i primi risultati e gli exit poll venivano raccontati con frasi come “notizie eccellenti per Clinton”, “brutto segno per Trump”, “lunga notte per Trump”, e così via. All’inizio delle primarie, il sito aveva dato a Trump appena il 2% (due percento) di possibilità di diventare il candidato dei repubblicani, e tuttavia ha continuato ad essere il punto di riferimento durante la campagna generale, fornendo informazioni dettagliate fino ai decimali su di un inesistente vantaggio di Hillary. Questo trend è continuato anche dopo che sono arrivati i primi risultati, ieri notte, e qualche ora dopo è stato il momento di accettare con orrore la vittoria di Trump. E molte persone sono rimaste sorprese, per usare un eufemismo. Continue reading

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America, Articles in Italian

Martellare l’entusiasmo aziendalista: bilancio di una campagna

Alright, ci siamo. Ancora poche ore, e le elezioni più orripilanti della storia americana recente saranno archiviate. Orripilanti, ma anche sincere, nel senso di un’autopsia della nazione; esplicative come non mai di certi tic culturali, di certe dinamiche sociali; forse anche le più appassionanti, vi dico la verità – sicuramente più di quelle del 2012, che pure seguii da vicino.

Dato che per otto, nove mesi non mi sono occupato praticamente d’altro, sul blog e a Radio Blackout (a proposito, appuntamento domani alle 9.00), qualche pensiero prima di congedare ‘sta pagina di Storia. Cosa farei se fossi americano? Non lo so.

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Cartographies, Interviews

Che cosa succede al porto di Napoli

I numeri parlano di un grande scalo passeggeri, il secondo in Italia per traffico dopo Messina, il terzo per numero di passeggeri da crociera, uno dei più affollati al mondo per numero di traghetti e piccole navi da diporto. Questa è l’economia di Napoli vista dal mare, dal suo porto, che è anche un hub regionale di approvvigionamento, che movimenta tutti i tipi di merce. Però c’è anche una realtà statica, fatta di uno spazio vastissimo sottratto ai cittadini – in uno dei panorami più belli al mondo, perdonateci la retorica – per essere lasciato vuoto o abbandonato, con muraglie che sottraggono il mare allo sguardo. Per proteggere cosa, poi: spianate immense semi-deserte, progetti di rinnovo mai avviati, a causa di diatribe politiche e burocratiche vecchie di decenni.

Che spreco. Ne parlo con Paolo Bosso,  che oltre ad essere un amico è anche filosofo, giornalista, collaboratore della rivista Monitor, uno dei più informati sul settore a Napoli. Continue reading

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