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Il futuro delle capitali imperiali

La sociologa Marianna D’Ovidio, alla domanda sul perché i progetti urbanistici della giunta Moratti, nella Milano pre-Expo, sembrassero finalizzati più d’ogni altra cosa ad attrarre una popolazione di ultra-milionari, così risponde: perché è una popolazione “ricca, che usa servizi privati, è sempre all’estero e non sporca.” (La storia, a dire il vero non memorabile, è qui)

Fulminante e profetico. Lei parlava di Milano, ma si potrebbe parlare anche di New York o Londra. La gentrificazione è tutta qui, in queste poche parole, un discorso di politica fiscale – altro che coffee shop e trentenni barbuti su bici a scatto fisso: fare in modo che le tasse cittadine vengano pagate da un patriziato onnipotente ma innocuo, controllabile e decoroso. E le noccioline a tutti gli altri: una classe media impoverita e impotente e una massa di sfruttati tenuti incatenati dalla prigione del salario.
 
Se pensate sia fantascienza, studiatevi la storia di New York dal ’77 a oggi (e questo bel saggio di Joshua Freeman, su come la risoluzione della crisi fiscale della Grande Mela divenne un modello per i neoliberisti di tutto il mondo) oppure la storia di Londra dalla discesa in campo di Murdoch; e poi Parigi, Milano, Sao Paulo, Dubai, eccetera.
 
Se guardiamo poi alla elezione del prossimo sindaco di Londra (la più ricca e popolosa metropoli dell’Europa occidentale), vediamo che nessuno dei candidati ha una visione seriamente alternativa a questo scenario: in gioco ci sono un laburista moderatissimo che cerca il voto delle minoranze, e un rampollo delle dinastie di Eton che lo chiama terrorista.
 
Il futuro si giocherà insomma sempre più tra chi vuol trasformare le capitali imperiali d’Europa in fotocopie di Dubai (o Disneyland), e chi cercherà, nei limiti del suo mandato e sotto la pressione di media avvoltoi, di amministrare l’inflazione e le piste ciclabili.
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