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Hillary e Sanders: tutto il resto noia. Considerazioni sparse sul dibattito dei Dems

Per chi avesse sette-otto minuti da perdere, qualche impressione sparsa dal primo dibattito televisivo tra i 5 candidati Democrats in vista delle primarie:

  1. Il confronto è stato introdotto, come vuole tradizione, dall’inno nazionale, questa volta cantato live (orribilmente) da Sheryl Crow. La dimensione patriottica è e resterà ancora a lungo centrale in questo sistema bipartisan, e la cosa non ci può che risultare indigesta;
  2. È stato solo Clinton-Sanders, tutto il resto era noia e appiattimento mortali: dite quello che volete, ma io continuo a preferire la nostra barocca e volgarissima democrazia mediterranea;
  3. L’etichetta “socialista” non è più radioattiva: un po’ di merito va Obama, imperatore borghese ma di grande cultura, che deo gratia non l’ha messa alla berlina come i suoi predecessori, ma ancora di più alle minoranze resistenti di questi anni. Per i Difensori dell’Esistente è onanismo nostalgico. Per il sottoscritto, un passo simbolico importante;
  4. Non c’è bisogno di intrupparsi con i volontari pro-Hillary o pro-Bernie per ammettere che i Dems sono sembrati più coesi dei Repubblicani. Il livello della discussione è apparso infinitamente più raffinato e pregnante rispetto alla barbarie delle destre, e questo ha fatto andare in bestia i commentatori della Fox a libro paga dei repubblicani (non fatevi illudere da chi ne tesse lodi di professionalità);
  5. Non che quelli della CNN (che ha moderato il dibattito) siano meglio: la vulgata provinciale italiana li vuole sì cattivelli ma più seri dei corrispettivi nostrani: no, sono più sciocchi, incapaci e ambigui dei mezzibusti berlusconiani. Qualche posizione liberal qua e là non li rende meno robotici. Fatevene una ragione. L’ignoranza di Don Lemon farebbe impallidire certi grillini;
  6. Hillary ha una colossale faccia tosta: mirabolanti i suoi voltafaccia su immigrazione (nel 2003 era contraria alla patente per gli undocumented) e matrimonio gay (nel 2004 considerava il matrimonio “unione sacra tra un uomo e una donna“), per opportunismo ha cambiato idea sul Trattato Transatlantico, e proprio lei, che è stata col marito una delle responsabili dell’incarcerazione di massa negli anni Novanta, dice di voler riformare il sistema giudiziario. Tra i pochi punti dov’è rimasta coerente e credibile negli anni è la fedeltà al Patriot Act e l’ostilità a Edward Snowden. Resto dell’opinione del mio amico Doug Henwood quando la definisce un falco in politica estera, conservatrice in economia, paracula sui temi culturali: vincerà lei. Per i numeri del suo esercito e per diritto dinastico;
  7. Sanders, mentre pronunciava parole tabù come “rivoluzione” e “classe lavoratrice”, è stato un galantuomo nel concedere a Clinton l’armistizio sullo scandalo delle email (“Gli americani sono stufi” di questa polemica, ha detto). Finisce qui la sua corsa. Nessuna sorpresa: il suo è un gioco calcolato: alla fine il posto che gli spetterà sarà quello di teodoforo avanguardista delle istanze di giustizia sociale, ma nulla di più. Nella migliore ipotesi, si ritirerà verso la fine delle primarie e le sue posizioni verranno “riassorbite” da Clinton che dirà: ‘OK, recepito il messaggio, grazie tante”. Convoglierà i suoi voti verso Hillary, che gli concederà l’onore delle armi con una posizione di rilievo nella futura squadra presidenziale. Per non compromettersi la pensione, del resto, si era già rimesso parzialmente in riga chiamando “un dittatore comunista defunto” Hugo Chavez. I limiti di Sanders sono quelli del sistema dove si muove: non poteva essere un messia, ma un’assemblea ambulante portatrice di tematiche originali e dimenticate.

Insomma un po’ plastificata e un po’ gattopardiana, dove tutto sembra cambiare per non cambiare nulla, con una minoranza di combattenti indefessi che tra repressione e censura sono i responsabili delle rivoluzioni vere, sul lavoro e nel sesso, questo e non altro è la democrazia americana.

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