America

Che storia raccontano le primarie in Nevada

motelnevada

Boulder City, Nevada, 1967.

Donald Trump ha vinto anche in Nevada e ha accumulato più delegati di tutti gli altri avversari repubblicani messi insieme. La storia ci dice che nessun pretendente alla Casa Bianca del GOP ha mai perso la nomination dopo aver vinto sia in New Hampshire che in South Carolina, cosa che per l’appunto Trump ha fatto in queste settimane. Ma siccome resto ostinatamente convinto che il pagliaccio potrebbe sgonfiarsi martedì prossimo, o venire sovrastato da una possibile discesa in campo di Mike Blomberg, consiglio di non dare ancora per scontata la sua vittoria finale.

Trump è davvero imbattibile?

Finora Trump ha corso in un caucus e tre primarie. Ha preso il 24% dei voti in Iowa, 35% in New Hampshire, 32% in South Carolina e 46% in Nevada: i progressisti sono come pietrificati, e dicono che è un treno senza freni, che rappresenta la vera cultura del Paese, e che sarà il prossimo presidente. Sanders ha corso in un caucus e due primarie. Ha preso il 49,5% in Iowa, 60% in NH e 47% in Nevada: i progressisti dicono che è simpatico ma non ha speranze, e rappresenta soltanto una minoranza disgraziata e isolata.

Questa narrativa che vuole gli Stati Uniti come un Paese dall’identità insanabilmente destrorsa ha le sue ragioni, ma spesso racconta quelle sbagliate. Certo è scorretto paragonare una compagine composta da più concorrenti (quella repubblicana) con un’altra dove  (quella democratica) ci sono invece solo due protagonisti. Ma in fondo il partito repubblicano rappresenta soltanto il 23% della popolazione americana votante, e Trump finora sta conquistando un terzo o poco più di quegli elettori. Che America e quanta America rappresenta Trump? La retorica che vuole la sinistra eternamente minoritaria non è sostenuta dai numeri di queste primarie, ma ha una funzione ben precisa: fornire un discorso opportunistico per demotivare, ammorbidire e ammansire la base democratica, costringere al ricatto del “non importa degli ideali, bisogna votare chi potrà battere Trump”. Ed è su questo discorso che s’instaura il potere ventennale della corrente clintoniana dei democratici. La corrente della Terza Via, profondamente legata a Wall Street e ad una realpolitik aggressiva all’estero e cauta in politica interna.

La cultura americana è di destra, dunque, ma non (solo) per colpa di Trump: i repubblicani considerati “sani di mente” (Cruz, Rubio, Bush, Kasich) erano fino a poco fa dei robottini anti-aborto e anti-immigrazione. No, la cultura americana è di destra perché i progressisti hanno rinunciato a fare i progressisti, hanno scelto la rassegnazione e l’anti-utopia.

L’irrilevanza dell’ideologia neocon

In ogni caso, qui c’è una storia da raccontare, e per una volta non riguarda la sinistra: nonostante i tentativi dei neocon del ‘Foglio’ & dintorni di vedere una qualche modernità nel partito repubblicano – quelli che mettevano insieme Andrew Sullivan e Magdi Allam, Ayan Hirsi Alì e Michael Ledeen, etc. – nel giro sei mesi questo abominio fracassone ha fatto polpette di tutte le loro fandonie. Il movimento conservatore più bianco e potente dell’universo ha un elettorato credulone e aggressivamente isolazionista, che vota gente impresentabile, in questo caso un predicatore figlio dei peggiori Ottanta. E la cosa divertente è che Trump è anche il meno farlocco e bigotto di tutta la combriccola. Insomma la corrente neocon, la cui linea guida voleva essere l’esportazione di democrazia unita a politiche interne piuttosto liberali e politica economica reaganiana, non ha lasciato traccia alcuna nella cultura della destra. Trump vuole alzare muri (ma non lo farà), insulta latinos e mussulmani (ma se ne sbatte delle teorie sulla superiorità Occidentale e delle radici cristiane) e rinfaccia agli altri repubblicani le spese folli per guerre inutili. Gli elettori per ora gli danno ragione. E i suoi avversari rimasti in corsa, per ora miglia e miglia dietro nei sondaggi, sono ancora più a destra di lui. Bella classe dirigente hanno creato i fanatici di Ratisbona e del “cambiamo regime”.

