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“Quando ascolto l’Internazionale mi commuovo”: conversazione con Tony Tammaro

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È pressocché sconosciuto al resto d’Italia, ma a Napoli e provincia Vincenzo Sarnelli (nome d’arte Tony Tammaro) è una vera celebrità: alla fine degli anni Ottanta inventò la “musica tamarra”, che raccontava, con malcelato affetto, i cafoni di buon cuore. Il suo primo album ha venduto un milione di copie (contraffatte). Tanti altri autori demenziali sono spariti, ma lui non ha mai smesso di suonare


Le sue canzoni, all’inizio accompagnate da rudimentali basi midi, poi via via sempre più elaborate, senza mai dimenticare l’orecchiabilità, parlano dell’agognata villeggiatura, di luculliani pranzi sulla spiaggia, di grandiose abbuffate, di sesso complicato in macchina, di disoccupati, di imbonitori televisivi e venditori di mozzarelle. Nessuno porta rancore a qualcun altro. Tutti i suoi protagonisti sono macchiette che hanno un ruolo ben preciso, e tutto sommato armonioso, nel mondo che abitano.

Nel 25esimo anniversario del suo debutto, Tony/Vincenzo mi racconta della sua carriera, dell’industria della pirateria, delle sue preferenze culinarie e politiche.

K: Che ti passava per la testa un quarto di secolo fa? 

Vincenzo Sarnelli: Verso la fine degli anni Ottanta a Napoli l’aria era pesante. I clan la facevano da padrone. L’illegalità in città era diffusissima. Il Neapolitan Power, fatto di nomi come Pino Daniele, Edoardo Bennato, Teresa De Sio e, per il cinema, Massimo Troisi, si stava spegnendo. Io lavoravo ancora alla Libreria Guida di Via Port’Alba (nel centro storico napoletano, ha chiuso da qualche mese, ndR) e per hobby scrivevo canzoni. Con i colleghi, andavamo spesso a cena in un localino di Posillipo, “Il Clarinetto”, dove mi esibivo, sempre per hobby talvolta con la chitarra. Il mio modo di scrivere canzoni, prendendo spunto dalla realtà e rifacendomi al genere definito della “macchietta” fece si che il proprietario del locale mi scritturò in pianta stabile nel suo club. Dal 1988 al 1990 ho condotto una doppia vita: al mattino ero Vincenzo Sarnelli, capo ufficio vendite alla Libreria Guida e la sera col nome d’arte di Tony Tammaro mi esibivo al “Il Clarinetto”.

E quando e come ti è scattata una molla che ti ha fatto dire: voglio fare il Tony Tammaro a tempo pieno? 

Il 22 dicembre del 1989 mi sono licenziato. Per mia natura, preferisco la libera professione a un lavoro come dipendente. Ho lasciato il posto fisso in cambio di in lavoro a 30mila lire a sera (questa era la mia paga come cantante allora). Non mi sono mai pentito di aver fatto questa scelta, anche perché nel frattempo sono aumentati gli estimatori del genere che ho creato e di conseguenza è aumentata la mia paga nei live. Da venticinque anni vivo di musica e posso dire che è una bella soddisfazione, considerato il fatto che non ho mai avuto alle spalle un’etichetta discografica e non ho mai fatto un Sanremo.

Come nasce La prima cassetta di musica tamarra?  

Lavoravo in un locale del Vomero. La sera parecchi clienti si presentavano al locale muniti di registratore e riprendevano la serata. Pensai: «Perché non auto-produrmi una cassettina da vendere nei posti dove mi esibisco?» Nel dicembre del 1989 registrai il mio primo album. La cassetta finì nelle mani dei falsari e scoppiò il fenomeno.

Sulla cover sembra esserci un carabiniere, ma in realtà è una guardia giurata. È mio cugino Mario che in quel periodo lavorava presso un istituto di vigilanza.  Per scherzo realizzammo un servizio nel quale io rubavo una ruota d’auto e lui mi arrestava. Avendo fretta di realizzare la copertina presi quella foto di due anni prima e la diedi al grafico. Comunque in quel periodo si usava tra i cantanti napoletani che cantavano canzoni di mala, mettere le manette in copertina.

Nei primi Novanta eri già una celebrità.

Visto il successo che riscuotevo nei locali e con la vendita di cassette pirata e non, ad aprile 1990 tenni un concerto al Teatro  Tenda Partenope di Napoli facendo sold out. Mi presentai all’ingresso artisti del Palatenda con la mia vecchia Panda. Fuori c’erano migliaia di persone ad attendermi. Quando i carabinieri vennero a salvarmi dall’assalto dei fan pensai di avercela fatta.

