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L’enormemente sopravvalutato Mario Cuomo

Bilancio antiretorico della star democratica degli anni Ottanta, per tre volte governatore di New York. Paladino contro la pena di morte, si distinse per l’uso spregiudicato di strumenti finanziari e fu tra i padrini del sistema di incarcerazione di massa americano. Durante il suo mandato furono costruite più celle che in quello di tutti i suoi predecessori.

Di Mario Cuomo, scomparso il 2 gennaio all’età di 82 anni, tre volte governatore dello Stato di New York, più volte possibile candidato democratico alla Casa Bianca, si sono già tessuti tutti gli elogi possibili. Il Washington Post gli ha dedicato un generoso commiato definendolo “uno dei giganti del Partito Democratico degli anni Ottanta”, che “ha contribuito a definire e difendere la corrente più di sinistra del partito […] in un’era politica complicata”. Su Il Post, Francesco Costa ha affrontato una delle sue doti più conosciute, quella dell’oratoria, analizzando il memorabile discorso programmatico che tenne alla Convention democratica del 1984. Per non parlare degli immancabili e strapaesani riferimenti delle sue radici salernitane.

Senza dubbio Cuomo è stato protagonista di prese di posizione coraggiose: contro la visione spietata della società allora in voga durante la presidenza di Ronald Reagan, e soprattutto contro la pena di morte che in quegli anni, alla metà degli Ottanta, stava tornando di moda – una posizione impopolare che tuttavia non gli costò chissà quale grande prezzo politico, come spesso si sente dire: fu al potere nello Stato più ricco ricco della costa Occidentale dall’83 al ’95, e suo figlio avrebbe avuto una brillante carriera politica, giurando per la seconda volta come governatore di New York proprio nello stesso giorno in cui il padre moriva. Campione di quel “progressismo pragmatico” sempre pronto a sfoderare compassione per i poveri senza però intaccare minimamente il “consenso bipartisan” di cui parlava lo storico Howard Zinn – ovvero la devozione di democratici e repubblicani per liberismo, militarismo ed eccezionalismo americano -, Cuomo ha vissuto in qualche modo di quella tipica ammirazione che i nostri piddini ed ex comunisti provano per i liberal statunitensi quando li paragonano alla mediocrità italiana.

Quello che segue è l’estratto di un articolo storico, Il complesso carcerario-industriale, di Eric Schlosser, pubblicato su The Atlantic Monthly nel dicembre 1998, e in cui si parla anche di Cuomo:

“Quando Mario Cuomo fu eletto governatore di New York per la prima volta, nel 1982, dovette affrontare alcune scelte difficili. Il governo statale era in una condizione fiscale precaria, la popolazione carceraria era più che raddoppiata a partire dall’approvazione della legge Rockfeller sulla droga, e il sistema carcerario era diventato pericolosamente sovraffollato. […] Cuomo era un liberal di vecchio stampo che si era opposto alle condanne obbligatorie per possesso di droga. Ma il sentimento nazionale sembrava invocare un inasprimento delle leggi sugli stupefacenti e non certo solidarietà per chi faceva uso di droga.”

Il vero problema di Cuomo è che parlava come un liberal di vecchio stampo ma, nella pratica, fece poco o nulla per mantenere alti i principi con cui si riempiva la bocca. Non fece nulla per opporsi ad un grande taglio delle tasse partorito dalla legislatura allora a maggioranza repubblicana, e modellato appositamente per i redditi più alti, anzi lo firmò prima e poi lo rivendicò quando gli convenne mettersi al passo con l’atmosfera turbocapitalista del Paese. Secondo il giornalista Doug Henwood, l’ufficio stampa di Cuomo, alla fine del suo ultimo mandato, avrebbe citato proprio l’abbassamento delle tasse per i ricchi come il risultato più grande dell’amministrazione.

Per coprire il deficit dello Stato, Cuomo si diede ad una finanza creativa che avrebbe soltanto peggiorato le cose, ad esempio vendendo la prigione di Attica a privati per 200 milioni di dollari e poi riprendendola in affitto sempre da un’agenzia esterna. Un’operazione che sarebbe costata alle casse pubbliche circa 700 milioni di dollari.

Inoltre Cuomo coordinò una grottesca ricostruzione della West Side Highway a Manhattan e un piano spietato di gentrificazione ad Harlem. Qui è difficile scindere le considerazioni politico-giornalistiche con l’esperienza diretta di vivere a New York. Fatto sta che questi due progetti furono affidati da due agenzie completamente oscure e fuori dal controllo governativo (la Hudson River Development Corporation e l’Harlem Urban Development Corporation) che avevano il potere di finanziarsi tramite prestiti e di utilizzare i ricavi per sganciare assegni e contratti ad un network potentissimo di immobiliaristi, sviluppatori e avvocati.

Cuomo aveva sulla coscienza, soprattutto, la costruzione di un bel po’ di prigioni. Egli fu, senza esagerare, uno dei padri fondatori del sistema di incarcerazione di massa e del business carcerario americano durante gli anni Ottanta e Novanta. Qualcosa che il giornalista Bob Fitch aveva soprannominato, sinistramente, il “Cuomo archipelago”.

Si legge sempre nel lavoro di Schlosser:

“Incapace di respingere le leggi sulla droga di Rockfeller, Cuomo decise dunque di costruire più prigioni. La retorica della guerra alla droga era comunque più popolare della realtà finanziaria. Ne 1981 gli elettori di New York avevano bocciato l’emissione di 500 milioni di dollari in titoli di stato per la costruzione di nuove prigioni. E così Cuomo cercò per risorse alternative”.

