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Cui prodest /3. Il punto su Black Lives Matter, Clinton e Sanders

Ricapitoliamo. Quattro mesi fa, quando aveva annunciato ufficialmente la sua candidatura alle presidenziali americane, Hillary Clinton sembrava non avere ostacoli: troppo forte il suo nome (o per meglio dire il suo “brand”), troppo forti e semplici le parole d’ordine che i suoi sostenitori, gli hillarites, ripetono come un mantra: è giovane, ha esperienza, è il suo turno. Nessuno di questi tre punti ha ragione d’essere, ma non è questo lo spazio per parlarne. Quello che importa è che la partita sembra già vinta, e ancora oggi la prospettiva è quella di un confronto tra “parenti di”: Clinton contro Bush, alla faccia del pluralismo della democrazia. Il campo repubblicano, intanto, è occupato da fenomeni da baraccone (Scott Walker, Rick Perry) e Donald Trump si è messo in mezzo sparigliando le carte e trollando a destra e a sinistra, costringendo molti ad ammettere di aver chiesto più volte favori, in passato, a questo vile ciarlatano.

Però poi è successo che il principale avversario di Clinton, il senatore del Vermont con simpatie socialiste Bernie Sanders, si è dimostrato qualcosa in più di un diversivo. Riesce a radunare folle strepitose, e gli ultimi sondaggi lo danno clamorosamente in vantaggio in un tradizionale fortino democratico (e clintoniano) come il New Hampshire. Le speranze di una sua nomination restano fioche, ma ho sempre creduto che Bernie potesse essere il volano di buone idee, un vero disturbatore per Hillary, e l’inizio di una piattaforma di discussione che possa durare nel medio-lungo termine.

Il guaio, se così vogliamo chiamarlo, per Bernie è sorto proprio nel momento in cui la sua candidatura stava apparendo più concreta del previsto. C’è un movimento, il più importante al momento a sinistra negli Stati Uniti, che da qualche settimana non gli da pace, e in un paio di occasioni ha fatto capolino durante i suoi rally e gli ha pure tolto la parola. È successo in Arizona e poi, in forma più eclatante, a Seattle. Il movimento è Black Lives Matter, sorto sull’onda rabbiosa dell’assassinio di Mike Brown e rafforzatosi dopo ulteriori episodi criminosi che hanno visto protagonisti la polizia americana e vittime afro-americane, spesso disarmate o decedute in circostanze inspiegabili. Quando andai a fare un reportage da Ferguson, Missouri, nel settembre dell’anno scorso, quelle tre parole magiche, che in italiano si possono tradurre con: le vite dei neri contano, venivano scandite all’unisono da una folla che attraversava la città assediata, controllata fino all’ultimo centimetro dai poliziotti in stato di guerra. Anche allora si era capito che i giovani in piazza non avevano voglia di rispettare i caporioni religiosi e le loro scalette un po’ fasulle, la loro retorica di pacificazione universale.

Anima e fondatrice del movimento è una giovane attivista, Alicia Garza, ma BLM è orizzontale, decentrato, spontaneo. Le “sedi” locali – o chapters, in slang Usa – se così si possono definire raggruppamenti spontanei senza quartier generale né gerarchia, sono sorte un po’ ovunque nel Paese. A volte composte da una manciata di persone, come nel caso di Seattle, dove la pagina Facebook della sezione locale è sorta giusto qualche ora prima dell’azione dimostrativa, e sul palco a disturbare Sanders erano salite soltanto due giovani ragazze.

Cosa chiedevano alla platea di Seattle, prevalentemente democratica e bianca? Di parlare per qualche minuto dell’oppressione sistematica dei neri d’America, e di osservare qualche minuto di silenzio per Mike Brown (si avvicinava l’anniversario della morte). Parte del pubblico ha reagito con applausi. La maggioranza con fastidio, e ha fischiato le attiviste.

