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Un altro pippone su Mad Men (dalla parte di Betty Draper)

[C’è bisogno di scrivere SPOILERS WARNING?]

[sarcasmo] Visto che non ne parla nessuno [/sarcasmo] vorrei parlare del finale di Mad Men, che è una delle pochissime serie tv che ho seguito davvero (le altre sono Louis CK e Breaking Bad).

Lasciamo per un attimo perdere Don, che rappresenta l’utopia emancipatoria che si redime in un messaggio pubblicitario, in egocentrismo creativo. Don, che tornerà più reinvigorito che mai dalla comunità umanista di Esalen e creerà la storica reclame di “I’d like to buy the world a Coke” (“It’s The Real Thing!”), sarà uno di quelli che non si lasceranno distruggere dai Settanta e sarà vincente anche negli Ottanta, e tra i più rispettati. Il suo è un individualismo robusto e intelligentissimo, che sa fare bene i conti con i propri limiti e le possibilità di applicare la propria intelligenza in campi produttivi che non costringono all’impazzimento della marginalità. Lasciamo perdere anche Pete Cambell, uno dei protagonisti più originali, secondo me, e soprattutto nelle prime 2-3 stagioni, per come ha fatto evolvere e sfumare il suo fascismo interiore, che alla fine si avvia, stupratore impunito, con moglie e figlioletta verso una tranquilla mediocrità nel Midwest.

Lasciamo perdere, soprattutto, le due parabole più deludenti: Joan e Peggy, che alla fine trovano la loro realizzazione personale nell’unica religione dove la loro identità poteva esprimersi – quella del Lavoro -, con la seconda che addirittura risolve la sua incompletezza con una scialba telefonata al collega (l’artificio retorico dell’ “era davanti a me tutto il tempo”). Come per dire: l’emancipazione femminile è completa solo fondando la propria azienda o trovando un partner che ci capisca fino in fondo, perché condivide il nostro stesso habitat.

Quello di cui vorrei parlare è invece il modo in cui Betty Draper gestisce le sue ultime apparizioni, che a me ha particolarmente colpito. La sua fine potrebbe facilmente passare come la misoginia definitiva dello show, ma secondo me c’è un’altra prospettiva da cui guardare la sua storia. Per l’intero show lei è stata inasprita dalla rabbia, cercando di venire premiata per un ruolo sociale che era ormai decaduto, ed aveva sempre fallito. Per ovvi limiti lei non poteva fare quello che facevano Joan e Peggy – evolvere su per la scala sociale riadattando la loro vita privata, quando esisteva, alle necessità del capitalismo in espansione; lei si limitava a resistere, lottando contro la marea. Ci sono stati due momenti in cui le era sembrato di vedere un altro mondo possibile – quando pensò di poter diventare una donna forte della destra provinciale e, all’opposto, quando raccolse gli hippie fuggitivi per strada – ma lo show li ha lasciati cadere entrambi.

Ad un certo punto, durante la prima stagione, Betty è in profondo lutto per la morte della madre. Cerca di vedere uno psicologo (uno “strizzacervelli”, si diceva allora), ma tutti la trattano come un’isterica. Roger Sterling tranquillizza Don dicendo che orsù, le donne cercano i terapisti perché è la moda dell’anno (era il 1960). Quando, un decennio dopo, lei si iscrive all’università e sale le scale per seguire una lezione su Freud – qui i simboli si sprecano – viene colta da un collasso che prelude alla diagnosi di un cancro incurabile. No, le donne non sono sempre “isteriche”. E se anzi – tremo a dirlo da anarchico anti-patriarcale – fosse stata davvero lei la “real thing”?

Verso la fine, Betty accetta i suoi limiti con una sorta di risoluzione stoica: non c’è reinvenzione possibile in questo capitalismo, non c’è nuovo inizio, non c’è motivo di negare l’origine del dolore, la fine è permanente. Ad un certo punto dice persino qualcosa come: “parte della mia forza è sapere che la fine è arrivata” – che non è molto diverso da quanto scriveva l’idealista inglese Francis Herbert Bradley: “Dove tutto è cattivo dovrebbe essere buono conoscere il peggio”. Lei è ahimè la vera controparte di Don, la vera refusenik dell’intera serie – a cui veniva negato il diritto di migrare verso altre piattaforme esistenziali.

Ma forse Betty avrebbe voluto leggere anche Christopher Larsh, dal momento che il ritiro spirituale di Esalen, in California – che per l’autore de La cultura del narcisismo rappresentava l’inferno in terra, il trionfo dell’egotismo americano – è il luogo dove si trova Don nel momento in cui lei, con una telefonata, si congeda e si emancipa definitivamente.

Bionda, gelida, razzista, viziata. Betty era, più d’ogni altra cosa, profondamente infelice. Ma è l’unica che abbia cercato di fare i conti onestamente con questa infelicità – che è un prodotto stranamente sovversivo, perché è l’unico che nessuno vuole vendere. Quello di Betty è un mondo di finitezza che paga con la morte – o l’eliminazione dalla sceneggiatura – la propria incapacità di adeguamento. Tutti gli altri, Don, Roger, Joan, Peggy, sono sopravvissuti perché hanno scelto di adattarsi alle regole del gioco, o di diventare tutt’uno con esso. E, parafrasando ancora una volta Larsh, forse il segreto della felicità è saper rinunciare al diritto di essere felici.

Tanto di cappello alla signora.

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