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Io Sono Una Folla

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«C’era una grande scritta di vernice rossa, su uno dei muri della vecchia Stecca degli Artigiani, a Milano, e certe notti mi fermavo a guardarla, come ipnotizzato. Quella scritta era in realtà una sola parola, ripetuta così tante volte da ricoprire un’intera parete: io, io, io, io… A guardarla da una certa distanza dava quasi il mal di mare. È una scritta molto vecchia, dicevo a quelli che mi chiedevano da dove spuntasse fuori…» (dal blog di F.P., marzo 2010)

Eveline Poesia, Milano, 2006. Courtesy of the artist.

Eveline Poesia, Milano, 2006. Courtesy of the artist.

Caro Pablito, mi chiedi di mandarti tutto ciò che mi resta di F. e della nostra amicizia, lunga dieci anni. Costringendomi a cercare, mi hai costretto a ricordare, ed è stato bello davvero. Quello che ho trovato, e che qui ti inoltro, non è che un’insieme di appunti sparsi, note, frammenti di conversazioni con i compagni, ritagli di e-mail. Non so per cosa ti serva questo zibaldone che ho raccolto assai disordinatamente, ma in ogni caso eccolo qua. Sarebbe potuto essere molto più corposo, se non fosse che un giorno ben pensai di allontanarmi anch’io dai ricordi, riponendoli in una cartella dimenticata del mio hard-disk. Questo, insieme alla mia incapacità di restare una parte spensierata della banda che eravamo, è stato il mio rammarico più grande. A chi ti chiederà che tipo di amicizia fosse la nostra, non potrai che dire così: fu un libretto d’avventure, una poesiola in versi sciolti, una testimonianza forte, un manifesto, un balletto, una tragedia e una commedia… insomma, la vita in questi dieci anni. Vostro, V.

Un amico comune: «V. e F. si conobbero nel 2001, verso la metà di settembre se non sbaglio, appena iniziato l’anno accademico. V., siciliano, era sempre stato in politica, nelle assemblee. Era un periodo forse non bello ma intenso. Si discuteva delle Torri Gemelle e di Porto Alegre. Lui era figlio di operai immigrati al Nord che si erano fatti il mazzo. Portava ancora i segni di Genova. F. veniva invece da una famiglia molto regolare, della Napoli medio borghese diciamo: padre medico, madre insegnante. Nonostante tra i due ci fosse una certa differenza di esperienze, V. fu subito colpito da questa grandissima curiosità di F., da questi occhi sempre sgranati su tutto».

Un altro amico comune: «L’input? Era il 2003, se non sbaglio, quando F. e V. si presentarono a casa mia con l’idea di organizzare, con altri fuori sede, un gruppo di letture, aperto a tutti, dove ognuno potesse leggere ciò che voleva – che fosse scritto da sé o da altri non importava – e di fare tutto questo in un luogo quasi marginale, assolutamente non conformato»

V.I., in un’intervista per una piccola zine milanese: «Parlavamo, litigavamo, facevamo finta di studiare, parlavamo ancora, passavamo le ore nella mia stanza, scaricavamo tantissima musica, scambiavamo libri dischi e film, sfogliavamo fumetti. C’era questa voglia di condividere storie, possibilità narrative, esperimenti, avventure. Ci univano tanto l’odio per il post-moderno – che per noi era la paccottiglia che ci veniva rifilata dai cosiddetti “creativi” –, tanto l’amore per esperienze come Luther Blissett, che all’epoca, ti parlo dei primi Duemila, era una cosa forte. Ma non davamo una struttura o una coerenza alle nostre posizioni, era più un continuo verificare con la realtà esterna cosa ci piacesse e cosa detestassimo».

S.B.C.: «Trovarono questo posto, l’ex Stecca degli Artigiani, nel quartiere Isola, che era da tempo diventato rifugio e laboratorio per molte realtà radicali: una zattera della Medusa nella Milano albertiniana, ma anche covo di spaccio e di prostituzione, con ragazzini che si vendevano per dieci euro. Una spazio temporaneamente autonomo che assomigliava più a un villaggio desolato di frontiera che a un’isola del tesoro. Comunque, se ne innamorano subito».

F.P.: «Iniziammo con le letture negli scantinati della Stecca, una decina di persone attratte dal fumo e dal vin brulé. Per lo più amici nostri trascinati dalla pietà. Però poi si unirono volti e facce diverse, studenti universitari e liceali, professori, precari, scontenti di ogni età, gente uscita da brutti incubi… Diventammo cinquanta, poi cento… La risposta dall’esterno insomma ci fu, e ci fu presto. Si faceva politica anche senza saperlo, e c’era voglia di connettersi, di espandersi. E devo dire che era bello, soprattutto i primi tempi, sentirsi un po’ carbonari, stare immersi nella penombra e nell’umido, con la sola luce dei neon, con quella specie di nebbiolina, le pagine sfogliate con scatti nervosi, quasi a voler sfidare il freddo di quelle stanze senza riscaldamento. Poi un giorno si presentò un tipo dall’aria sicura, alto, di bella presenza, uno che studiava all’università. Ci disse, ma perché non riproponiamo le nostre letture anche a quelli che stanno fuori, in strada, ma senza chiedergli il permesso? Noi gli rispondemmo: e come, saltando su degli sgabelli e mettendoci a recitare davanti a Piazza Affari? Ci guardò e ci disse, anche!, ma soprattutto bisognerà comunicare senza essere visti»

