Al momento decisivo, Trump si rivela (ancora) il miglior regalo per Clinton

Trump-Clinton. Peccato sia finita così. Fino a qualche qualche anno fa i due si sostenevano: Trump finanziava, orgoglioso, il partito democratico. Le rispettive famiglie si stimavano, e Ivanka è sempre stata grande amica di Chelsea. Ad un certo punto – lo scrive il Washington Post – Bill incontrò Donald, e quasi certamente gli suggerì di scendere in campo. Nessuno considerava Trump un avversario credibile, tanto meno per Hillary, ma avrebbe creato più d’un casino tra i repubblicani che consideravano i due una coppia di cialtroni libertini e sporcaccioni.

Poi, beh, le cose sono andate come sono andate: Hillary si è dimostrata un candidato davvero terribile, che più si esponeva e meno piaceva e quasi le prendeva da un vecchio settantenne socialista. E Trump fino a qualche giorno fa aveva quasi rischiato di superarla nei sondaggi. E ieri, in un momento decisivo, che è successo? Ebbene Trump si è presentato incerto, malaticcio, patetico e fuori di testa più del solito, risparmiando ad Hillary pure lo scandalo delle email. Il giornalismo moderato applaude: ha vinto la migliore, dagli al cialtrone. Non sono un complottista di natura, ma finora questo è stato il miglior regalo possibile per una élite liberale che da anni era in gangrena.

E così ripenso alla foto di Michelle Obama che abbraccia George W., agli applausi sperticati del giornalismo “bipartisan”, e a quello che diceva il buon Tony Gramsci: “L’unità storica delle classi dirigenti avviene nello Stato e la storia di esse è essenzialmente la storia degli Stati”.

Rivendicare il lusso della complessità

Per motivi di compassione, e soprattutto di incompetenza in materia, sono piuttosto restio a scrivere di Grillo & Associati. Ma m’interessa il grillismo come fenomeno antropologico e culturale. E devo dire che la cosa che più mi infastidisce di questi spaesati è che sono, quasi sempre, gli stessi che quindici, venti anni fa – ma provate a fare mente locale anche voi – vi pigliavano per il culo al liceo se v’interessavate di politica, vi liquidavano con un “ma tanto sono tutti mariuoli” o “ma che cazzo me ne frega a me”.
 
E però, quasi sempre, i grillini prima d’essere grillini erano individui iperattivi nel loro slancio di vita conforme, non si perdevano mai una tappa dell’italiana medietà, e la loro era una vita tutto sommato serena. Già allora incrollabili nelle loro convinzioni e creduloneria, non li abbatteva nessuno, e in fondo stavano meglio di noi*.
 
Come ha ricordato Fulvio Abbate, l’odio verso gli “intellettuali” è stato sempre tipico della piccola borghesia fascista mondiale, e per questo non mi stancherò mai di ripetere ai compagni che si può essere popolari senza scimmiottare il linguaggio dei bimbominkia, senza ritwettare bufale, senza storpiare i nomi, senza sfottere sull’aspetto fisico. E non lo dico da una prospettiva moderata, progressista, di ipocrita cortesia borghese, ma strategica: c’è chi sa fare il grillino meglio di noi*, e al momento del bisogno – o della serietà – il fascismo in seno al popolo (perché c’è anche quello, c’è sempre stato) sa come accoltellarti alle spalle: rifiutando il dialogo, invocando il linciaggio, tappandosi le orecchie, e rifugiandosi nell’animalità da sopravvivenza.
 
E dunque rivalutiamo il secchione che era in noi. Andiamo fieri del fatto che qualcuno ci ha fatto studiare. Rivendichiamo il lusso della complessità.
 
* I pessimisti della ragione e gli ottimisti della volontà.

Decoro decoro decoro

Dieci anni fa, in buona fede, facevo parte di un gruppo attivista che si occupava, fra le tante cose, anche di abusivismo. Un giorno, in assemblea, si pensò di creare una mappa interattiva per segnalare la presenza di posteggiatori abusivi nel centro storico. Noi tenevamo vent’anni – uno più trmòn dell’altro, come si dice a Bari (ad essere generosi) – e ci sembrava ingiusto che i pochi soldi del sabato sera finissero nelle mani della criminalità organizzata.
 
O così ci piaceva credere. Leggevamo le cose giuste: chi Repubblica, chi il Manifesto, chi i libri Feltrinelli e chi quelli Chiarelettere, etc. Facevamo il nostro dovere di borghesotti impegnati, e ci sentivamo pure minoranza.

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Trump non può vincere, ma Clinton può perdere

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Donald Trump e Hillary Clinton. Due universi paralleli, a leggere la grande stampa europea. Due visioni inconciliabili del mondo e della vita, a sentire diversi scrittori e giornalisti italiani a New York, che arrivano a paragonare le due figure come Pinochet da un lato e Che Guevara dall’altro.

