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Cosa raccontano le primarie americane del Super Tuesday?

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Azalea Motor Court. Camilla, Georgia, 1950s.

 

I democratici ieri votavano in 12 Stati: Hillary Clinton ha vinto le primarie in 7 di questi Stati e Bernie Sanders nei restanti 4 (non consideriamo American Samoa che conta praticamente zero). Tre Stati (Nevada, Massachusetts e Iowa) sono stati vinti da Clinton con un margine ridotto, e due di questi sul per uno o due punti percentuali. In totale finora fanno 10 Stati per Clinton e 5 per Sanders.

Farei notare una cosa: le vittorie di Sanders non sono concentrate geograficamente, e quattro di queste sono avvenute in Stati che Clinton avrebbe vinto se si fosse votato a novembre, quando la sua popolarità era infinitamente più alta di adesso.

I neri sono ancora massicciamente schierati per Clinton (un fenomeno amaro ma non inspiegabile, che merita un’analisi assai più dettagliata), ma negli Stati del Nord, dove ci sono tassi d’istruzione e benessere sociale più elevati, il gap è meno marcato che al Sud.

Se non fosse partito come un improbabile outsider, ignorato dai media, con un po’ più di tempo e di impegno da parte dei militanti, Sanders avrebbe probabilmente potuto colmare questo gap, o fare i suoi gli Stati persi per un soffio.

Con una metafora calcistica: Sanders è una squadra provinciale che ha giocato finora un’ottimo calcio, riempendo gli stadi e tirando fuori il massimo dai suoi vecchi scarponi, ma di fronte si trova una corazzata che, seppur ha dilapidato molto del vantaggio iniziale, può contare su una maggiore solidità psicologica, sicurezza nei propri mezzi e una panchina più lunga.

Non sono mai stato imparziale nelle mie analisi, ma parzialità non vuol dire illudere o mentire. Pochi, me compreso, pensavano che Sanders sarebbe arrivato così in alto, e vi ho spiegato varie volte perché (mancanza di riconoscimento del ‘brand’, cultura americani anti-socialista, l’età, la diffidenza delle minoranze, etc.).

Ma quella di Sanders non è mai stata solo una campagna elettorale. È stata un movimento d’opinione, una sfida a lungo termine: sdoganare l’impossibile. E questo ha suscitato un entusiasmo strepitoso, persino superiore a quello dei movimenti no-global di fine anni Novanta. Ora che è arrivato così in alto, sarebbe giusto mollare?

Io direi di no. Sarà durissima, ma i numeri non condannano ancora Sanders. Bisognerà, però, vincere e di parecchio negli Stati ancora in bilico. Il pericolo maggiore adesso è quell’alone di sconfitta inevitabile, quel senso di ineluttabilità e di fine d’ogni speranza. I realisti hillariti giocheranno sulla paura e sull’impossibilità del cambiamento, sull’idea che “questa è l’America”. Non vanno ascoltati. Ma si dovrà vincere in California.

Questo è quello che dobbiamo dirci noi militanti, per non vedere tutto nero. La verità dura e brutale è che Clinton ha un vantaggio formidabile, Sanders dovrebbe vincere con un margine medio del 10% tutti gli Stati per arrivare alla pari con lei. Il sistema delle primarie non rispecchia il reale consenso popolare, e ci vorrà un miracolo per una rimonta finale.

La destra è nel caos più totale

Stanotte i repubblicani votavano in 13 Stati: è finita Donald Trump che ha vinto le primarie in 7 di questi, Ted Cruz in 2, Marco Rubio in 1. Altri Stati praticamente non contano. Trump ha raccolto il 50% dei delegati, e l’altro 50 diviso tra gli altri.

Molti, me compreso, avevano nelle settimane scorse sottovalutato Trump, ma ieri notte nessuno si aspettava un risultato diverso da questo. Molti a destra speravano, questo sì, in un colpo di scena, in una risurrezione di Rubio. Invece il texano vince solo uno Stato e supera il 20% in non più di sei. Con il terrificante Cruz messo meglio di Rubio come anti-Trump, per i conservatori ora la scelta è tra la bigotteria religiosa e il populismo nazionalista.

Trump ha vinto meno rumorosamente del solito, in alcuni Stati ha penato. Ma chi può batterlo non è tra questi suoi avversari robotici e impacciati, che fanno a gara per essere più a destra di lui.
Il Partito repubblicano comunque si conferma più malleabile e anarchico del partito democratico: hanno espresso candidati variopinti e surreali, alcuni di loro espressione di una ideologia, quella neocon, che per un quindicennio ha davvero tentato di cambiare il mondo, ma nessuno di loro ha potuto contro il mostro nato dal fallimento di quest’ideologia. Al contrario i democratici sono da vent’anni appiattiti sulla Terza via clintoniana, testardamente ostinata a diventare centro.

Se la situazione resterà questa, a novembre la sua avversaria sarà Hillary, e per Hillary, incredibilmente, non potrebbe andare meglio di così. In un’ipotesi di sfida generale, i sondaggi danno infatti Clinton vincente su Trump di 8 punti. Questo margine sembra confortevole ora, ma data la traiettoria dirompente dell’imprenditore, il suo vasto supporto (ha vinto in Stati molto diversi e distanti tra loro), sembra tutto tranne che a prova di sorprese. E pensate: gli stessi sondaggi dicono che lei perderebbe con Rubio di 3 punti e con Cruz di 1.

La cosa divertente è che Sanders batterebbe Trump di 12 punti, Rubio pure di 12, e Cruz addirittura di 17. In altre parole, anche se può sembrare paradossale, i repubblicani stanno votando il candidato peggiore per battere i democratici, e viceversa. Sarà una sfida incerta e spaventevole, i guardiani di Wall Street contro il nazionalismo autoritario. E questo senza considerare l’ipotesi di ribellione dei delegati contro Trump alla convention repubblicana, o l’ipotesi di una discesa in campo di Bloomberg.

Il futuro prossimo venturo
La futura strategia dei democratici, intanto, ben tracciata in questo articolo del NYT, è definibile come quella della post-speranza: nessuna HOPE di stampo obamiano o avventura progressista, si punta a voto repubblicani moderati terrorizzati da Trump. Hillary ha vinto grazie al consenso tra i neri del Sud, mentre altrove cercherà i voti dei conservatori in fuga, e all’ultimo momento si riallineerà con le politiche destrorse del marito. Non sta a me giudicare il voto dei neri, ma l’abilità con cui i Clinton – responsabili delle politiche che hanno reso l’America l’immensa prigione che è ora – li hanno sedotti insieme ai latinos è un vero capolavoro di cinismo.

Un’ultima nota: le primarie finora sono state un disastro per i neocon italiani: hanno puntato prima su Jeb, che si è ritirato subito, poi su Rubio, che ha fatto malissimo e ora rischia di finire terzo, e infine su Hillary, che stava rischiando di buttare via un campionato già vinto.

 

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