America

Che storia raccontano le primarie in Ohio

ohiomotel

Travelodge – Toledo, Ohio

Con Bernie Sarri la squadra ha disputato il campionato più bello della sua storia, stabilendo diversi record e sfiorando o toccando il miracolo in più occasioni. Ma ieri, nella partita decisiva in Ohio, il miracolo non c’è stato, il divario con la prima della classe si è allargato troppo, e a questo punto per Allegri Clinton la vittoria dello scudetto è poco più di una formalità: potrà permettersi – pensate – anche solo di pareggiare o di perdere con il minimo scarto, d’ora in avanti.

Per proseguire con le metafore pallonare, la giornata certifica pure il definitivo eclissarsi di Rubio Garcia, sopravvalutato e fragile, umiliato persino nella sua Florida dove ha conquistato il solo fortino di Miami, assediato dal rosso paonazzo di Trump. E però con il suo ottimismo robotico proprio Rubio avrebbe potuto creare, a novembre, qualche problema alla Clinton dell’austerity, della realpolitik e del pessimo gioco. Quello che succederà invece, prevedibilmente, sarà il compattamento di quasi tutto l’arco democratico contro l’imprenditore nazionalpopolare, che rischierà di fare la fine di Mc Govern nel ’72, battuto con una maggioranza tale da consentire al presidente eletto un pieno controllo su tutto il Congresso. Sarebbe la fine del partito repubblicano e della cultura neocon così come li conosciamo oggi.

Ma quel che è accaduto ieri, in buona sostanza, è che Clinton è stata eletta presidente.

Ci restano otto mesi di affanno prima dell’ufficializzazione, durante i quali l’establishment politico americano sarà scosso come mai negli ultimi decenni, i giornalisti cercheranno di rendere appassionante il campionato, e i due partiti principali, in realtà da sempre uniti dallo stesso sistema di consenso, si giocheranno il poco di faccia che gli rimane.

A noi non resta che fare tesoro del bel gioco visto finora e sperare nell’affermazione di un nuovo modulo: più giusto, più fracassone, più coraggioso.

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