Tuo padre non era particolarmente entusiasta.

Embé Egisto Sarnelli, un affermato chansonnier di canzoni classiche napoletane, non è che fosse poi molto contento. Un vero purista, non tollerava contaminazioni. Provava persino fastidio ad ascoltare un brano del repertorio classico napoletano arrangiato con suoni di chitarra elettrica. Quando mi ascoltò per la prima volta il suo commento fu: “E che è ‘stù schifo?” Fu lui a convincermi ad usare un nome d’arte per salvaguardare il buon nome di famiglia. In seguito si rese conto che i tempi cambiano e che la sperimentazione in musica alla fine paga sempre. Meglio creare o almeno tentare di creare cose nuove piuttosto che ricorrere sempre al vecchio blasonato repertorio classico napoletano.

Il secondo album: Nun chiagnere Marì (1991)

Non mi sembra di sentire il tuo nome citato spesso, per scherzo o sul serio, da altri musicisti napoletani. Eppure in molti casi hai venduto (molto) più di loro.

Sono sempre stato un “lupo solitario” e frequento poco, anche attualmente, l’ambiente artistico partenopeo. Comunque quello che feci nel ’90 accese un eco incredibile in città. I miei colleghi la presero chi con ammirazione, chi con invidia. Ho ricevuto attestati di stima da Edoardo Bennato, con cui ho duettato in una jam session un memorabile “rock dei tamarri” con lui alla chitarra e Francesco Baccini al piano. Sono amico di Peppino Di Capri che mi ha invitato spesso a cantare per gli ospiti alle  sue feste di compleanno. Daniele Sepe suonò il sax da turnista in un mio disco. Mi ricordo di lui che arrivava in sala in motocicletta con il sax nel fodero a tracolla. Suonava l’assolo e poi correva in altre sale a fare altri turni di registrazione. Poi c’è Gianfranco Marziano, che qualcuno ha voluto paragonare a me, a mio avviso sbagliando. Con Marziano ci siamo incontrati un paio di volte ai suoi concerti. Lo stimo molto e lo ritengo geniale, ma non gli ho mai proposto una collaborazione. A dire il vero non condivido i suoi sconfinamenti nello scurrile e nel blasfemo.

In questi anni hai accettato la pirateria come parte integrante del tuo successo.

Quel che è successo al mercato discografico negli ultimi anni l’avevo previsto con largo anticipo. La musica è un patrimonio di tutti e non si poteva andare avanti con i cd venduti a venti euro quando il costo industriale del bene è di appena un euro. Un giorno, parlando con un falsario, mi disse che toglieva ai ricchi per dare ai poveri, come Robin Hood. Ora, non è che io sia pro falsari, ma è grazie a loro che si è raggiunto un prezzo equo per il prodotto CD. Per quanto mi riguarda, sono sempre stato un indipendente e credo di essere l’unico cantante italiano che auto-producendosi ha venduto tanto. La mia raccolta Tutto Tony Tammaro, del 1999, ha venduto a circa 40mila copie, non so se mi spiego, anche perché l’ho messa in vendita a un prezzo equo. Non ho mai avuto problemi con la distribuzione (nel mio caso, parliamo di distribuzione regionale). Semmai ne ho sempre avuti con la promozione. Non posso permettermi investimenti milionari. Ma nel mio caso, si basa tutto sul passaparola.

Come nasce una canzone di Tony Tammaro? In molti conoscono la storia dietro “O Trerrote” (inspirato a un fatto reale: un Apecar Piaggio, carico di cocomeri, si era ribaltato in autostrada e i passanti, anziché fermarsi ad aiutare, si preoccupavano solo di rubare la mercanzia, NdR)

Le mie canzoni nascono su uno spartito mentale a quattro tracce. Quando ho l’ispirazione, penso contemporaneamente a musica, testo, arrangiamento e videoclip. Il più delle volte vengo colto dall’ispirazione mentre sono in Vespa. Allora accosto e tiro fuori l’I-phone su cui registro il tema musicale e una bozza del testo.  Io credo che un brano per essere cantato dal popolo – nel mio caso succede che anche bambini piccoli ricordino a memoria i testi – necessiti che questi siano musicali, cioè ordinati per quartine. Il mio marchio di fabbrica non è comunque la stesura del testo, ma la ricerca di soggetti originali, come quando ho parlato di in Ape car che si ribalta o di due persone che fanno l’amore in macchina. Nessuno ne aveva mai parlato prima in una canzone.

A proposito di far l’amore in macchina, l’ispirazione mi venne parlando con il mio amico Franco. Era un vero professionista! Comprò la macchinetta per mettere il nastro adesivo sui giornali in fretta, così da coprire i vetri dell’auto, e usava solo la Gazzetta dello Sport perché era rosa e creava atmosfera.

