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Il “Gun Control” rischia di essere una trappola per i poveri

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milioni di americani sono morti per armi da fuoco dal 1968 – lo stesso numero di americani morti per tutte le guerre combattute dal 1776 a oggi. 400.000 americani sono morti per armi da fuoco dal 2001 – lo stesso numero di americani morti nella II Guerra Mondiale. 3.400 americani sono morti per armi da fuoco nelle ultime cinque settimane – lo stesso numero di americani morti per terrorismo dal 2001.

Ma sul problema della proliferazione di armi in America c’è una cosa scomoda da dire, e penso sia più scomoda del problema stesso: crediamo davvero che una campagna in stile Proibizionismo sortisca qualche effetto sui veri mostri che vogliamo neutralizzare? Sulle deputate del Nevada che si fotografano in cartoline natalizie armate di tutto punto, peggio che Arnold Schwarzenegger nel film Commando? Sui predicatori religiosi che appoggiano Donald Trump e le sue deportazioni di immigrati? Sui pericolosi bigotti a capo di università evangeliche che invitano gli studenti a far fuori i musulmani?

Forse, in caso di una improbabile regolamentazione, i progressisti s’immaginano piccole rivoluzioni come l’arresto di qualche lupo solitario nazi in un campo caravan di disoccupati, la scomparsa di ragazze in infradito che girano col mitra nei supermercati. Non sarebbe cosa da poco. Ma in pratica, dicono giornalisti su sponde politiche opposte come Ross Douthat (NY Times) e Aura Bogado (Grist) il “gun control” rischia di trasformarsi in un’estensione del modello repressivo adottato dai sindaci Rudy Giuliani e Mike Bloomberg a New York e dello “stop-and-frisk”, una pratica di fermo e perquisizione fatta su base razziale dalla polizia. I dati dicono che oltre il 90% delle persone fermate a New York nel 2015 sono neri e latini, e che la maggior parte di questi controlli non portano all’arresto.

Crediamo davvero che in Stati a bassa densità criminale e a maggioranza bianca, come il Vermont – dove è stato eletto il candidato più “di sinistra” alla Casa Bianca, Bernie Sanders – la polizia andrebbe a ispezionare le villette dei professori universitari e dei ministri religiosi anabattisti? La triste prospettiva è che la “War on Guns” sortisca i medesimi effetti della “War on Drugs”, con i poveri – e le minoranze etniche tra i poveri, in particolare – presi di mira, mentre i ricchi e i bianchi la fanno franca.

L’uso stesso della parola “terrorismo”, riferita alle stragi compiute in questi anni da esaltati White and Christian nelle scuole e nei cinema, ha senso se serve a bilanciare la propaganda anti-islamica e razzista, d’accordo, ma rischia di trasformarsi in un boomerang persino per i più volenterosi tra i compagni. Sappiamo quali sono i “background” già presi di mira e abbondantemente controllati; sappiamo quante telecamere già ci sono, e su chi vengono puntate; sappiamo quanto capillare sia già oggi il controllo.

Matthew Dowd, ex redattore di discorsi per George W. Bush, una volta disse: «Se ci contesti usando il nostro linguaggio, significa che stiamo vincendo». Le parole “terrorismo” e “sicurezza” – anche se usate in buona fede, per difendersi dalla classe media armata e non dagli immigrati siriani – sono rischiose, perché funzionano gulag concettuali, incapaci di inquadrare e smantellare la violenza del razzismo strutturale, del patriarcato, della xenofobia e della povertà. Certezze non ne abbiamo, ma anche i più volenterosi tra noi hanno il dovere di analizzare la realtà delle cose, e non confidare solo nel buon senso delle autorità.

 

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