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Una mappa dell’ingiustizia di Ferguson

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Pruitt-Igoe housing projects, St. Louis, 1970s.


Nelle ultime settimane la città di Ferguson, in Missouri, è stata sconvolta da scene di guerriglia che non si vedevano dai riots di L.A., nel 1992. E così un centro del Midwest che ha appena 21.000 abitati è salito agli onori delle cronache al fianco della crisi dell’Ebola, il conflitto israeliano-palestinese e l’avanzata dell’Isis.

Perché proprio a Ferguson? Poteva succedere anche altrove, o le premesse per il dramma erano radicate soltanto qui? Al di là della storia che ormai tutti conoscono – il diciottenne Michael Brown ucciso, disarmato, da un poliziotto dopo un alterco -, qual è il background che ha preceduto la tragedia, l’indignazione e le proteste?

Un territorio un tempo prospero ora in crisi

Ferguson è tra le città più segregate del Paese, il risultato di scelte dissennate dell’establishment politico e del settore immobiliare. Ma non è sempre stato così.

Quarant’anni fa, sia gli afro-americani che i lavoratori bianchi di Ferguson avevano standard di vita decenti. Molti di loro erano impiegati nelle industrie manifatturiere locali. Ferguson fa parte dell’area urbana di St. Louis, che un tempo era un centro importante per le ferrovie, il trasporto su strada, la produzione di birra, di automobili e per il settore aerospaziale. L’industria automobilistica di St. Louis, in particolare, era seconda negli Stati Uniti solo a quella di Detroit, e sosteneva oltre 35.000 famiglie in tutta la contea. Gli impianti di General Motors a nord della città, da cui uscirono veicoli storici come la Chevrolet Caprice e la Ford Impala, davano da soli lavoro a circa 13.000 persone fino alla metà degli anni Settanta.

Il quadro è cambiato radicalmente negli ultimi due decenni. La Ford ha chiuso la sua fabbrica otto anni fa, cinque anni fa è stato il turno di due impianti della Chrysler. E la disoccupazione nella contea di St. Louis – che include anche Ferguson e una decina di altre cittadine – è aumentata del 15% dal 2000 al 2010. È una situazione condivisa dalla maggior parte delle città della Rust Belt, la costa nord-orientale degli Stati Uniti chiamata la “cintura del ruggine” perché caduta in disgrazia dopo un glorioso passato di ciminiere e catene di montaggio. Secondo Colin Gordon, storico dell’Università dello Iowa intervistato da Business Week, oggi St. Louis è “sotto tutti gli aspetti, uno degli esempi più spopolati, de-industrializzati e profondamente segregati del decadimento urbano d’America”.

Rispetto agli anni d’oro oggi l’area è un deserto. “La de-industrializzazione ha svuotato le città”, ha raccontato Mark Rank, un professore della George Washington University di St. Louis. “Ora se trovi un lavoro sarà sottopagato e senza assicurazione, e non sarai mai grado di mantenere una famiglia”.  La distruzione della base industriale ha portato a un progressivo spopolamento: fin dal picco raggiunto nel 1950, il numero di abitati di St. Louis è crollato da 857.000 a 319.000 nel 2010. Stessa storia anche per Ferguson, che ha perso circa un terzo dei suoi abitanti dal 1970, e il tasso di povertà della città (17,6%) è il doppio di quello del Missouri. Secondo Colin Gordon, storico dell’Università dello Iowa intervistato da Business Week, St. Louis è “sotto tutti gli aspetti, uno degli esempi più spopolati, de-industrializzati e profondamente segregati del decadimento urbano d’America”.

Ferguson e la “fuga dei bianchi”

Eppure Peter Coy, che ha scritto su Business Week una lunga analisi sulla questione, dice: “Ferguson non è il disastro economico infestato dal crimine come la parte orientale di St. Louis, sull’altro lato del Mississippi”. La cittadina è una comunità “di medio-basso reddito, con un buon distretto d’affari e una varietà di grandi datori di lavoro nei paraggi, tra cui Emerson Electric, Express Scripts, la Università del Missouri”. Il passato di città-dormitorio per una classe di operai relativamente ben pagati, dove molti afroamericani erano emigrati in cerca di scuole migliori e migliori condizioni di vita, si può ancora percepire.

Il problema è che Ferguson è stata risucchiata dai dissesti della periferia di St. Louis, a sua volta afflitta, come abbiamo visto, da uno sviluppo incostante e diseguale.

Secondo Coy, alla radice della diseguaglianza c’è anche la struttura delle municipalità della contea di St. Louis: piccole frazioni di cittadini benestanti che si sono separate da St. Louis nel corso dei decenni per non dover pagare sovvenzioni ai quartieri più poveri. La frammentazione delle municipalità ha un altro effetto pernicioso: le mette una contro l’altra, giocando su una sorta di guerra di incentivi fiscali che porta alcune aziende a cambiare base in poco tempo. “C’è la tremenda opportunità di andare a caccia da una municipalità all’altra”, dice a Business Week lo storico Colin Gordon.