Parlaci del Tony concertista. Com’è la vita in giro per la provincia?

Ho avuto un successo soprattutto regionale e trovo comodo il fatto che la sera, finito di cantare, torno sempre a casa. In linea di massima, lavorando solo con agenzie del meridione, i miei spettacoli si svolgono al massimo a trecento chilometri da casa. Durante gli spostamenti ho un autista che mi mette a disposizione l’agenzia, anche perché non so guidare. In macchina ascolto musica trance, la mia grande passione. Mi fa arrivare rilassato agli spettacoli.

Una volta però mi fregarono la chitarra dal palco, mentre stavo firmando gli autografi. Meno male che Nunzio, il mio road manager nonchè giocatore di rugby me la recuperó con un placcaggio alla All Blacks sul mariuolo.

Eppure i tuoi fan mi sembrano sempre molto generosi.

A parte i soliti peluche che ti tirano sul palco, talvolta qualche mia fan mi ha fatto davvero un bel regalo. Mica bisogna essere per forza Robbie Williams per avere le “groupie” che ti aspettano nei camerini?

Tony Tammaro fa la rockstar, ma Vincenzo è riuscito ad avere una vita sentimentale?

Pensa che conobbi la mia ex compagna ad un concerto. Venne in camerino a chiedermi un autografo. Da bravo figlio di ‘ndrocchia sotto l’autografo ci misi il mio numero di telefono. Siamo stati insieme per dieci anni e da dieci siamo solo amici. Intanto continuo a lasciare il numero sotto gli autografi. Al momento cerco volentieri una socia per affari allegri, sbronze e cazzeggi vari, onde evitare di farmi prendere anch’io dalla cupa atmosfera che tira in Italia.

Monnezzarium (1997)

E’ da un po’ che non vivi a Napoli e mi hai chiesto – come la buonanima di Bin Laden – di non rivelare al pubblico la tua location. Rispettiamo la tua volontà.

Sono andato via da Napoli quattro anni fa. Avevo uno studio di registrazione al Vomero e una mattina non ho potuto aprirlo perché ci avevano parcheggiato una macchina davanti. A Napoli tutto diventa problema, anche le cose più semplici. Amo ancora tantissimo la mia città al punto di aver letto tutto o quasi tutto quanto le riguarda. I napoletani hanno un’indole buona, ma sono costretti a vivere in una condizione urbanistica stressante. Credo che tutti i mali di Napoli derivino da li. Lontano da Napoli, tanti napoletani hanno fatto grandi cose. Forse i napoletani, senza ricorrere al “fujitevenne” di eduardiana memoria, sono semplicemente come certe piante che arrivate a un certo punto della loro crescita, hanno bisogno di essere trapiantate in un altro luogo per poter dare frutti.

Se Tony “s’aizz e quatt’ a nott sulamente pe’ magnà”, come fa una tua canzone, e va a mare con le mutande, mi par di capire che Vincenzo è quasi un Lord inglese.

Vincenzo è davvero l’opposto di Tony. A volte sono talmente metodico da aver coniato per me stesso l’espressione di “ragioniere della musica”. Al contrario dei miei colleghi dalla vita spericolata, non fumo, non bevo e spesso vado in palestra. Preferisco il the al caffè e seguo più il rugby che il calcio. Unica abitudine bohemienne che mi concedo, è la sveglia dopo le dieci al mattino. Lavoro di notte e quella della sveglia sul tardi è una necessità.

Quante date fai in media in un anno?

Circa settanta. E per uno che avuto successo la prima volta venticinque anni fa non è poco. Certo faccio poco lo schizzinoso. Mi esibisco soprattutto nelle piazze, anche di paesi sperduti. Canto ovunque mi chiamino a cantare. Mi esibisco soprattutto nelle piazze, anche di paesi sperduti.

Lo trovi il tempo per viaggiare, e non per lavoro?

L’ultima volta che andai in vacanza fu nel 1987. Da allora ogni estate la passo a cantare. Ma ti dirò, è bello stare sul palco. L’auto non so guidarla, ma la moto si. Ho una vecchia Honda Deauville che mi ha dato tante soddisfazioni. L’ esperienza motociclistica che ricordo di più fu quando, a diciassette anni, arrivai in Spagna con un 125. Se non dovessi passare le mie estati a cantare, ripeterei volentieri quella esperienza. Su una rambla di Barcellona mi presi un lungo applauso quando si seppe che ero partito da Napoli.

Non c’è un paese della Campania che tu non abbia visitato. Devi aver mangiato bene.