Personalmente, quando a metà marzo in Ohio le primarie erano già belle che decise (sia sul versante repubblicano che su quello democratico) pubblicai una foto con i due contendenti in posa durante una festa (la foto risale a una decina d’anni fa), con sorriso smagliante e rispettivi consorti, e aggiunsi questa didascalia: a Novembre la scelta sarà tra due ricchi anziani bianchi, che litigano veementemente su come disciplinare la cameriera. Forse peccavo di troppo sarcasmo. La situazione è più terrificante che grottesca, e merita un’analisi migliore.Read More »

Perché in molti, me compreso, si sono sbagliati su Trump?

Su Trump si sono sbagliati tutti o quasi tutti, me compreso. Ma è interessante ricordare tutti quei giornalisti italiani, soprattutto freelance, incontrati in questi anni a New York, molto convinti che l’Italia berlusconiana rappresentasse uno scherzo e un’eccezione, molto indignados per l’esistenza di uno come Grillo, convinti che gli Stati Uniti avessero sufficienti anticorpi da rigettare qualunque ducetto o mercante in fiera, e che Hillary (udite udite) fosse la prova di quanto avanzata e openminded fosse la civiltà del jazz.
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Il futuro delle capitali imperiali

La sociologa Marianna D’Ovidio, alla domanda sul perché i progetti urbanistici della giunta Moratti, nella Milano pre-Expo, sembrassero finalizzati più d’ogni altra cosa ad attrarre una popolazione di ultra-milionari, così risponde: perché è una popolazione “ricca, che usa servizi privati, è sempre all’estero e non sporca.” (La storia, a dire il vero non memorabile, è qui)

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Piccola riflessione su referendum fallito

Diciamoci la verità: dovendo scegliere un’autentica e urgente battaglia popolare, ‘sto referendum delle trivelle non era proprio la scelta più indicata. Complesso come si presentava, e con un Fronte dell’Apatia sempre più in crescita non solo in Italia ma tutta Europa, sono andato a votare armato del solo (e solito) ottimismo della volontà, sapendo che a urne chiuse mi sarei ritrovato ancora una volta sul fronte degli sconfitti. Ma attenzione.Read More »

Che storia raccontano le primarie in Wisconsin

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Doyle’s Motel – Wisconsin Dells, Wisconsin, 1957.

Bernie Sanders ha vinto con il 56% le primarie del Wisconsin – la sesta vittoria consecutiva, la settima sulle ultime otto.

In totale fanno 16 Stati per Sanders e 14 per Clinton.

È il suo momento. Ma in un sistema dove si vince con la conta dei delegati e non con il voto popolare, e dove questi delegati vengono ripartiti in modo fin troppo proporzionale, la rimonta di Sanders resta quasi impossibile. A meno che…Read More »

Per chi suona la campana: la destra americana e l’ideale perduto

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Il senatore repubblicano John McCain, ex veterano di guerra ed ex candidato alla Casa Bianca nel 2008, ha composto un toccante epitaffio per un amico comunista, morto all’età di 100 anni. Molti hanno quindi ricordato, a margine, l’esistenza di una destra dignitosa, onesta e di principio, che sopravvive nonostante Donald Trump e i suoi insulti.

Conoscendo il curriculum non proprio progressista di McCain (è lo stesso iper-patriota che chiamava “musi gialli”, gooks, i vietnamiti, e “scimmia” Ahmadinejad) non mi avventurerei su questo terreno, e penso sia più interessante parlare d’altro. Per esempio della vena romanticista che ancora scorre nella destra, e che le fa invidiare alla sinistra “d’una volta” la sua fede e il suo sacrificio.

A writer is not a jukebox

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Susan Sontag once talked about a black poet of her country, and alas she didn’t quote his name, who was reproached by some fellow African-Americans for not writing about the indignities of racism. And he put it this way: “A writer is not a jukebox”.

What he meant is that the writer’s first job is not to shit opinions just as a coin-operated machine shits mechanical sounds, but to speak the truth. And I believe he spoke the truth by saying that, and that the discourse must be be broadened to other categories as well.

I love critique, I love to observe and to annotate, and I accumulated enought contempt for the Sarcasm-Cynicism Industrial complex to have turned myself into a bore to they eyes of the ironic, from the laidback buffon I once was. But I am also wary of those who dictate an Intervention – an anxiolytic, schizoid, compulsive one – on the drowned refugee as well as on the Kurd guerrilla group in between cat pictures and a ravioli dish on Instagram. For there will be moments like Brussels (or Paris, New York, etc.) where the Intervention is grabbed, minced and crocheted into the repressive purse of the State, within which any possible humanism will die. Confined to insignificance, pure automatism; a background noise.

Better to study, study again, to connect between the few and then the many, and study once again. In times like this, the call for ideas isn’t much different from the call to arms.