Il risultato è una contea estremamente frammentata in termini di reddito e di razza, con comunità bianche ricche situate a poche chilometri di distanza da altre nere e flagellate dalla disoccupazione. Una situazione che si riflette nell’intero Stato del Missouri, il cui sud (più ricco) e largamente caucasico mentre il sud è sempre più afro-americano.

E in molte città del nord del Missouri, dove ancora si può osservare un certo “mix” razziale, i bianchi ricchi se ne stanno andando. Il gettito fiscale diminuisce, e i neri si sentono “traditi”, ha scritto Coy, perché avvertono che i servizi sociali una volta promessi sono venuti meno. È quello che è successo a Ferguson, dove gli investitori che hanno comprato case ipotecate le affittano di solito a famiglie più povere di quelle che le avevano precedute: il reddito medio della città è sceso così del 25% dal 2000 al 2012.

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Mappa tratta da Business Week. St. Louis e la vicina Ferguson nel corso degli ultimi vent’anni sono diventate sempre più spopolate, a maggioranza afro-americana e senza lavoro.


Certo, gli agenti immobiliari non scrivono sui loro siti quello che la Home Owners’ Loan – un’agenzia governativa per la “sicurezza dei residenti” – scriveva sui suoi depliant nel 1937, a proposito di un’area che “ha poco o nessun valore, avendo sofferto un tremendo declino di valore a causa dell’elemento di colore che ora controlla il distretto”.  Ma il razzismo finanziario è ancora in atto, e Jason Purnell, professore alla Washington University di St. Louis, ha detto: “C’è la sensazione che le risorse per vivere dignitosamente siano distribuite in modo molto diseguale”.

Una città di neri in mano ai bianchi

Secondo Peter Downs, ex presidente del Board of Education di St. Louis: “Arrivando da St. Louis, Ferguson non sembra una città impoverita. Ci sono delle case abbandonate, ma non tante quante se ne vedono a St. Louis. La principale via commerciale è composta per la maggior parte di negozi di quartiere per la classe media ben mantenuti”. Ma, aggiunge Downs, “Le apparenze ingannano”: ciò che non risalta agli occhi, è una struttura di potere rimasta troppo indietro rispetto ai mutamenti demografici.

Di che mutamenti si tratta è facile vederlo: nel 1990, il 74% della popolazione di Ferguson era bianca e il 25% era nera. Nel 2010, la situazione si è praticamente capovolta, con un 29% bianco e un 67% nero, secondo i dati del Census Bureau. “Ma i leader cittadini e la polizia, tuttavia, sono ancora dominati dai bianchi”, ha scritto Downs.

Chi va incolpato per la frattura tra la comunità afroamericana e le istituzioni non è facile capirlo. Ma secondo ArchCity Defenders, un’associazione non profit che si occupa di senzatetto e diritti dei più bisognosi nell’area di St. Louis, il senso di ingiustizia percepito dalla popolazione nera precede di gran lunga la morte di Brown. “Gli imputati di Ferguson sono incarcerati per la loro povertà”, si è arrivato a leggere in un report del gruppo. Ed è innegabile che il sistema così com’è non funziona, ha spiegato Vernelllia Randall, professoressa di legge alla University of Dayton: “[Gli scontri] devono essere visti come il sintomo di un problema più grande” e “continueranno fin quando ci rifiuteremo di capire che le disparità di trattamento nella giustizia, nella sanità e nella finanza sono parte di un metodo ben preciso”.

I mali economici di Ferguson sembrano riflettere un trend andato avanti negli ultimi trent’anni non solo in Missouri ma in tutta quella parte degli Stati Uniti (e dell’Occidente) un tempo dipendenti dall’industria manifatturiera: crisi, chiusura delle fabbriche, disoccupazione, fuga dei bianchi in comunità più omogenee, spopolamento di centri urbani, servizi sempre più scadenti e una classe politica che risponde quasi sempre con cure palliative (piccoli sussidi, leggi contro la discriminazione a volte mai applicate) oppure con il bastone spietato dell’Ordine.

“Oggi circa il 40% dei 46 milioni di poveri del Paese vive in periferia, rispetto al 20% del 1970”, hanno scritto Peter Dreier and Todd Swanstrom sul Washington Post. “Queste comunità sono afflitte da problemi un tempo associati alle grandi città: disoccupazione (specialmente tra gli uomini), crimine, senzatetto e scuole e servizi inadeguati. La loro popolazione è in maniera sproporzionata nera e latina. Ferguson è un microcosmo di questi problemi e su come possono esplodere. Ma senza grandi riforme, la sollevazione odierna potrebbe essere la prima di un’ondata di rivolte urbane”.

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