A Napoli andavo spesso a cenare al Leon D’Oro a Piazza Dante, vero ritrovo notturno per artisti e altre creature della notte. Esiste ancora? Manco da troppo tempo. Attualmente frequento un posto che si trova a Pontecorvo, vicino Frosinone. Si chiama “Da Oliva” e credo sia l’ultima vera trattoria esistente in Italia. Oliva è al primo posto in assoluto nella mi classifica gastronomica. A seguire c’è il Vecchio Mulino di Triflisco, in  provincia di Caserta, e il “Piccolo Ristoro”, all’interno del porto di Napoli. In ogni caso, sono tutti posti senza pretese e dove ti viene servito il vino con la gazosa. Per come la vedo io, il vino con la gazosa è il tocco di classe per chi vuole mangiare bene. Se qualcuno vi propone una Sprite al posto della gazosa diffidate sempre.

Cucini?

Appena posso mi metto ai fornelli. Mi piace far da mangiare alle persone che amo. Le mia specialità sono lo spaghetto a vongole e la spigola all’acqua pazza. Niente di complicato, ma sono piatti di sicuro effetto.

The Dark Side of the Moonnezz (2005)

Politicamente come ti definiresti?

Mi piace interessarmi di politica, anche se non scenderei mai in campo. Più volte mi è stato chiesto da vari partiti, sai, non è uno scherzo. Nel 1990 dai Repubblicani. Neanche li conoscevo, ma in po’ di voti dell’artista del momento facevano sempre comodo. In seguito me l’hanno chiesto, nell’ordine: Socialisti, Rifondazione Comunista, Ulivo, Forza Italia e Alleanza Nazionale. Nessuno che mi abbia chiesto preventivamente come la pensassi. Io mi definisco “fasciocattocomunista”. Non mi piace aderire tout court a un’ideologia.

Ahia.

Ma no, penso solo che c’è del buono e del cattivo in ogni corrente di pensiero. Perché perdersi il meglio? Ad esempio, del fascismo si può dire di tutto, ma vogliamo mettere l’architettura razionalista del ventennio?

A te piace?

A me piace. Nel cattolicesimo ci sono pagine obbrobriose come quella dell’Inquisizione, ma anche tante pagine belle scritte da uomini di valore.

Però del comunismo non mi hai detto cosa salveresti…

Il comunismo l’ho amato e lo amo ancora. Mio padre era un vecchio comunista d’altri tempi. Io da ragazzo ero militante e me le sono date di santa ragione con i fascisti. Oggi non lo rifarei più. Del comunismo mi piaceva la voglia di lottare per il “sol dell’avvenire”, ovvero per un futuro migliore per classi lavoratrici. Quando ascolto “L’Internazionale” mi commuovo ancora.

Su Facebook hai una pagina con 50mila like. Immagino che ti arrivino spesso messaggi del tipo: “Sono un youtuber in cerca di gloria, facciamo qualche cazzata insieme”.

Embé tra Twitter, Facebook e l’email passo due ore al giorno a rispondere alla gente. Il messaggio che mi arriva più di frequente è: «Sono un tuo fan. Ho tutti i tuoi dischi originali». Come se comprare un disco originale fisse una cosa rara e da sottolineare, capito? Un altro frequentissimo è: «Ti ricordi di me? Ci siamo conosciuti alla Festa di Sant’Anna a Ischia nel ’92». Rispondo sempre di sì, anche se i miei ricordi si fermano al salumiere con cui ho parlato stamattina. Poi c’è l’immancabile: «Salve, stiamo organizzando una serata e ti vorremmo far cantare, ma non abbiamo soldi. Comunque a fine serata ci sarà una cena». In genere rispondo: «Grazie, ho già mangiato».

Alla tua età cosa vuol dire avere successo?

Me lo chiedo pure io. Una volta lo chiesi ad un musicista molto più giovane di me: mi disse che avere successo vuol dire poter vivere di musica. Anche papà viveva solo di musica, ma nella vita ha fatto grossi sacrifici. Io, grazie a Dio, quelli me li sono scansati. Papà diceva spesso ai suoi amici che suo figlio nella vita avevo avuto un “mazzo” incredibile. Una volta andai a un suo spettacolo e il pubblico mi chiamò a gran voce sul palco. La sua presentazione fu questa: «Non sa cantare, non sa suonare la chitarra, ma ha molti più fans di me. Signori, Tony Tammaro».

ERRATA CORRIGE: in una versione precedente dell’articolo, avevo scritto che la Libreria Guida era in grandi difficoltà economiche. La libreria in realtà ha già chiuso da qualche mese, purtroppo

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