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Per chi suona la campana: la destra americana e l’ideale perduto

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Il senatore repubblicano John McCain, ex veterano di guerra ed ex candidato alla Casa Bianca nel 2008, ha composto un toccante epitaffio per un amico comunista, morto all’età di 100 anni. Molti hanno quindi ricordato, a margine, l’esistenza di una destra dignitosa, onesta e di principio, che sopravvive nonostante Donald Trump e i suoi insulti.

Conoscendo il curriculum non proprio progressista di McCain (è lo stesso iper-patriota che chiamava “musi gialli”, gooks, i vietnamiti, e “scimmia” Ahmadinejad) non mi avventurerei su questo terreno, e penso sia più interessante parlare d’altro. Per esempio della vena romanticista che ancora scorre nella destra, e che le fa invidiare alla sinistra “d’una volta” la sua fede e il suo sacrificio.

Basti pensare a Maistre, Burke o Fukuyama che, come ricorda Corey Robin, ne “La Fine della Storia” ha dedicato una poesia in elogio di Lenin e Stalin. Una destra che aspira a cause eroiche per le quali gli uomini (sempre e solo di sesso maschile) possano immolarsi, inceneriti sulla pira delle loro convinzioni. Una retorica su cui invece Trump ha buttato una manata di patatine fritte, dicendo, a proposito dell’ex prigioniero di guerra McCain: “Si può chiamare eroe qualcuno che è stato catturato? A me piacciono gli altri, quelli che non furono catturati”.

Lo ha detto come se fosse un’ovvietà, ma in quelle parole non si può non notare un barlume di iconoclastia, di strafottente individualismo anarcoide New York-style, di situazionismo alla Berlusconi, di farabuttismo alla Pasqualino Settebellezze. L’uomo che parla è rivoltante, non c’è dubbio: ma ci può andar meglio la retorica della Patria e dell’Estremo Sacrificio, specie se applicata alla modernità?

In realtà, quando McCain scrive dell’ex guerrigliero della Brigata Lincoln che ha combattuto in Spagna con queste parole: “Potremmo definirli romantici, combattenti in una causa persa per qualcosa di più grande del loro tornaconto personale… Ho sempre provato ammirazione per il loro coraggio e sacrificio”, il veterano parla al cuore del pensiero conservatore che cerca di trovare senso e scopo nell’alienazione neoliberista, e di innestarsi nella “selezione naturale” del mondo delle startup, degli “angeli” e degli “unicorni”, nella religione del Lavoro che ha sostituito qualunque altro ideale.

Nella sua vendutissima biografia Faith of my fathers, McCain scrive: “Nulla è più liberante in una vita che combattere per una causa più grande di te, qualcosa che ti avvolge ma non è definito soltanto dalla tua esistenza”. Sembra quasi leggere lo Žižek de “In difesa delle cause perse”, libro a sua volta dedicato ad Alain Badiou, e alla necessità di ritrovare un nuovo ordine nel mondo partendo dall’ardore “totalitario” d’una volta.

L’epitaffio di McCain è un sospiro alla ricerca di un Guerriero Romantico. La nostalgia di un bel tempo perduto in cui a farla da padrone erano “gentiluomini” alla Frank Sinatra che in società ancora avevano buone carte da giocare. Ma questa è una figura ridicolizzata e resa impotente dall’estraniamento del capitalismo contemporaneo, dall’infantilizzazione che provoca nei consumatori. Con il suo corpo sgraziato, i suoi insulti e le sue smorfie, Trump è lì a mostrare questa realtà.

 

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