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New York: Quando “El Topo” rimase nei cinema per sette mesi

Questo che vedete in foto un tempo si chiamava Elgin Theatre, ed era uno dei cinema più memorabili di New York. Il 17 dicembre del 1970, in un’epoca in cui la città era infinitamente più sporca, caotica e pericolosa di oggi, Ben Barenholtz, il proprietario del locale, decise di proiettare per la prima volta un film ad un orario inconsulto, a mezzanotte: il film era “El Topo”, un western come mai se n’erano visti fino ad allora, diretto e interpretato da Alejandro Jodorowski, un illusionista messicano nato in Bolivia che aveva fatto cento mestieri nella vita.

Il pubblicò reagì in maniera sorprendente. Il film ebbe un successo tale che venne tenuto in programmazione sette giorni su sette fino alla fine del giugno dell’anno successivo. John Lennon e Yoko Ono se ne innamorarono, e convinsero un loro amico produttore a distribuire il film su scala nazionale. L’Elgin lanciò la moda dei midnight movies, pellicole solitamente a basso costo e di nicchia (Pink Flamingos vi dice niente?), che da allora e per tutti gli anni Settanta divennero un’abitudine del pubblico statunitense, soprattutto di quello metropolitano.

Chiunque abbia vissuto per qualche anno a Roma o a Milano avrà familiarità con il concetto di “diritto alla stupidità“, ovvero la pretesa di molti ventenni e trentenni medio-borghesi di essere in credito con la propria funzione sociale, e dunque naturalmente autorizzati a momenti di scientifica sospensione dell’intelletto. Non parlo delle serate di sfascio tipiche della cultura anglosassone, no: la gioventù postmoderna ammicca, gioca al ‘revival’, ma è cattolicamente sobria. Parlo dell’idea che i momenti di aggregazione maggiore sono quelli dettati dalla cultura di consumo, mentre qualsiasi altro conflitto è bene che rimanga nelle sfere del privato, della coppia, dell’intimità. E per le idee minoritarie non ci sono nè fondi nè mercato. L’idea fondamentale e prevalente oggi è che il lavoro è ciò che ci conferisce identità sociale, e tutto il resto è un hobby di lusso.

Forse sto divagando. Quello che vorrei dire è che spesso ho trovato giustificazioni per il mio intontimento dando la colpa alle pressioni esterne, allo stress, al “busyness” – al mestiere di essere occupati -, quando invece le ragioni stavano tutte nel non voler credere fino in fondo alla mia e nostra intelligenza.

Nella New York del 1970, una città dove i poliziotti avevano appena inscenato uno sciopero selvaggio, la spazzatura era stata abbandonata in montagne alte quanto autobus, dove venivano ammazzate mille persone al giorno e si lavorava ahimè anche più di oggi, una città che a confronto Napoli sarebbe sembrata Ginevra, centinaia di ragazzi coppie disoccupati trovavano la volontà ed il tempo per mettersi in coda a guardare un film lento, surreale e pieno di simboli incomprensibili. Cosa cercava quel pubblico? Un rito autoreferenziale come il pubblico colto che oggi guarda le retrospettive di Matthew Barney o di Bjork? Oppure ricerca di un’identità più elevata, che non fosse quella della fabbrica o dell’educazione superiore, come i metalmeccanici dell’Alfasud costretti a vedere i film di Marco Ferreri con le compagne femministe?

Sugli anni Settanta si fa spesso una retorica a basso costo, basata più sul romanticismo che sulla realtà del tempo. Non credo che allora ci fosse una “società civile” più sveglia, informata o meno indaffarata di oggi. C’era invece, credo – e me lo confermano molti testimoni dell’epoca – una maggiore ambizione dell’intelligenza, e una maggiore fiducia. Fiducia che la coda per vedere Jodorowski (o ascoltare Hermeto Pascoal, o Angela Davis, o fare il tifo per Al Pacino che fingeva una rapina alla banca) fosse parte di un parte di un processo veramente emancipatorio, per l’individuo e per la società. Emancipatorio e rivoluzionario, e non di triste e isolata rivolta, come si usa dire oggi.

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