U. M.: «E così venne l’idea di uscire in strada, di parlare alla città, cercando di applicare le teoria di Luther Blisset alla tattica degli attacchinaggi: fogli incollati in giro con citazioni, messaggi, disegni, poesie. Street-art senza firma: chiunque nella banda poteva incollare ciò che voleva, purché si uscisse in strada tutti insieme, e ognuno si pagasse le spese di stampa da sé. Scegliemmo un nome, che non rivelerò, e chiunque poteva impersonarci scegliendo quel nome: lo definimmo come una sorta di passamontagna letterario».

M. B.: «L’aspetto più interessante della nostra banda è che si animava quasi unicamente di notte, come una falena. Quando ci fermavano, i ghisa ci chiedevano, e voi chi sareste, sarete mica comunisti? Allora F. cercava di nascondere la colla, mentre V. rideva e gli raccontava che eravamo terroristi poetici ».

M. D’A. : «V., che era il più elettrico, portava nel gruppo persone come Bifo, i cyberpunk della Shake, molti protagonisti dell’Autonomia che non si sentivano affatto “reduci” – per fortuna! –, mentre F. invitava giovani autori meridionali poco conosciuti, e attivisti antimafia tra i meno noiosi. Lì, in quell’umido, si parlava di pornografia, file sharing, Al-Quaeda, soprattutto di letteratura, di metodi, con un risultato a volte confusionario, ma sempre, sempre molto generoso».

F.P.: «V. un giorno si presentò dicendo che avremmo dovuto fare un documentario sulle angosce degli Anni Zero, intervistando perfetti sconosciuti in giro per la città. Mettemmo nello zaino una videocamera e l’erba, parlando della colonna sonora che ci sarebbe servita: Radiohead, Noir Desir, Manu Chao, Mercury Rev, Archive, Kula Shaker, Babyshambles. Di tanto in tanto avevamo dei contatti che ci portavano dritti in qualche covo dei più tremendi – locali come l’Armani Jeans o l’Hollywood, ristoranti giapponesi pieni di scambisti –, ma di solito era il grigiore senza pretese che ci affascinava di più: zone di passaggio, accampamenti notturni, marmaglia che ciondolava in giro, facce, storie».

V.A.: «Alla Bocconi conoscevamo una ragazza del terzo anno di Economia Aziendale che prendeva pillole a manciate, sedativi con la mano sinistra ed eccitanti con la destra: i primi per calmarla durante gli esami e gli altri per tenerla sveglia la notte a studiare. In realtà gli esami non sono mai stati un problema nel nostro corso: si copiava senza difficoltà, chi veniva con foglietti incollati dentro le maniche, chi addirittura con finte ingessature con dentro apparecchi radio».

S.B.C.: «Poi se parlavi in giro, nell’università, delle nostre serate di lettura, ti chiamavano cannaiolo, ti davano dello sfigato. Ecco, questo ti da un po’ il senso delle proporzioni…»

E.M.: «F. andava matto per Jack London: lo leggeva ovunque, citava Martin Eden come una bibbia, ma anche il Tallone di Ferro, e il Popolo degli abissi. Gli piaceva quell’esempio, l’immersione in prima persona, la testimonianza diretta, il vivere-per-la-morte di quei personaggi là».

M.D’A.: «Certo, ci voleva un’energia disumana per resistere all’angoscia, l’angoscia di restare indietro a quelli che non perdevano un attimo di tempo, quelli che ogni pezzo del loro puzzle finiva inesorabilmente al posto giusto. D’altro canto c’era l’angoscia di finire dritti verso quegli standard, dritti sparati verso quarant’anni di ufficio, di lavoro insensato, di un isolamento di coppia borghese»

E., sorella di V.: «V. diceva che un’esistenza grigia e anonima era peggio che saltare in aria nella metro, che lo scopo di ogni uomo dovesse essere quello di divenire un eroe… o un santo. F. invece diceva che era proprio l’accettazione di quell’anonimato la chiave di volta per un’esistenza più armonica con gli altri, con le varie bande che di volta in volta avrebbero potuto mettere su, animare: non a caso i loro soprassalti poetici erano a firma collettiva. La loro banda era e doveva restare una congrega di eguali. Eguali “col passamontagna”, diciamo così».

M.B.: «Ad un certo punto qualcosa nel loro rapporto si incrinò. Non saprei dire esattamente quando F. e V. hanno cominciato a dividersi. Gli studi andavano a sfacelo, e V. stava provvedendo a imbastire il suo salvagente personale, accettando alla fine l’offerta di un importante agenzia pubblicitaria milanese. Prima di congedarsi dalla banda, però, V. se ne uscì con una cosa che piacque a tutti, davvero a tutti».