Nei giorni scorsi, come sa chi legge questo blog, ho difeso BLM, perché è la cosa più vicina alla nostra Autonomia che mi sia capitato di vedere da ‘ste parti – orizzontale, decentrato, spontaneo. E non mi sta bene leggere i commenti dei fan di Toni Negri che accusano BLM di scarsa realpolitik di classe, solo perché ha l’ardire e l’ingenuità di interrompere un  candidato che sarà pure radicale per gli standard americani, ma è pur sempre un senatore del Vermont. Le contraddizioni sono necessarie, la sinistra identitaria non sarà perfetta ma ricordiamo che Occupy – un movimento quasi esclusivamente bianco e marxista e con un nemico bene chiaro in fronte – dopo le iniziali intuizioni si trasformò in una serie di accampamenti di zombie con patologie psichiatriche (non è colpa loro, ahimé: questa è la vita ai margini in America).

Detto ciò, è giusto anche chiedersi: perché nessuno sale sul palco di Clinton e la contesta? Perché l’ex segretario di Stato ed ex first lady, rappresentante dell’elite e di una presidenza, quella del marito, che più di tutte forse ha trasformato gli Stati Uniti in una democrazia poliziesca, con le minoranze e soprattutto i neri maggiormente penalizzati, non subisce azioni di disturbo come Sanders? Fa un certo effetto vedere Clinton trincerarsi nel suo quartier generale a Brooklyn, protetta da centinaia di poliziotti, ricevere una soffiata da un giornalista di New Republic (rivista amica) su una possibile azione disturbatrice di BLM, avendo così tutto il tempo di chiudere le porte e lasciare i contestatori fuori durante una conferenza, solo per poi riceverne i rappresentati in separata sede, in un clima di concordia e dialogo. Hillary non se la merita, tutta questa educazione. Non se la merita sopratutto se a venire contestato è, contemporaneamente, un candidato molto più a sinistra di lei.

Ma andiamo con ordine. C’è un trend che accompagna Clinton: la sua popolarità cresce quando non è al centro della scena, e precipita quando è invece visibile. Lo dimostrano dei grafici di Gallup. È successo così nel 2008: in crescita subito dopo il ritiro dalla campagna presidenziale, ancora popolare durante il ruolo di segretario di Stato (non così visibile rispetto al presidente), e poi in declino di nuovo non appena è entrata nella corsa per le elezioni del 2016.

Le azioni di disturbo al suo principale avversario “interno” (per modo di dire: Sanders cerca la nomination dei Democratici, ma finora era stato indipendente) le fanno certamente comodo. Hillary sa essere una vera incantatrice di serpenti quando vuole, ma a venirle incontro c’è sicuramente anche una struttura organizzativa formidabile, i servizi segreti (nessun complotto qui: ogni candidato alle presidenziali ne fa uso) e i giornalisti suoi alleati (che non si contano). Il problema è che c’è qualche conto che non torna nelle azioni degli “autonomi” di BLM, in particolare nell’episodio di Seattle contro Sanders e nel successivo amorevole incontro con Hillary.

Huge thanks to everyone tweeting about#HollupHillary action. We’ve gotten the attention of @HillaryClinton’s staff & they are working w us.”

Questo è quanto twittato dalla sezione di BLM di Boston subito dopo l’incontro con Clinton. Un tweet che puzza perché, stranamente, non c’era stato alcun hashtag #HollupHillary prima di allora. Possibile dunque che lo scambio di opinioni pacifico con Hillary fosse studiato a tavolino? Che l’azione di disturbo alla candidata numero uno fosse una messinscena, e in realtà tutto doveva portare ad una formale alleanza tra Clinton e il movimento, facendo così passare il candidato maschio e socialista per insensibile alle tematiche razziali? Tra l’altro, pare che una delle due ragazze che hanno assaltato (pacificamente) il palco di Sanders a Seattle si vantasse d’essere una sostenitrice di Sarah Palin nel 2008. Un’attivista nera, fan della Palin? Questo è sì complottismo, ma il risultato è che, mentre Sanders parla di estensione dello stato sociale, di politiche anti-povertà e ingiustizia strutturale, Clinton scatta selfie con Kim Kardashian e suo marito senza nemmeno una pernacchia di sottofondo.