Il governatore decise di mettere mano alla Urban Development Corporation, un’agenzia pubblica istituita nel 1968 – nella data simbolica dei funerali di Martin Luther King – con lo specifico scopo di costruire case per i poveri. Il motivo era semplice: l’agenzia poteva rilasciare obbligazioni senza doverlo mettere ai voti.

Nonostante l’opposizione dei repubblicani che abitavano “upstate”, cioè nella parte settentrionale dello Stato di New York, “nei successivi 12 anni Mario Cuomo creò più posti letto in prigione che tutti i governatori nella storia dello Stato messi insieme”, si legge nell’articolo di Schlosser. “Il costo totale, inclusi gli interessi, avrebbe raggiunto circa sette miliardi di dollari”.

Il modo in cui Cuomo distorse la funzione dell’Urban Development Corporation attirò critiche sia da destra che da sinistra. L’allora revisore dei conti dello Stato, Edward Regan, un repubblicano, disse che Cuomo stava aggirando la volontà dell’elettorato, che si era espresso chiaramente per non spendere soldi in prigioni.

“Il boom delle prigioni di New York fu un motivo di imbarazzo per Mario Cuomo. A volte lo definì pubblicamente ‘stupido’, uno spreco immorale di denari pubblici, un obbligo a cui era stato costretto ad adempiere a causa delle leggi vigenti. Ma in realtà fu una fonte di prezioso capitale politico. Cuomo si opponeva fortemente alla pena capitale, e costruire nuove prigioni lo protesse così dall’accusa dei repubblicani di essere debole sul fronte del crimine. E infatti nel suo discorso sullo “stato dello Stato” del 1987, dopo essere stato appena rieletto con una maggioranza schiacciante, Cuomo si vantò di aver messo circa 10.000 ‘pericolosi delinquenti’ dietro le sbarre. […] Ma la proporzione di detenuti incarcerati per crimini violenti era scesa dal 63 al 52 percento”.

Dal 1983 al 1990, durante il primo e secondo mandato Cuomo, il numero di detenuti nello Stato di New York era quasi raddoppiato, ma i crimini violenti erano aumentati “solo” del 24%. Nel 1995, quando Cuomo lasciò il suo ufficio, le prigioni erano più sovraffollate di come le aveva trovate. 

Questo ritaglio è invece preso dal necrologio che l’ex direttore del Village Voice, Wayne Barrett, ha dedicato all’ “anima” del povero Cuomo:

“Incatenato ad una larga maggioranza repubblicana al Senato dello Stato, Mario ha livellato le tasse sul reddito, costruito un numero record di celle carcerarie, congelato i pagamenti del welfare, e ritoccò il budget con soluzioni temporanee e tagli chirurgici allo stato sociale. Disse di aver insegnato a suo figlio la politica della pragmatica, ma fu una lezione così distante dalla sua anima che dopo se ne sarebbe pentito. Ho scritto durante il suo primo mandato che, quando sarebbe morto, lo Stato avrebbe dato il suo nome a una prigione, ma lui finì col rammaricarsi di aver raddoppiato la popolazione delle carceri e si rallegrò quando suo figlio iniziò a svuotarle”.

Ci sono due specialità tutte democratiche in questo piccolo paragrafo: la prima è che i Dems sono sempre le vittime innocenti dei repubblicani, la seconda è che se il deludente politico democratico Pinco Pallino potesse rifare tutto daccapo, lo rifarebbe diversamente. Quante volte abbiamo sentito queste baggianate ripetute all’infinito dagli agiografi di Blair, Clinton, Veltroni, e dai loro pagatissimi consulenti.

Il vero merito di Cuomo fu quello di aver messo il suo veto a molteplici tentativi di reintrodurre la pena di morte nel suo Stato – tuttavia anche con la vittoria del repubblicano George Pataki la pena capitale non entrerà mai in effetto: la New York Court of Appeals l’avrebbe dichiarata incostituzionale nel 2004. Sarebbe stato, molto probabilmente, un presidente più umano e competente di Bush padre.

Ma dopotutto, il motivo per cui Cuomo è tanto popolare è perché il suo successo è legato a quello della città che negli anni Novanta e Duemila ha guidato la rinascita degli Stati Uniti: New York. Il cui trionfo era radicato profondamente – se non interamente – nell’ineguaglianza. Il tandem Cuomo padre – Giuliani, e poi Cuomo figlio – Bloomberg, questo è stato: un’idea di sviluppo basato sulla distruzione delle attività manifatturiere e la loro sostituzione con una manciata di lavori nella finanza e nei servizi per l’elite, incredibilmente ben pagati, e una marea di mestieri sottopagati, che non bastano nemmeno a pagare l’affitto, per tutti gli altri – e, per gli sfortunati, la prigione.

Insomma solo grattando via, con un po’ di buona volontà, la demagogia dalla sostanza possiamo giungere a capire quali sono l’ossatura, l’impianto illusorio e le complicità che hanno portato alla crudele ecologia della società carceraria americana di oggi.

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One thought on “L’enormemente sopravvalutato Mario Cuomo

  1. matteoZ says:

    1-un articolo che usa la parola turbucapitalismo dice molto sul su autore
    2- non pensavo che costruire carceri in modo che i detenuti non vivano come quelli italiani sia un un fatto negativo

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