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Guardare la vicenda Sarri-Mancini come se fosse una campagna elettorale Usa

Non volevo proprio scriverne, a dire il vero. Ma visto che non si parla d’altro, e sono incapace di resistere alle distrazioni, analizziamo la vicenda del momento come se fosse una campagna per  le primarie democratiche americane. Un gioco buono per la pausa pranzo, nulla più. Inspirato, a dire il vero, da una metafora molto interessante di Dino Amenduni​.

Ci sono due candidati alla presidenza di un Paese assai ricco, ma anche analfabeta e un po’ bigotto: l’Impero del Pallone. Uno si chiama Hillary Mancini (HM) ed è stato a lungo il favorito per la vittoria finale. L’altro è Bernie Sarri (BS), partito come outsider, arrivato dalla provincia dell’Impero, ma rivelatosi invece un osso duro, addirittura in testa in alcuni sondaggi. HM sta perdendo colpi, alla gente il suo stile non piace, ma è anche il più organizzato e scaltro; ha già combattuto altre importanti campagne elettorali. Ha dalla sua i testimonial più potenti.

Ad un certo punto, però, scrive Dino, “[quelli del fronte di BS] sono incappati in un frocio dove proprio non serviva. Il campaign manager della squadra in difficoltà non ci ha pensato due volte: utilizziamo quel virgolettato e facciamolo uscire sui media”. La reputazione di BS era molto solida, e annebbiarla farà parecchio male. Risultato: empatia diffusa per HM e divisione del fronte di BS. In più, aggiungo io, i supporter di BS non sono proprio tipi lucidissimi e misurati: non abituati ai salotti televisivi e affezionatissimi al loro candidato, si lasciano andare a giustificazioni intollerabili. Ma quel che più preoccupa (visti anche i precedenti non lusinghieri, e oggettivamente un po’ ipocriti, di HM) è che i BS si possano spostare, per ripicca nei confronti di un politically correct percepito come ingiusto, nel campo di Donald Tavecchio – uno abituato a gaffe d’ogni tipo (lesbiche, froci, ebrei, banane, etc.)

Cosa resta da fare per BS, visto che la strategia dell’insabbiamento è fallita miseramente? Il mio modestissimo consiglio è di ispirarsi ad un’altra campagna – quella di Obama del 2008, quando i media mainstream e le maggioranze lo misero sotto accusa per l’amicizia con il reverendo Jeremiah Wright, il prete “pazzo” che gridava: “Dio stramaledica l’America”. Bernie Sarri dovrebbe trovare un giovanissimo e talentuoso speechwriter, ma uno che sappia davvero il fatto suo, e affrontare in pubblico i propri demoni. Gli faccia scrivere, a questo Jon Favreau di Castelvolturno, un “A More Perfect Calcio”. Un discorso finalmente onesto, in cui Sarri potrebbe recitare così:  “Signori e signore, amici e avversari, in me convivono sia il prete di campagna che lo spaccone troglodita, sia il comunista illuminato dalla saggezza, che l’intollerante appannato dall’arroganza: ed è di queste contraddizioni che tutti noi siamo fatti, ed è sempre stato fatto il Paese che amiamo”. Chieda scusa non cospargendosi il capo di cenere, ma affrontando il tema delle tensioni razziali, del privilegio, dell’ineguaglianza; affronti la rabbia e il risentimento.

Sarebbe, se lo facesse davvero, l’evento politico più importante e memorabile della campagna elettorale. E forse – chissà – contribuire davvero alla sua vittoria.

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