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Se Napoli diventasse la prima metropoli ad appoggiare il BDS?

Il sindaco di Napoli ha conferito la cittadinanza onoraria ad Apo Ocalan, e la cosa mi rallegra.
Mi rattrista, invece, pensare a quanto tempo è passato, da quel lontano gennaio del 1999, senza che l’Unione Europea abbia fatto niente per la questione curda. Il Pd di D’Alema che s’interrogava sul leader del PKK, in un a UE totalmente succube di Clinton (che ne avrebbe imposto l’estradizione) sembra pura fantascienza, paragonato ai cinici funzionari dell’expottimismo di oggi. E dire che ne avevamo do motivi per criticare D’Alema.
Nel frattempo c’è chi, in città, proveniendo da tradizioni più autonomiste, più sobriamente pedagogiche, ha bollato la scelta di De Magistris come propaganda. Embé io penso che quando i nostri alleati si esprimono con civiltà vadano sempre rispettati, anche quando si dissente da loro, e non aggrediti con fare da bulletto. Meglio dedicare le proprie energie a nuovi traguardi piuttosto che alle epurazioni, sentite a me. Detto ciò, festeggio con i militanti e i compagni che hanno lottato per questo riconoscimento.
L’anarchico in me non bacerebbe mai il quadro di Chavez; il socialista in me lo voterebbe.
E poi, dicevo, c’è un’altra battaglia da portare avanti: ci viene imposta dalla cronaca tragica, dalle notizie di attivisti respinti sempre più con frequenza alla dogana di Tel Aviv, dalle immagini di adolescenti sparati in testa a sangue freddo, di disgraziati in carrozzella presi a calci davanti le telecamere (senza nemmeno più il pudore dei Garage Olimpo di una volta) e da una presidenza americana che si preannuncia sempre più aggressivamente pro-Netanyahu. Napoli potrebbe e dovrebbe essere la prima grande città italiana ad abbracciare la campagna di boicottaggio anti-israeliano.
La parte più dolorosa e controversa di questo boicottaggio sarebbe certamente quella accademica: rinunciare a scambi culturali tra università è una fitta al cuore, ma c’è chi come Doug Henwood ha rinunciato ai suoi diritti di traduzione in Israele, per dare un “piccolo” esempio. E poi l’aspetto commerciale del boicottaggio è centrale ma spesso sottovalutato, e in ogni caso i dettagli possono essere discussi, ragionati, pianificati. Una campagna che si dovrebbe giocare su due piattaforme: quella di movimento per la divulgazione, e quella istituzionale per l’esecuzione.
I miei amici moderati mi odieranno, ma io ho la sensazione di essere meno isolato d’un tempo. Il nostro amore per la cultura, la diversità e i dissidenti di Israele non ci deve far da catena ma da scudo. Il seme del BDS si è diffuso ultimamente nel mondo accademico britannico e americano; hanno risposto all’appello la SOAS, centinaia di professori inglesi, numerosi scrittori newyorchesi, persino settori del Partito democratico americano; insomma il concetto non è più tabù come poteva sembrare fino a dieci anni fa. La strada è lunga e tortuosa e probabilmente non impedirà il massacro già in atto (il NY Times ha già dichiarato morta la soluzione a due stati). Proprio per questo, che dite, ci proviamo?

 

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