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Architettura di controllo / Archeologia di resistenza

Io amo le grandi città, ma le grandi città non sembrano amare me.

La mia propensione è alla curiosità e vi cammino pensando di poterle dominare, ma in realtà sono loro a fare di me ciò che vogliono: mi squadrano, mi misurano, mi giudicano e, se non corrispondo esattamente al taglio che mi è stato assegnato, mi conducono laddove non posso nuocere. Mi impacchettano, mi smistano, mi respingono se alzo la voce e infine, se non la smetto di protestare, mi immobilizzano.

Affidate per lo più a “sindaci-tecnici”, le città sono contenitori di individui che accettano di diventare attrezzi di lavoro e, come burattini che credono d’essere umani, si agitano finché possono nei bauli dove sono stipati. Seppellita ogni ideologia, il loro rapporto con l’ambiente circostante si limita quasi esclusivamente alla gestione delle catene alle quali sono fissati: le abbelliscono, le coprono di fiori, cercando di renderle più accettabili.

Ma può un oggetto inanimato essere politico? Possono una panchina, una porta scorrevole, uno spartitraffico rappresentare non solo un modo apparentemente neutrale di gestire lo spazio pubblico, ma anche un’idea di autorità e di rapporti di potere?

Spuntoni anti-senzatetto, Londra

 

Le borchie appuntite installate all’esterno di un supermercato Tesco, a Londra, messe lì per scacciare i senzatetto, sembrano una risposta molto chiara a questa domanda. Ma sono solo uno dei tanti esempi di architettura urbana concepita per disciplinare e reprimere. Un architettura il cui scopo principale è quello di smistare gli individui verso le uniche due funzioni esistenziali che gli vengono concesse: lavorare e consumare.

Cornmarket Street, Oxford. Fonte: architectures.danlockton.co.uk

Allargando lo sguardo fuori dai confini della capitale inglese, si guardi alla “civilissima” Oxford, e alle “panchine” di Cornmarket Street, la principale via commerciale della cittadina: situate a mezzo metro di altezza, dallo schienale verticale, intramezzate da poggiabraccia, con il sedile ricurvo verso il basso come le zanne di un elefante preistorico, sono chiaramente ideate per impedire a chiunque di sedervici in comodità e, ancora meno, di sdraiarvici.

Tutta la possibile interazione con l’oggetto è ridotta ad una sola, predefinita funzione d’uso, senza lasciare alcun margine di creatività all’utente. Sono un manifesto in legno e metallo, lasciato per strada come un volantino futurista: “Che giri a largo chi non ha niente di meglio da fare, o nulla da comprare”.

“Orecchie di porco”: deterrenti anti-skateboard a Londra. Fonte: danlockton.co.uk

Fonte: danlockton.co.uk

Gli adolescenti, quando non hanno abbastanza soldi da spendere e non sono integrati nel circuito di educazione-produzione-consumo, sono presi di mira come personae non grate. Anni fa un geniale inventore, pensando di trattare i teenager come zanzare, ha creato una scatola che emette un fastidioso ultrasuono percepibile solo dai ragazzini. E la città di Nottingham, superandosi in crudeltà, in alcuni sottopassaggi ha installato una speciale luce rosa che fa risaltare i punti rossi nella pelle.

I McDonald e ai centri commerciali anglosassoni, che diventano luoghi di ritrovo per i meno abbienti e i disoccupati, sono l’esempio più lampante di una domanda di spazi pubblici facilmente e gratuitamente fruibili. Ma quando la povertà e l’ozio vengono visti unicamente come un problema di ordine pubblico, il messaggio dei dispositivi di disciplina urbana non può che essere: “Circolare ora!”, come  la voce metallica dei semafori in Blade Runner.

Ben lungi da essere un’esclusiva inglese, “l’architettura di controllo”, che respinge gli “indesiderabili” come parassiti, è sempre più diffusa e, quel che è peggio, ormai quasi invisibile: integrata nel paesaggio, assorbita nel Dna di chi “accetta”.

New York. Fonte: Skatedannoy.com

La città di New York è piena di dissuasori metallici dall’aspetto crudele: dentati, acuminati, piazzati ovunque, dagli idranti ai vasi per le piante e alle grate per la ventilazione della metropolitana. E se in alcuni casi si può immaginare l’idea di proteggere il cittadino da sé stesso, nella maggior parte il segnale è sempre quello: “Non fermatevi a sostare: qui non siete graditi”. Perché sedersi per strada, quando ci sono gli Starbucks?

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Mumbai, parco pubblico. Fonte: unknown.

Panchine a Ikebukuro West Park, Tokyo. Foto di Yumiko Hayakawa

Spostiamoci in Asia, dove lo scenario non è meno desolante. Se l’amministrazione di  Mumbai ha deciso di punire le coppie che vanno a pomiciare nei parchi pubblici sostituendo le vecchie panchine con nuove, di pietra, impossibili da spostare, divise in unità singole, Tokyo raggiunge un livello superiore di fantasia disciplinante. A Ikebukuro Park le “panchine” sono da ellissi tubolari in acciaio, appositamente progettate per essere roventi d’estate e gelide d’inverno; a Ueno Park sono vere e proprie sedia da tortura.

“Siete sicuri che volete proprio sedervi?”. Ueno Park, Tokyo. Foto di Yumiko Hayakawa

Dunque: “Andate altrove”, sembrano suggerire questi artefatti al loro pubblico, che è la vittima collaterale della guerra contro l’ozio. Ma andare dove? Possibilmente a casa. O in qualche negozio. O a lavoro, se non ci siete già.

Pur non avendo le fattezze di un poliziotto munito di manganello, dunque, uno sbirro dormiente si nasconde nel design cittadino. In questo senso l’ingegneria sociale moderna, anziché favorire lo sviluppo di un potere “dal basso” – promuovendo integrazione sociale e spontaneità -, incarna il suo contrario: il potere dell’Establishment che non vuole elementi che disturbino la sua narrazione di “ordine e progresso”.

Non è un caso che, in risposta a questo scenario, la nostra infanzia diventi, con tutti i suoi momenti di anarchia e le sue scoperte, le sue avventure, una sorta di archeologia di resistenza. E ci sono ancora città, nel Sud d’Europa e nel mondo, che rappresentano ancora zone temporaneamente scampate alla pianificazione estrema, alla misurazione, al controllo totale. Queste zone, quasi sempre centri storici ancora non gentrificati, vengono definite “anarcoidi”  quando la loro economia sfugge alla misurazione delle multinazionali e l’Establishment non riesce a sorvegliare tutto il sorvegliabile. Questi spazi sono le prime vittime dell’austerity, i primi bersagli del processo inesorabile della “normalizzazione” ad un unicum.

Ma è l’infanzia a ricordarci – e ad imporci il dovere di ricordare – un’alternativa. Il potere immaginifico del loitering, del “bighellonare” – termine ormai sradicato dal paesaggio urbano moderno – contro il grigiore dell’esistenza. O forse solo l’amicizia e il viaggio, quando non mediati dalla logica lavorativa, possono farci sfuggire da questo mondo sicuramente più sicuro d’un tempo, ma anche molto più noioso e angosciante.

 

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