America

Che storia raccontano le primarie in Wisconsin

wisconsinmotel

Doyle’s Motel – Wisconsin Dells, Wisconsin, 1957.

Bernie Sanders ha vinto con il 56% le primarie del Wisconsin – la sesta vittoria consecutiva, la settima sulle ultime otto.

In totale fanno 16 Stati per Sanders e 14 per Clinton.

È il suo momento. Ma in un sistema dove si vince con la conta dei delegati e non con il voto popolare, e dove questi delegati vengono ripartiti in modo fin troppo proporzionale, la rimonta di Sanders resta quasi impossibile. A meno che…

A meno che non ci sia il terremoto a New York. Ormai l’ultima (e forse pure unica) possibilità di capovolgimento delle primarie è vincere con un margine di circa 10 punti nello Stato più importante della costa Est. Ma lì Clinton (dov’è residente) ha una base elettorale parecchio consolidata. Sarà un’impresa vincere, figuriamoci stravincere.

Eppure, pensate, un anno fa i sondaggi in Wisconsin davano Sanders al 5% e Clinton al 60%. Tra gli elettori under-30 Sanders ha vinto con oltre il 60%. Lui piace ai giovani e agli istruiti, Clinton ai ricchi e alle minoranze etnica spaventate dal Belzebù Trump.

Ma nelle puntate precedenti si poteva fare meglio? Sul New York Times, che pure sostiene Clinton, Bob Kerrey dice che Sanders è stato troppo buono sullo scandalo delle email, che non ha voluto infierire su Hillary ma la questione era seria e lei andava incalzata, e impostare la campagna più aggressivamente avrebbe forse, alla lunga, pagato. C’è da dannarsi se il Times riesce ad essere più lucido di tanta sinistra, ma in questo caso lo scappellotto ci sta tutto.

Il giornale newyorchese ci fa capire anche quanto poco piaccia Clinton: se l’attaccano così i liberali, figuriamoci quanto poco appeal possa avere lei sull’ultima generazione socialism-friendly. E se 12 mesi fa l’ex senatrice sembrava destinata ad un’incoronazione senza spine è solo perché il Partito Democratico era stato svuotato di qualsiasi corrente di sinistra degna di rilievo. Non ha caso uno degli ultimi insulti di Hillary rivolti a Sanders è stato: non sono nemmeno sicuro che sia un democratico. Insomma non è uno di noi, non fa parte dell’album di famiglia.

Ad alcuni questa potrà sembrare una campana a morto prematura, che ancora non tutto è perduto se continua così, ma la verità è che in pochi si aspettavano di vedere un senatore socialista arrivare così lontano. Ora sarebbe il caso di pensare già al dopo, e capire cosa fare con tutto questo surplus inaspettato di mobilitazione.

Sul fronte repubblicano, intanto, Ted Cruz ha rialzato la testa e battuto Trump in quasi ogni categoria di voto. Fosse stato altrimenti, le primarie repubblicane sarebbero finite qui.

In teoria la matematica lascia ancora qualche speranza al senatore texano, ma difficilmente la sua vittoria è qualcosa in più che un’iniezione di pathos in un quadro clinico già compromesso per la destra. Sulle mie bacheche vedo molti liberali tirare un sospiro di sollievo, ma tra lui e Cruz è come scegliere tra il colera e la tubercolosi (scrive Owen Jones). Sono ugualmente terribili. E Cruz, a dirla tutta, lo è di più.

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