America

Che storia raccontano le primarie in New Hampshire

nhmotel

Mt. Jefferson Tourist Court, Randolph, N. H.

Quando annunciò di voler scendere in campo, dapprima come indipendente, poi come disturbatore in campo democratico, Bernie Sanders fu trattato dai vertici del partito come lo zio di Brooklyn, un po’ matto ma fondamentalmente innocuo. Speravano e credevano che avrebbe occupato il ruolo di agitatore radical, sdoganato certi temi che gli altri non potevano affrontare e poi, presto sconfitto, consegnato lo scettro a Clinton dopo pochi metri di corsa, aiutandola nella farsa di primarie senza storia.

ll New Hampshire non è propriamente uno Stato di forti emozioni: il paesaggio è piuttosto monotono, d’inverno nevica molto, 9 abitanti su dieci sono bianchi. Ma è anche uno degli Stati americani più progressisti, tolleranti ed “europei” nel senso migliore del termine. Ospita più personaggi alla Stephen King che alla “Better Call Saul”. Ispira più gli amanti del trekking che quelli dei viaggi in auto. Ma è questo e non Compton, California, un modello di società a cui vorremmo francamente ispirarci.

Ieri notte da queste parti Sanders ha stracciato Clinton aldilà di ogni ragionevole aspettativa. E, soprattutto, lo ha fatto nei segmenti di elettori tradizionalmente visti come “favorevoli” a Hillary. Sanders ha conquistato il 55% del voto delle donne (contro il 44% di Clinton), l’83% di tutti gli under-30 (contro il 16%). Sono numeri strepitosi per un candidato che si proclama “socialista”, parola tradizionalmente tabù in America. Un anno fa, quando Sanders era ancora un Carneade, questo era un feudo indiscusso dei Clinton. Il senatore del Vermont ha vinto in qualsiasi categoria demografica, eccetto una: quelli che hanno un reddito superiore ai 200.000 dollari l’anno (hanno votato per Hillary).

Sembra che, oggi come nel 2008, più il pubblico si informa su Hillary, e dunque più ne percepisce la truffa, le bugie e l’enorme privilegio, più si erode il consenso dell’ex segretario di Stato nonché pupilla di Kissinger. Finora la campagna di Clinton è stata un disastro: ha sperperato metà del suo vantaggio nei sondaggi, ha cambiato stratega (brutto segno per lei), i suoi addetti PR molestano gli schiavetti di Politico, affinché tessano elogi sconsiderati del capo, quelli di Salon e New Repubblic ci provano fare il tifo per lei da sinistra (senza risultati) e persino l’ex consulente di Obama (Axelrod) la prende per i fondelli.

Ma quel che a me più interessa, e deprime, è il “Capitalist Realism” (per dirla alla Mark Fisher) che colpisce i fan di Clinton: cupa e rassegnata difesa dell’Esistente tra i maschietti (“questo è il mercato”, “e la competitività?”, “e la banda larga?”, etc), passiva adesione ad una politica confusamente identitaria da parte di molti attivisti ambo i sessi (“dopo un presidente nero è il turno di una donna!”, è la loro sintesi) e, peggio ancora, una stampa liberal-femminista (Gloria Stenheim, Lena Dunham, Amanda Marcotte, Kathi Pollitt, etc) che attacca Sanders con argomenti risibili, tanto risibili da meritare un “best of” nelle prossime ore. Argomenti assurdamente infantili, i loro, ma che parlano anche a noi. E sì perché – qui volevo arrivare – la stampa italiana fino a un anno fa era al 99% pro-Clinton.

I motivi di questo sostegno sono vari e diversi, ma quel che conta è che nessuno, o quasi, tra gli esperti italiani si preoccupa di riconoscere l’errore, o anche soltanto di riconoscere il malcontento che ha portato a Trump e (per motivi opposti) a Sanders. Figuriamoci ad analizzarlo. Resta la solita retorica da expottimismo sempre e comunque, piena di stereotipi e cliché triti e ritriti. Altri invece stanno riprendendo in mano i libri e, non sapendo che pesci pigliare, celebrano la “diversità” di un’America che “vota a sinistra”. Ma ahimè neanche questo è così vero, e ne parleremo nelle prossime ore.

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