In ogni caso, qualunque siano i limiti politici di Sanders (e sono diversi: partecipò sì alla marcia di Washington con Martin Luther King nel 1963, ma dieci anni dopo scriveva deliranti racconti sulle fantasie di stupro delle donne, e più recentemente le sue posizioni su Palestina, immigrati e legalizzazione della marijuana hanno fatto storcere il naso alla sinistra) c’è da dire il principale problema del senatore è quello di non essere né particolarmente brillante né furbo. Durante le interruzioni sul palco di Seattle ha mostrato ahimè tutti i suoi 73 anni: era impacciato, infastidito, imbarazzato. Hillary, nel frattempo, la vera candidata dell’élite, le cui donazioni per la campagna elettorale arriveranno a cifre stratosferiche, risolveva il problema scrivendo quelle tre paroline magiche (Black Lives Matter”) in un tranquillo scambio di messaggi su Facebook con un giornalista simpatizzante (in gergo calcistico si direbbe: tiro telefonato).

Immaginiamo solo per un momento come Bill Clinton avrebbe gestito un’azione di disturbo come quella di Seattle (ammesso che ne avesse mai ricevuta una, lui che era il presidente più amato tra i neri). Avrebbe sedotto, invitato al dialogo, e totalmente co-optato la situazione. Sarebbe stata tutta una grande bugia, ovviamente. Ma un politico più furbo e abile avrebbe fatto un migliore lavoro di quello di Sanders senza bisogno di mentire, e forse anche qualche progresso politico concreto. Insomma tutto questo fa presagire una fine piuttosto ingloriosa per la campagna del senatore – aldilà dei sondaggi e delle folle che pure sono segnali positivi.

 Il confronto tra Sanders e BLM ci consegna infine ad un dibattito assai delicato, ma importante, nella sinistra americana di questi anni, quello tra cultura dell’identità e cultura radicale, tra nuovi paradigmi della protesta e linguaggio tradizionale. Due scrittori afroamericani di solito molto duri nei confronti della sinistra, Bruce DixonDouglas Williams, hanno in separata sede criticato BLM definendolo come un guazzabuglio di nuovo gergo “identitario”, pose ultra-radicali, politiche da partito Democratico e Ong, e slang da hip-hop (#BowDownBernie, inginocchiati Bernie, era un riferimento a “Bow Down” di Beyoncé, idolo del movimento). Ma ancora una volta, non bisogna fare a) l’errore di considerare BLM come un corpo unico e b) i vent’anni di emarginazione e silenzio della comunità nera tra la fine dei Black Panther nei Settanta e le complicità dei leader religiosi e politici durante le presidenze Clinton e Bush: il furore e le confusioni di oggi nascono anche da lì.

Ma soprattutto, la vicenda attuale ci ricorda ancora una volta perché nelle presidenziali americane non c’è spazio per la sinistra, così come la conosciamo in Europa. Gli americani saranno anche meno refrattari alla parola socialismo di quanto si creda, ma a livello organizzativo e ideologico la sinistra è ancora troppo debole, e con la tendenza a farsi sfasciare dal caos e dal compromesso. Non sono  le elezioni presidenziali il momento per creare un movimento duraturo: forse portare sul piatto qualche parole d’ordine nuova, qualche argomento, ma la pressione a salire sul carro del vincitore probabile (in questo caso Hillary) è troppo forte. Per concludere con ironia, il presidente americano è – come dicevano i vecchi spartachisti della Quarta internazionale – l’amministratore delegato della borghesia mondiale, e questo prevarrà sempre. Sulle cose più importanti.

L’unica speranza è: dal momento che Hillary adesso frequenta i Kardashian, non potremmo avere un Kanye ad interromperla, prima o poi?

 

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