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Scusaci, principessa

Nel settembre del 1997 ci apparve un episodio memorabile nel giornalismo italiano. “Scusaci, principessa” fu il titolo de L’Unità all’indomani della morte di Diana Spencer nel tunnel dell’Alma a Parigi. Le prime indagini e la vulgata comune davano la colpa ai giornalisti, e il quotidiano che un tempo fu dei lavoratori e degli oppressi bevve per intera quella storia. Quasi vent’anni dopo uno dei due direttori, Peppino Caldarola, avrebbe addossato la colpa sull’altro, Piero Sansonetti, e sui malanni (“Quella domenica ero a casa con una febbre alta che mi perseguitava”, “[N]on ricordo se Piero mi disse il titolo che aveva in testa”), ma è chiaro che la preoccupazione del giornale era già allora quella di essere, terribilmente e mediocremente, come tutti gli altri.

Oggi “l’Unità” viene preso in giro quasi all’unanimità: le sue prime pagine sono un misto tra esaltazione dell’esistente e dosi scriteriate di ottimismo – “Ficata questo” e “Bene quest’altro” – le sue “scintille” capolavori di anti-humor. Mentre un pubblico ministero ha chiesto otto mesi di reclusione per Erri De Luca per aver detto che “La TAV va sabotata”, Fabrizio Rondolino, ex consulente di Daniela Santanché durante le primarie del Pdl, uno che su Twitter invita a manganellare gli insegnanti e altra roba del genere viene invitato come opinionista in quella che un tempo fu la voce ufficiale del Pci.

Ma molti tendono a dimenticare che il quotidiano fondato da Gramsci anche in passato non è che fosse sempre un baluardo di libertà e coraggio. Il motivo principale che spinse i dissidenti del “Manifesto” a scindersi e fondare un giornale fu proprio il conformismo nei confronti dell’Urss (e il compagno Ingrao, dispiace doverlo dire, non se ne interessò più di tanto). Fino alla metà dei anni Settanta il Comitato Centrale invitava la redazione a gettare merda sugli scrittori sovietici dissidenti: “Pubblicare… gli aspetti negativi della personalità”, si deliberò durante il processo a Sinjavskij e Daniel; un «Provvedimento per screditare Solgenitsin e i suoi scritti antisovietici» fu ordinato con urgenza da Jurij Andropov, allora direttore del Kgb. Ancora nei Settanta i gruppi autonomi e gli indiani metropolitani venivano impallinati come fascisti reazionari.

E se il razzismo di Calderoli vi sembra inusitato, appena dieci anni fa così si esprimeva, nell’indifferenza generale, la scrittrice Lidia Ravera: “Condoleezza Rice, certamente afflitta da una vita di mestruazioni a cui, probabilmente, data l’età, è seguita la mai troppo rimossa menopausa […] con quelle guancette da impunita, è la “lider maxima” delle donne-scimmia. Personalmente, anche se è maschio, preferivo Colin Powell.”

Insomma, tempo e distanza ci fanno spesso idealizzare le cose belle che non furono, e confondere le virtù etiche con quelle eretiche. Con tutto il rispetto per chi oggi vi lavora, quello che ci manca della vecchia Unità sono le grandi inchieste (indimenticabile quella di Tina Merlin sul disastro del Vajont) e connessione d’intenti con gli sfruttati. Venuta meno la connessione, finiti i soldi per le grandi inchieste, è davvero arduo chiedere ad un giornale di partito di essere qualcosa in più della propaganda.

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