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Il 9 agosto del 2014, nella piccola città di Ferguson, Missouri, un diciottenne afroamericano, Michael Brown, viene ucciso con sei colpi di pistola da un poliziotto dopo una colluttazione. Era disarmato. Poco meno di un mese dopo, nella notte tra il 4 e il 5 settembre, nel rione Traiano di Napoli, muore in circostanze analoghe il diciassettenne Davide Bifolco, per un colpo partito dalla pistola di un agente di polizia che lo stava inseguendo. Davide era in sella ad un motorino con altri due amici e non si era fermato all’alt. Disarmato anche lui.

Nelle ore immediatamente successive a queste tragedie, gli scontri che sono esplosi tra manifestanti e forze dell’ordine e la reazione dei lettori registrata sui media hanno dato, sia in Italia che in America, la precisa temperatura della classe media e delle sue allucinazioni.

La disumanizzazione del povero

Sebbene il rione Traiano e Ferguson siano contesti accomunati dalla crisi e dal decadimento, rimangono due realtà distinte. Della protesta di Ferguson la prima caratteristica che salta agli occhi è il suo essere fortemente “razzializzata”. Il colore della pelle è il fondamento della nostra oppressione, ci dicono i manifestanti, accompagnati da statistiche impietose su come gli afroamericani vengano fermati, perquisiti, visti con sospetto, discriminati rispetto a qualunque altra etnia. Il colore è però anche l’elemento che unisce, che crea solidarietà, favorisce l’organizzazione e l’articolazione delle idee oltre la rabbia.

La protesta partenopea è sprovvista del tutto dell’elemento razziale. Napoli ha il suo buon numero di immigrati e di minoranze etniche – spesso vittime di sfruttamento e soprusi ancora peggiori di quelli patiti in America -, ma chi è sceso in piazza nel rione Traiano è parte della maggioranza dominante: cittadini bianchi, mediamente impoveriti, certo, ma bianchi. Non è presente nemmeno, in modo lampante, l’elemento di “classe”. L’identità di razza e di estrazione economica è rimpiazzata dal senso di appartenenza ad un territorio sfortunato e maledetto. Nelle affollate strade del quartiere non c’è la desolazione di Ferguson, né il paesaggio di case fantasma che si può vedere poco lontano, a St. Louis. Meno sola, la comunità di Traiano non è per questo meno isolata. Essa è, piuttosto, involuta. Nel senso di essere avvolta intorno a qualcosa – la famiglia, il quartiere, la fiducia nei piccoli capetti locali – in opposizione a tutto il resto: lo Stato, l’Autorità, la Giustizia.

Manca a Napoli anche l’elemento di mobilitazione politica e per i diritti civili. Se Ferguson ha visto l’intervento di numerose associazioni e organizzazioni afroamericane, il popolo del rione Traiano non ha potuto trovare interlocutori possibile durante le proteste: senza un partito che prendesse posizione, senza alcun gruppo radicale di rilievo sul territorio. Tutt’al più gruppi di tifosi che hanno supplito alle altrui assenze con un’efficacissima rete di passaparola, mobilitazione, appariscenza mediatica.

Non ci sono da fare graduatorie di “dignità” dei due popoli in piazza, né di “rilevanza” delle loro motivazioni. Ma capire che non tutti gli oppressi sono uguali, che non c’è alcuna utilità nel romanticizzare la povertà e che, sopratutto, la marginalità sociale è fatta anche di aspetti controversi e contraddittori è nell’interesse di qualunque movimento voglia definirsi radicale, proprio perché nello scegliersi gli alleati dovrebbe prima conoscerli e rifuggire le odiose generalizzazioni che vengono sfornate dalla classe media.

Quest’ultima, con un’inquietante esattezza, sia in America che in Italia s’è ritrovata unificata a dipingere l’intero blocco sociale sceso in piazza come un tutt’uno, come una massa amorfa e senza volto che ha scelto la sua condanna nel momento stesso in cui ha “deciso” di violare la legge. I giornali hanno scavato, alacremente, nel passato dei ragazzi uccisi, cercando di cogliere ogni dettaglio che potesse rivelarne una vita turbolenta e forse sbagliata. Secondo il New York Times, Michael Brown “non era un angelo“. Secondo Gramellini de La Stampa – pure solidale con la vittima -, il problema di Bifolco erano le sue “cattive compagnie“.

