America

Che storia raccontano le primarie in Michigan

model michigan

Evergreen Motel – Inkster, Michigan, 1966.

Il giro delle primarie nella Rust Belt conferma la forza di Trump, che tutta via senza stravincere, e dicono che Sanders non è morto e che il partito democratico è in una profonda crisi d’identità. Il senatore socialista del Vermont ha battuto Clinton in modo straordinario, smentendo sondaggi che solo poche ore prima lo davano in svantaggio di oltre venti punti percentuali. L’unico precedente simile, per capirci, risale al 1984. Ci voleva solo un miracolo, e il miracolo è arrivato.

In termini di delegati – che contano più del voto popolare per la scelta del candidato presidenziale – il vantaggio di Clinton si è in realtà allargato, ma al diavolo: qui la lezione è che i sondaggi americani, di solito piuttosto accurati negli ultimi 50-60 anni, non sono un destino; una campagna organizzata ed entusiastica può superare le aspettative dei commentatori politici. E di parecchio. È anche una sconfitta clamorosa per analisti come Nate Silvern (creatore del sito FiveThirtyEight), il Washington Post, il NY Times e tutti i media pro-Hillary che da giorni facevano campagna intimidatoria (il Wa. Po. aveva pubblicato 16 articoli contro Sanders nelle 24 ore precedenti alle primarie). E se Sanders ha smentito le previsioni in Michigan, perché non potrebbe ripetersi in Ohio, Illinois e Missouri. Gli Stati del Sud – tradizionalmente favorevoli a Clinton – sono finiti, il “firewall” è stato superato, la battaglia sfiora l’impossibile ma le sorprese potrebbero non essersi finite.

Una favola nella favola: Sanders, un ebreo laico, ha vinto il 67% dei delegati di Deaborn, la cittadina del Michigan con la più alta percentuale di musulmani nel Paese. Non è solo una piccola rivoluzione contro lo stato maggiore democratico, che ha sempre visto mal volentieri Sanders, ma un bel dito medio alzato verso Trump.

La narrativa dominante per settimane ha detto che Sanders può vincere solo tra i maschi, tra i maschi bianchi in particolare, in Stati con straripante maggioranza bianca, insomma in poche parole solo in New Hampshire e Vermont. Finora la realtà è stata un altra.

In Vermont e New Hampshire, ha battuto Clinton in tutte le classi di età femminili. In Oklahoma ha quasi pareggiato con Clinton tra le donne. In Nevada, ha quasi pareggiato tra i latinos.

In Massachusetts, dove Clinton ha vinto di un punto percentuale, Sanders ha preso il 41% del voto degli elettori non bianchi; Sanders ha battuto Clinton tra gli elettori con un reddito inferiore ai 100.000 dollari. Clinton ha vinto in quelli con un reddito superiore ai 100.000. Sanders ha raggiunto il 71% tra quelli che votano per la prima volta. Tra gli indipendenti, Sanders ha raggiunto il 65%. Clinton ha fatto meglio tra le donne sposate; Sanders tra quelle non sposate.

Sia chiaro: il racial divide è un problema serissimo per Sanders – Clinton ha vinto il voto degli afroamericani in ogni stato, finora – ma molto più complicato di quanto ci vogliono far credere. In Michigan Sanders ha conquistato tre elettori neri su 10, più di quanto avesse fatto finora.

Il discorso è che molti analisti continuano ad ascrivere ogni sorta di posizione all’elettorato nero, spesso seguendo le proprie preferenze. Ma la verità è che il “black vote” non è un concetto monolitico: i neri del Nord non votano come quelli del Sud: un trentenne afroamericano che guida un camion a Saginaw, Michigan, non è detto che la pensi come un pastore battista afroamericano di Pascagoula, Mississippi.

Nel frattempo i repubblicani votavano pure in Hawaii (che contano poco e niente): Trump ha vinto senza nemmeno andarci, mandando un tweet in cui diceva pressappoco così: “Qui ci sono molti dipendenti dei miei hotel, votate per me”. Cruz si rafforza come il secondo contendente, e questo cosa ci dice? Che Trump riesce a vincere nel modo più crudele per l’establishment repubblicano: illudendoli periodicamente con un presunto calo, e poi facendo fuori uno dopo l’altro gli avversari più accreditati.

Hillary? Sarà sempre lei la candidata, ma c’è un movimento in gioco che sconquassa i democratici. Il partito è ormai un guscio vuoto, e si dovrà lottare sul medio termine per rivoltarlo come un calzino.

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