La sinistra occidentale è da sempre criticata per l’incapacità di rinnovarsi, ma al contrario, io trovo che assorbendo pratiche di potere del centro e tematiche liberali di sinistra (su diritti civili e religiois), i progressisti americani (la famiglia Clinton e la sua cricca) ed europei (Blair e Renzi) abbiano trovato una perversa sintesi per conquistare il potere e rimanerci. Forse gli intellettuali della gauche che mettevano in guardia sugli effetti infantilizzanti della società capitalistica andavano ascoltati un pochettino anche a destra e tra i liberisti, e ora il mostro gli si è ritorto contro.

La nonchalance dei democratici

La vittoria in Nevada spiana la strada anche a Hillary Clinton. Per un regolamento controverso del partito Democratico che ora non sto a spiegare, ha accumulato un numero di delegati di gran lunga più grande, in proporzione, delle sue vittorie in Nevada e Iowa su Bernie Sanders.Secondo l’Iowa Electronic Market, Hillary ha quasi il 90% di probabilità di vincere la nomination. Tutto può succedere, ovviamente, anche che riprenda con vigore lo scandalo delle email, ma non scommetterei i miei soldi sull’altro cavallo della corsa.

Ma siamo proprio sicuri che sia lei il candidato migliore per battere Trump a novembre (ammesso che pure l’immobiliarista vinca la nomination)?

Trump è abominevole ma rappresenta la franchezza della working class bianca e razzista, ed è un genio dell’insulto, e sa come ferire i suoi avversari nell’orgoglio. Clinton ha un sacco di punti deboli, e Trump potrebbe fare quello che Sanders, per paura di venire strumentalizzato, non ha mai fatto: attaccarla duramente sulla storia delle email o sull’utilizzo della Fondazione Clinton. Lei è fragile, recita su copione, quando devia dal tracciato combina soltanto guai, dalla storia su quanto fosse squattrinata alla Bosnia, e non si è mai scontrata con qualcuno che volesse davvero affondarla. Trump potrebbe spezzarla psicologicamente.

Ho numerosi amici che votano per il partito democratico, o conoscenze progressiste che continuano a ripetermi questo ritornello, come un mantra: Clinton è l’unica che ha l’esperienza per batter Trump. Ma su quali basi? Queste primarie e diversi sondaggi ci stanno raccontando un’altra storia: gli elettori sono stufi dell’establishment e non vogliono l’ennesimo lacché di Goldman Sachs. Clinton si è fatta complicare la vita da un anziano socialista venuto fuori dal nulla, e secondo Usa Today farebbe meglio Bernie Sanders dell’ex segretario di Stato in un’ipotetico confronto diretto. Forse, in cuor loro, quello di cui hanno paura è il tipo di politica trasformativa rappresentata da Sanders, più che la presunta esperienza di Hillary. E non è da escludere che i boss del partito democratico, da sempre ostili a Sanders, preferiscano perdere queste elezioni che consegnare la struttura del partito ad un socialista. In fondo le elezioni si ripetono, la Casa Bianca si riempirà di nuovi inquilini. I partiti restano.

Clinton ha finora vissuto le elezioni come una prassi burocratica da diritto dinastico. Il suo messaggio è tutto incentrato su di lei. Non c’è avventura, non c’è persuasione. Non c’è cambiamento. Al contrario dice Trump che la sfida è “dura, sporca, cattiva, feroce e bella”. Lo scontro finale tra i due sarà uno spettacolo indimenticabile per i commentatori politici, ma un momento cupissimo per l’umanità intera.

Advertisements
Standard

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s