Il più debole viene sempre chiamato alle sue responsabilità, al rispetto della Legge, secondo una narrazione messianica ispirata, nel migliore dei casi, dagli “illuminanti” monologhi TED e dalle agiografie di Silicon Valley, che vorrebbero ogni rapporto di potere conseguenza razionale di una serie precisa di scelte individuali, giuste o sbagliate.

Se comprendere un linguaggio vuol dire poter entrare in un mondo e sfidarlo, l’incomprensibilità del linguaggio dei poveri è una porta sbarrata tra due universi. Il povero viene accettato dunque solo se la sua subalternità è innocua, se i suoi valori sono i valori dell’oppressore: l’orgoglio nazionale, la dignità nel vestire, la cortesia e la l’individualismo. E persino chi si ritrova “a sinistra”, in fondo, trova sgradevole la fascinazione del povero per il desiderio impellente, il consumo immediato, l’innato nichilismo.

L’unico bianco in giro

Vivo a New York da quasi tre anni. Più precisamente nel sud del Bronx, dove molti visitatori girano i tacchi e scappano, una volta messoci piede per sbaglio. Non riesci a capire il motivo di tanta paura. In fondo, i confini della “gentrificazione” si sono spinti già qui: i ricchi irlandesi e italiani che negli anni Ottanta si erano accaparrati, come in un grottesco Monopoli, la maggior parte delle proprietà quando la zona bruciava e nessuno voleva viverci, stanno cacciando via, una dopo l’altra, le famiglie di immigrati messicani per far spazio a lussuosi condomini abitati da giovani designer in carriera. E poi ecco la spiegazione: “Non mi sento sicuro”, dice il ragazzino viso pallido appena arrivato dall’Europa per vedere il Yankee Stadium.

È una espressione in codice. Lo sai, l’hai già sentita. Vuol dire, in realtà: “Troppa gente di colore diverso dal mio”. L’uomo in bianco è in minoranza. Ha prove concrete della minaccia? Qualcuno lo ha assalito, forse? Ha il sospetto che la sua vita sia in pericolo? No, ma la sua cultura, la sua educazione si è formata per anni con questo preconcetto: nero uguale pericolo. E vale anche per i newyorchesi doc, che fin da bambini vengono educati con il precetto: mai a Nord della 96esima strada, figliolo. Hic sunt peones.

Il marchio dell’indesiderabilità viene impresso rapidamente su chi abita in questi quartieri. Se in un ascensore vedi una signora stringersi la borsa in petto appena entri e la tua unica colpa è quella di non essere del suo stesso colore, è naturale provare il desiderio di spaventarla davvero. Se qualcuno di fronte a te cambia marciapiede quando ti incrocia, è naturale provare il desiderio di fargli: “buh!”. Sfugge, al visitatore intimorito che mi chiede “C’è abbastanza polizia?”, che dovrebbero essere gli abitati poveri del Bronx a temere l’Uomo Bianco. Un turista in più è una grana non da poco per il 40esimo distretto, che ad ogni nuova famiglia di designer che qui si trasferisce coglie l’occasione per una retata di tossicomani, per rimuovere un ubriaco dalla strada a suon di calci, per trascinare per le orecchie due sfaccendate ragazzine da un parco che non più permettersi mancanza di decoro.

Il cittadino povero si aggira, agli occhi del cittadino benestante ed educato, senza scopo e senza percorso predefinito. Che lingua parla, del resto? Spesso non la si capisce. I sottotitoli piazzati da molti telegiornali davanti il volto sudato dei poveri, in fondo, sembrano dirmi questo: siamo due entità distinte, perché dovremmo capirci?

Mentre il borghese prigioniero è delle sue aspirazioni – sempre troppo in là, mai al passo con la sua quotidiana e meticolosa organizzazione del tempo -, ebbene il povero osa starci di fronte con le sue brache calate e la sua cacofonia, il suo incedere incerto e le sue scelte sbagliate, la sua irrazionalità e le sue fastidiose superstizioni. Di fronte alla tragedia di Ferguson la “borghesia perbene”, anche quando sinceramente indignata per la morte di un giovane innocente, ha ripetuto fino all’ossesso un mantra magico: insegnate ai vostri bambini a fermarsi quando la polizia li intima di fermarsi; insegnate ai vostri bambini a rispettare la Legge; insegnate ai vostri bambini a rispettare l’Autorità. Come se la Legge, l’Autorità, lo Stato e il Lavoro fossero formule sciamaniche capaci di risolvere ogni conflitto se pronunciate nel modo corretto, impossibili da contestare o discutere, neutrali come le forze della Natura che si abbattono sull’individuo.

