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Perché giudicare

C‘è una libera volpe che si sta aggirando nei dintorni di un libero pollaio. Ma io ho la pelle e non le penne: che diritto ho di intromettermi?

Avendo sempre bene in mente l’arroganza storica dei pene-muniti, la necessità di camminare per tre lune nei mocassini altrui prima di parlare, etc… che argomento è quello per cui, se non posseggo le tue caratteristiche sessuali ed etniche, non ho diritto a intromettermi nella tua vita e nelle tue scelte?

Certo, il fatto di non possedere l’utero mi costringe alla cautela, al rispetto e ad una distanza necessaria quando parlo di femminismo. E così dev’essere – anche se non sempre è facile – quando giudico il voto dei neri d’America, la subalternità culturale dei messicani per certi miti della religione e del sessismo. Solo osservando bene si finisce per capire, e dal confronto e dalla comprensione scaturisce il giudizio – un giudizio inserito in una più generale accettazione e coinvolgimento dell’Altro.

E l’esempio della volpe e del pollaio può sembrare rozzo: donne, minoranze etniche e bambini non sono galline che vanno salvate. Tutt’altro: abbasso la rescue industry, come la chiama Laura Augustìn, l’industria del salvataggio, che spesso è cinica e speculatoria come altre.

Ma se prevarrà sempre e soltanto l’aspetto identitario rispetto a quello di classe, che ne sarà dell’urgenza dell’intervento, dell’empatia, della partecipazione – vorrei dire, con un po’ di rozzezza: del nostro essere di sinistra?

Io odio l’approccio paternalistico, sono contro la repressione delle lavoratrici del sesso; non considero la maternità surrogata una bestemmia. Ma quello che penso io non conta: a me interessa capire con quale principio affrontiamo le questioni. Mi interessa capire le sovrastrutture, come si diceva una volta. Perché Pinco Pallino sceglie di fare una cosa anziché un’altra? Cosa lo spinge? Quali sono i rapporti di forza?

Non chiamiamola intromissione nella libertà altrui. Non tra di noi, compagni. Se seguissi esclusivamente il principio di libertà, che diritto avrei di intromettermi nella vita del proletario, libero di vendere la propria forza-lavoro al capitalista? Nella vita del contadino, libero di vendere il proprio voto per due lire al mafioso di turno? Nella vita della donna indiana costretta dalle circostanze a vendere un rene?

Non è con questi argomenti che mi convincerete di stare dalla “parte giusta”: contro i balordi e i bigotti. Se il principio identitario prevarrà sempre su quello di classe, allora cosa ne sarà del pollo, se lo si lascia libero di scorazzare con una libera volpe?

Lo dico sempre anche ai miei amici – e lo faccio da anni, poveri loro: rompiamoci le scatole a vicenda, non lasciamo che la cultura del lavoro ci isoli e ci renda insofferenti l’uno per l’altro. L’essenza della sinistra è la capacità di intervento, è l’empatia, è l’immedesimazione anche goffa nelle vite che non ci riguardano. Da quando in qua è la sospensione del giudizio? Il mio non è uno sfogo ma una domanda urgente.

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