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Roma è al bivio tra gentrificazione e surrealismo fascista

Il Giubileo straordinario, con tutta probabilità, è stato il regalo che il papa gesuita aveva deciso di fare alla corrente Curia più conservatrice e traffichina della Curia romana: un contentino per bilanciare le sue istanze pauperiste, l’opportunità di un “liberi tutti” che consentisse qualche mese di affari e impinguamento. Inutile dire che, per funzionare, questo piano prevedeva quanti meno ostacoli e disturbatori possibile – soprattutto tenendo conto dei rapporti morbosi tra immobiliaristi e editori, prestatori di capitale e gerarchie ecclesiastiche da sempre radicati nell’Urbe.

Occhio al tranello: tutti, a destra e a sinistra, erano felici per un grande evento che portasse visibilità e consenso ai soliti noti, ai pietosi salotti veltroniani come ai caldarrostai cattolici e fascisti; quello di cui avevano bisogno era di un pacato smistatore di assegni e consulenze, possibilmente meno grottesco di Alemanno e irreprensibile nella comunicazione come i suoi predecessori Walter e Francesco “Ciccio” Rutelli.

Non tutte le ciambelle riescono col buco, però, e l’esperimento è sfuggito di mano a questi maldestri emuli del Principe di Machiavelli (o sarebbe meglio citare il Principe di Sansevero, che faceva scherzi di alchimia sulla pelle di straccioni e oziosi). Con Roma la dirigenza PD e “Repubblica” sono riusciti nel capolavoro che non gli è riuscito nella tanto disastrata Napoli: spianare la strada alle destre e ai grillini, costringere gli elettori del centro sinistra, fra un anno, a dover scegliere tra la figura di un qualche sceriffo ed un millenarista Cinque stelle. E tutto questo perché parte dell’opinione pubblica di sinistra ha abboccato ai propri istinti forcaioli. E sì perché, fatta salva la candidatura di un qualche Bloomberg ricottaro da parte delle destre – un’emanazione di palazzinari e della nobiltà in bancarotta – e scongiurata la possibilità che la sinistra si organizzasse con un qualche nome di rilievo proprio ora che ci sarebbero gli spazi, gli elettori progressisti si ritroveranno quasi certamente a dover scegliere tra un sindaco grillino che sponsorizzi conferenze sulle scie chimiche l’anno del Giubileo – un’eventualità che il buon Bifo applaudirebbe come surrealismo – oppure una sorta di Rudy Giuliani alla Capitale, il solito uomo del Fare, dell’Ordine e del manganello che piace un po’ a tutti, con un tocco di veltronismo qui e là e qualche corsia preferenziale per sedurre gli ultra-ricchi. Era questo, e non altri, il motivo principale per cui dovevano starci a cuore le sorti del vanesio chirurgo: evitare che anche Roma, dopo Milano, Firenze e Bologna, diventasse la prossima tappa della gentrification farinettiana.

Dicevamo di Napoli. La svolta più inaspettata di questa vicenda è questa: che se la Capitale è stata trasformata dall’incompetenza di un partito e dalle pressioni lobbistiche in un laboratorio incerto e pericoloso, la grande malata d’Italia, la città del milione di disoccupati e della più grande organizzazione criminale d’Europa prosegue un percorso di dignitosa autonomia.

Badate bene: la squadra di Renzi a Palazzo Chigi è da sempre poco “romana”, per provenienza e formazione, il suo cerchio magico parla fiorentino e inglese britannico. E c’è la componente campana, che non vede l’ora di ritornare al Sud in funzione dirigenziale, di riprendersi quello che aveva perso durante e dopo Bassolino. Questo gruppetto non ha mai smesso di speculare sulle sciagure della vicina Napoli, augurandosi disastri e tracolli che gli consentissero di ripresentarsi da cavalleggeri – senza successo. Già, perché dopo 10 anni di degrado e incuria amministrativa Napoli sta gestendo la sua “normalizzazione” con difficoltà e ritardi, ma senza traumi, e senza lasciare un centimetro di spazio al recupero di un PD ancora allo sbando.

De Magistris è un Masaniello di dubbia retorica e visione, ma nel suo isolamento ha tenuto botta, incredibile a dirsi ha il sostegno della sinistra e dei movimenti, mentre i democratici napoletani rimangono una serie di gagà in competizione tra loro, avvelenati da invidie e rancori personali; alle scorse primarie regionali il guappo de Luca ne ha fatto giustamente quello che voleva. Per quanto possa risultarci indigesto De Magistris, col suo facile populismo, non c’è dubbio che la nomina da parte del governo di un commissario straordinario per Bagnoli – da cui si è dissociato persino un fedelissimo renziano come Nicodemo – non è altro che un tentativo di guerriglia politica, per sottoporre ad amministrazione controllata una città non allineata al patto del Nazareno e non ancora a rischio grillino, limitandone ancora di più la democrazia locale. Non servirà, e probabilmente alle comunali del 2016 i piddini saranno costretti a riesumare l’odiatissimo Bassolino per avere qualche chances di vittoria. Chissà se basterà.

E Roma, che è stata trattata come un piccolo paese di provincia nello scacchiere di una dirigenza incompetente, rischia di risvegliarsi con una terapia molto più brutale. L’arrivo del “badante” Gabrielli, accolto con ironia da parte di molta sinistra, non è che parte di questa strategia ben precisa, di utilizzare il dissesto finanziario e amministrativo per mutare radicalmente una città, sconquassare i suoi vecchi patti sociali, trasformare le fette di territorio improduttivo in praterie per speculazioni inusitate. Qualcosa che, spostandoci oltreoceano, città notoriamente anarcoidi come Detroit e New Orleans conoscono molto bene: abbandonate a loro stesse durante la tempesta, lasciate affondare mentre i capri espiatori divenivano gli amministratori locali, ristrutturate con la cacciata dei ceti improduttivi e dei più poveri, fino a risultare irriconoscibili. Ma qui ci allontaniamo verso un’altra storia.

Nel tiro a segno contro Marino “Repubblica” si è decisamente “fattizzata”: la storia su una bottiglia di vino di 55 euro gettata in pasto alla barbarie pubblica, addirittura notizia di apertura sul sito, mentre sulle tragedie dell’immigrazione e della guerra l’approccio era quello pietoso-aneddotico (l’occhio della madre, la galleria di foto,etc.) perché, si sa, di firme capaci di una disamina non banale ce ne sono poche, e vanno pagate. L’ormai ex sindaco ha compiuto errori di leggerezza e sopravvalutazione delle proprie forze. La nomina di un provocatore come Stefano Esposito mi è sembrata inspiegabile. Ma per giorni la stampa nazionale, seguendo non si sa quali pulsioni, si è trasformata nel Corriere di Poggibonsi e non lamentiamoci se molti, d’ora in poi, l’analisi politica se la faranno fare dai 17enni su Youtube.

Siete proprio sicuri, cari amici romani progressisti, che quello che volevate fosse solo una città più pulita e vivibile con un sindaco onesto, e non un fortino robotizzato dov’è controllato ogni singolo scontrino della “casta” e ogni metro di spazio pubblico? Che il vostro problema antropologico fossero i Casamonica – un funerale pacchiano sfuggito dal controllo poliziesco – piuttosto che l’aver introiettato la forca e l’indignazione da ufficio? Una mutazione che, temo, non farà altro che accellerare la trasformazione di Roma in una vetrina per turisti e ricchi, ancora di più di quanto non lo sia già.

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