Un oscuro vociare

Se la cultura media americana fa leva su meccanismi di conformismo per proteggersi dalle intemperie della solitudine e dell’ansia, una lunga coperta e una bussola per far fronte alla precarietà economica, sentimentale e lavorativa, nonché come strumento per reiterare il proprio status, ebbene il desiderio di ordine da parte della borghesia meridionale è piuttosto grottesco. Chi invoca la mano pesante della Legge spesso si crogiola nei mille spazi di improvvisazione e dal “teatrino” garantiti dal ventre popolare ormai sempre più rinsecchito – pretendendo che i poveri siano soltanto comparse, marionette, figure passive da richiudere in un baule non appena non rispondono più agli ordini. E gli amanti del Far West non hanno nemmeno idea, credo, della militarizzazione estrema del territorio da parte della polizia degli Stati Uniti, che è scesa in campo a Ferguson come una cavalleria corazzata in un territorio occupato, tirando fuori dal cassetto la Guardia Nazionale, carri armati, cani da attacco, lacrimogeni e fucili mitragliatori.

Non capisce, la borghesia cosiddetta “illuminata”, che all’irrazionalità talvolta nichilista del povero essa oppone una credenza altrettanto immotivata e irrazionale nella sacralità della produzione e del lavoro, nella giustezza dei ricchi – finché rispettano la legge e non uccidono, sia chiaro -, nella cultura e nell’educazione. Considera assurdo, questa gente perbene, che nessuno scenda in piazza contro la camorra e che una processione religiosa faccia “l’inchino” alla casa di un boss, senza rendersi conto di quanto la sua propria passività l’abbia portata ad accettare rituali da ufficio ancora più umilianti e privi di senso. E ci sono persino gli altruisti che si occupano degli altri chiamati “prossimo” – ma mai troppo prossimi perché «i poveri puzzano» e la miseria talvolta ha la sua peculiare crudeltà e le sue peculiari contraddizioni – che non di rado si trovano dalla parte degli oppressori nel lavorare a libro paga del consumismo più torpido. Un esperto di marketing si crede assolto da ogni responsabilità perché che si limita a timbrare il cartellino e indossare il casco in moto, e chiama, indignato, “belve” la folla di Londra quando saccheggia i negozi di elettrodomestici lasciando intatte le librerie.

Eppure il vero controllo sociale imposto sulle nostre comunità non richiede né l’obbedienza alla forza bruta dello Stato né alla legge spietata delle mafie. Richiede che una popolazione pericolosamente ammassata in città e quartieri fantasma, che potrebbe esplodere da un giorno all’altro per le inequità che è costretta a vivere, insieme ad classe media depressa e priva di senso, vengano entrambe costantemente ammansite dicendo che solo con la cultura del lavoro, della legalità e l’educazione si ripara ogni stortura. E così i partiti, le scuole, la letteratura di “self-help” ci spiegano che essere ricchi e avere la fedina penale pulita è un segno di superiorità, mentre la povertà e l’arresto sono segni di un fallimento personale, e che l’unico modo per il povero di elevarsi è di farsi strada tra i ricchi seguendone l’esempio, tramite uno straordinario sforzo della volontà e una incrollabile fiducia nella tecnologia.

C’è chi si sforza, in buona fede, di dimostrarmi che dietro l’oppresso si nasconde talvolta un’intelligenza superiore a quella dell’oppressore. E io penso che l’intelligenza, così come la cultura e l’educazione da sole non hanno mai salvato nessuno, ma anzi hanno sempre guardato impotenti alle peggiori degradazioni dell’Uomo, quando non hanno addirittura partecipato ad esse.

La cortina fumogena eretta da Ferguson, dal rione Traiano e da mille altre tragedie simili vorrebbe farci credere che al centro delle nostre esistenze dovrebbe esserci il conflitto tra legalità e illegalità, ma in realtà esso non ha quasi nessuna importanza, se non per le conseguenze fisiche ed esistenziali dell’universo carcerario. Ciò che più conta, ciò che davvero blocca il nostro orizzonte, è il bisogno di ridistribuire la ricchezza. E tutti i persuasi che abbiano a cuore un briciolo di umanità devono continuare a porre sul tavolo la questione, non importa quanto retorica o utopica possa sembrare. Nel frattempo, il povero schiavizzato dalla sua presunta inferiorità, la classe media schiavizzata dalla presunta superiorità, continueranno a danzare senza parlarsi, scossi solo dalla gelida musica techno delle loro paure e delle loro nevrosi.


In copertina: Hieronymus Bosch – L’Adorazione dei Magi (1485-1500), dettaglio.

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