V.I.: «Questa storia dell’ “io” ripetuto centinaia di volte su una parete nacque anni fa, quando ero in piena febbre per Stirner e stavo lavorando con una certa curiosità sull’idea di identità. L’esperimento della banda, con la sua identità collettiva, le grandi carte di identità sbiancate che avevamo incollato con le foto di uomini in passamontagna, gli studi sull’annullamento dell’io nel buddismo C’han e la passione sfrenata per Luther Blissett mi avevano progressivamente trascinato in una spirale di ragionamento al cui centro c’era un’unica problematica, un’unica parola: io. Disegnai quelle due lettere su un muro della Stecca: una volta, poi due, tre, fino a che tutto il muro ne fu ricoperto. “Beh.. non c’è male – riflettei – le due parole si accostano bene”. E così via proseguì la scrittura, fino a che tutto il muro fu invaso da decine di «io». La disposizione nello spazio ricordava quella di un’onda o della sabbia mossa da raffiche di vento. A guardarla da una certa distanza dava quasi il mal di mare. L’ultima riga, invece, fu un’altra faccenda. Avrei voluto aggiungere una frase “finale” che desse il senso di quegl’io. Quella sera pensai a più di una ventina di diversi io io io, con diversi finali. Decisi per: …Mi sento solo. Credo fosse l’unico non sciatto o banale».

E.C.: «V. era un maniacale: non si realizzava mai in ciò che faceva, perché concretizzarlo, portarlo fino alla fine, sopportarne il peso avrebbe significato un po’ come assumerlo con sé… caricarsi di quel peso. Procedeva a balzi, saltelli. Formava gruppi di studio per passare gli esami e realizzare i suoi progetti, dopodiché li sgretolava. Era così anche con le ragazze, con gli amici. Li sgretolava prima che potessero diventare un possibile futuro e prima che potessero saldarsi in un passato duraturo. Tutto era slegato e così doveva restare.».

G.M.: «A quella maniacalità perfezionista, a quell’approccio così strategico alla vita, F. opponeva la sua innata goffaggine, il suo bisogno di comunicazione impellente, la sua avidità di rapporti umani, ma anche una grande incapacità di gestirli. Era diventato insofferente per l’arrivismo dei colleghi, anche dei più insospettabili. Aveva accettato di fare uno stage in ufficio lo abbrutiva e lo allontanava da qualunque possibilità di intervenire, concretamente. Intanto ogni volta che tornava da Napoli era come un’illuminazione: ci parlava di morti ammazzati, di anarchia, di nuove bande da formare. Diceva di sentire, nonostante tutti i limiti di quella città, un richiamo insieme disperato e pericoloso. Sentiva di voler abbandonare quel microcosmo di narcisi che si stavano irreggimentando. Lo definiva come un buco nero senza fondo, che annullava tutto».

S.A.: «Penso che il suo più grande rammarico fosse il fallimento nei compiti vitali che la sua educazione cattolica-capitalista gli aveva dato: un lavoro stabile, una fidanzata, una famiglia. La sua decisione di sparire fu un modo inconscio, forse, per punirsi. F. si puniva soprattutto per aver creduto in gente troppo innamorata di sé stessa per occuparsi degli altri».

E.C.: «Le letture alla Stecca proseguirono, anche se l’atmosfera era cambiata. Chi leggeva non era mai lì, veramente, in mezzo alla gruppo, ma sempre più in là: fuori tono, distaccato, distratto. Si pensava già ad un possibile posizionamento di sé all’interno nell’industria culturale, e a fare di quell’esperienza un curriculum da poi rivendere chissà dove. Poi, verso la fine del 2007, arrivarono le ruspe del Comune, per far spazio a nuovi complessi: grattacieli con uffici e appartamenti. E noi osservammo, in silenzio e da lontano, la demolizione di quel castello d’illusioni che c’eravamo costruiti».

Da una mail di F.P.: «Mio caro V., ricordi i vicoli di Palermo, alla Zisa, ti ricordi quell’immersione totale? Quell’esistenza un po’ selvaggia, che sapeva di presepe e di cuccia. Di antico. Eppure è strano: solo di quella vita, di quel presepe e di quella cuccia sento nostalgia. Di quel calore. Ero partito, lo sai, inamidato e stirato, pensando di voler essere un “pesce grosso”, e invece ho scoperto che la felicità è dimenticarmi di me stesso, è l’essere un pesce piccolo che ha voglia di sentirsi in simbiosi col mare e nutrirsene».

V. I.: «Noi c’abbiamo provato, qui a Milano, ma poi ha prevalso la paura di restar soli, ai margini. Quante volte ci ripromettevamo che avremmo scritto di questa gentaglia, che non ci sentivamo affatto come loro, che avremmo soltanto fatto le spie nel loro territorio, entrando e uscendo a piacere. No, a forza di essere ciò che disprezzavamo abbiamo finito col somigliargli, e il gioco non è stato mai più quello di una volta»

F.P.: «…e quel mucchio di io che avevi messo su quel muro, anni fa, io lo vedevo così, illuso forse dalla voglia di riprovare quel primo slancio, quella prima ingenuità: come un esercito di io che si schierava come una voce sola, proprio come una folla».

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Originally published on Loop magazine in September 2011)

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