America, Articles in Italian

Contro Sanders, Hillary sfodera 50 Cents e Snoop Dogg

Non è esattamente una storia da prima pagina, ma ci sarebbe da parlare di quanto siano fiacchi gli endorsement di Hillary Clinton in questo periodo. In proporzione alla potenza di fuoco finanziaria e mediatica del probabile vincitore delle primarie democratiche, non ce n’è stata una finora, di sponsorizzazioni in suo favore, degna di nota, originalità o convinzione.

L’ultimo appello a favore della candidata alla Casa Bianca, in ordine di tempo, è quello del terzetto  di cantanti hip-hop incanutiti (a 40 anni nel settore si è già vecchi) come 50 Cent, Ja Rule e Snoop Dogg, ed è davvero il più esilarante di tutti. «Penso che lei sia stata già presidente, una volta. Capisci cosa intendo?», fa sapere il primo, e a questo punto uno sguardo retrospettivo sull’ex segretario di Stato americano è d’uopo. Solo pochi anni fa Clinton rivendicava con orgoglio la sua alleanza politica con Mary “Tipper” Gore, moglie di Al, nonché bigottissima paladina dell’America bianca, fondatrice del Parents’ Music Resource Center (il logo del parental advisory che trovate sui dischi “volgari”, in tutto il mondo, è roba sua). «Veleno che stava colando nella testa di quei bimbi… violento, degradante, sessualmente esplicito»: così Clinton definiva il rap, in un’autobiografia del 2006 (It Takes a Village, pp. 249-250).

E pensate che Clinton faceva riferimento alla musica degli Ottanta, quella dei Public Enemy e di Mc Hammer, per intenderci, assai meno sboccata di quella odierna. Cos’è cambiato? Semplice: i portafogli. E già, perché i rapper della generazione di Mtv Yo!  da pezzenti son diventati miliardari, patron di brand galattici come Dr. Dre e le sue sciccosissime cuffie, e si sa che il cuore dell’entertainment americano, liberale sui diritti civili ma preoccupato delle aliquote fiscali, batte sempre moderato. Poco importa che Clinton sia di par suo un’altra bigotta, fatta e sputata – a tal punto da introdurre al Senato, circa dieci anni fa, un disegno di legge pensato per Grand Theft Auto, che avrebbe dovuto bloccare l’uscita dei videogiochi più cruenti (ma finito, come gran parte dell’azione legislativa dell’allora senatrice di New York, in un grande buco nero).

Un’autobiografia di Hillary del 2006.

Aldilà di questi vuoti di memoria, resta il fatto che le motivazioni dei rapper clintoniani sono maestosamente scialbe – scialbe persino per gli standard delle primarie, dove notoriamente non si discute di filosofia e anarchismo: secondo 50 Cent – all’anagrafe Curtis James Jackson III – il modo in cui Clinton ha gestito l’affaire Lewinski «ha reso l’amore tra lei e Bill palpabile ai miei occhi». (E qui vien voglia di tirare in ballo quella che io chiamo la Dottrina Linkedin: se una raccomandazione è troppo debole, meglio far finta che non esista).

Ja Rule, neppure un mese fa, aveva speso parole d’affetto per il repubblicano Jeb Bush, fratello di George W.: «Penso sia pure lui un buon candidato», ha detto. «Ma sapete, sono democratico, quindi sì, penso di votare per Hillary». Establishment rappers. Cosa potevamo aspettarci? Non che qualcuno debba perderci il sonno, ma durante l’ultima tornata elettorale pure 50Cent e LL Cool J furono listati tra le celebrità nere e conservatrici. In un’intervista del 2005 con GQ, 50 Cents definiva il presidente Bush «fantastico… un gangsta. Voglio incontrarlo… stringergli la mano e dirgli quanto di me vedo in lui». Passò con Hillary nel 2008. Vuoi vedere che abbiamo trovato in lui lo swing voter originario?

Poi, se parliamo di femminismo, come non pensare a Snoop Dogg? «Anche solo avere una donna che parli da una prospettiva globale rappresentando gli interessi dell’America, beh mi piacerebbe vederla, una cosa del genere. Dunque sì, voterò la signora Clinton», ha dichiarato l’autore di omaggi deandreiani come Gin And Juice. Ma per carità, non è snobismo il nostro: forse ha ragione la scrittrice Julie Bindel quando dice che canticchiare testi su bitches and whores non la rende meno femminista di altri, e che una vita di purezza ideologica, senza contraddizioni goderecce sarebbe grigia e noiosa. Ma forse questo spiega anche perché, in una campagna che Clinton poteva dominare e invece non sta riuscendo, in mancanza di ragioni che non siano “votate il meno peggio”, le femministe aziendali stile Lena Dunham siano diventate così aggressive.

Tipper Gore al tempo delle sue battaglie contro il rap.

Vuoi vedere che tutto è nato come risposta a Bernie Sanders, il candidato outsider preso in giro dalle hezbollah pro-Clinton con il dispregiativo di “brocialist” (portmanteau di “bro” e “socialist”), e recentemente fotografato in compagnia del gigantesco Killer Mike, il rapper duro e puro da Hotlanta, Georgia? Chissà. Eppure ci fu un tempo, non troppo lontano, in cui la leadership democratica faceva di tutto per evitare il mondo rap, come la nobiltà meneghina evitava gli appestati nel Seicento. Quando, nel 1992, l’artista hip-hop Sister Souljah se ne uscì con una sparata incredibilmente cruda in sostegno alla rivolta di Los Angeles, Bill Clinton alzò la cornetta e la fece espellere dalla Rainbow Coalition del reverendo Jesse Jackson. E da allora, nello slang politico statunitense, è definito come “momento Sister Souljah” quell’attimo in cui un politico progressista ripudia un suo seguace troppo estremista, o un gruppo, o una dichiarazione pubblica che potrebbe fargli perdere voti tra i cittadini pudibondi. Bill avrebbe presenziato all’esecuzione di un disabile in Arkansas pur di vincere le primarie, e con Hillary avrebbe stilato leggi carcerarie tra le più dure della Storia – principale causa dell’altissima detenzione di neri poveri. Ma, ciò nonostante, i neri avrebbero continuato a far confluire voti sulla coppia dei Clinton.

Bernie Sanders con Killer Mike, in Atlanta, Georgia.

Oggi la favorita per la nomination democratica ha connessioni profonde, assai più profonde di Sanders con la classe politica nera – l’approccio vellutato del movimento di protesta Black Lives Matters nei confronti di Clinton lo dimostra – e con l’industria dello spettacolo – che sgancerà assegni milionari. Non entusiasma, ma riesce a tenere buona la base e a rassicurare Wall Street. È importante ripetere ancora una volta che Bernie non è un Messia, e nella migliore delle ipotesi la sua missione si concluderà traghettando concetti e posizioni impensabili fino a ieri sulla sponda mainstream di Hillary; i timidi ripensamenti di lei su Trattato Transatlantico e brutalità poliziesca sono senza dubbio un segnale che qualcosa si è mosso. Ma a che profondità? Clinton è specializzata in bugie e giravolte – le sue memorie sono lì a testimoniarlo – e non c’è da illudersi troppo. In fondo, se persino Ice Cube s’è trasformato da cantastorie armato in un pacato testimonial pubblicitario, sarebbe il caso di mettere sullo stesso piano non solo l’ipocrisia dei bollini paternalistici, ma anche quella di chi crede nel potenziale rivoluzionario della musica.

 

Advertisements
Standard

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s