Un caffé post-elettorale con Bifo

Ciao Franco, come ti senti?

Mi sento come mi sentivo prima: intellettualmente disperato. Tu sei a Napoli? Ho una gran voglia di fare una piccola vacanza lì, appena la primavera lo permetterà.

E questa disperazione cosa comporta?

Significa che, a prescindere dalla mia personale allegria, dovuta alle sostanze allucinogene che assumo e all’amicizia di molte persone, riconosco che siamo di fronte a un processo di guerra civile globale, che cancella l’umanesimo moderno e il piacere di immaginare il futuro. Continue reading “Un caffé post-elettorale con Bifo”

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L’Habeas corpus e il tempo delle donne

Ringrazio Eschaton per aver dato dignità d’analisi a quello che era forse uno sfogo troppo superficiale e risentito. Con chi ce l’avevo? Principalmente, con i comunisti, i demagoghi sovranisti e i liberali che hanno preso l’appello di Deneuve & co. come un “liberi tutti” per poter meglio menare il politically correct opprimente; o meglio, per un “dagli al femminismo neoliberista che ci renderà tutti asessuati schiavi del capitale”.
 
Tant’è, che subito dopo si sono viste le immancabili articolesse di destra e sinistra contro “le app per il consenso prima del sesso” (una mossa di pierraggio delle più rozze, per chi avesse la briga di consultare qualche avvocato americano o italiano) o gli innumerevoli articoli sparati contro la censura di questo o quel quadro nel museo (censura invocata quasi sempre da poche dozzine di persone, ma tanto basta a scatenare la stessa schizofrenia socialmediale di cui si accusano le xenofemministe yankee).

Dolce, Gabbana e la città che vive di macchietta

Se non altro – pensavo ieri – lo spot di Dolce&Gabbana girato a Napoli da Matteo Garrone ha un merito. Tra quelle signore che ballano in strada, la pasta sventagliata di qui e di là, i costumi, le maschere, l’erotico e l’eccessivo, il messaggio esplicitato è concretamente aziendalista: “Noi siamo qua per vendere, signori, e dovete vendere pure voi; altri mezzi non ne conoscete. Da discutere non c’è nulla e tempo da perdere non ne abbiamo”. Le polemiche che ne sono seguite, e la vera o presunta risposta piccata dello stilista (facciamo finta di crederci), non fanno altro che invogliare a parlare di economia piuttosto che di arte.

Quel messaggio possiamo spernacchiarlo. Possiamo mandarlo a quel paese. Possiamo invocare la ghigliottina – alzo la mano per primo in segno di approvazione, sia chiaro. Non possiamo, però, dire che dietro quel messaggio non ci sia una consapevolezza, un’arroganza bene ancorata nella realtà del nostro modello di sviluppo: nei limiti delle politiche progressiste e pure nel destino delle metropoli in questo primo spicchio di XXI secolo occidentale.
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Libertà accademica in America, 1955

Nella foto qui sopra (ripescata da Tim Barker) un giovanissimo Eugene Genovese , storico marxista e pacifista (sarà messo alla berlina per i suoi commenti sul Vietnam nel ’65, poi si convertirà al cattolicesimo negli anni Ottanta) scrive ad un ottantenne William Du Bois, mitico storico afroamericano emarginato dai maccartisti. Si lamenta dell’incompetenza dei suoi insegnanti, di sentirsi costretto a citare Max Weber al posto di Marx, e gli chiede umilmente di fargli da supervisore.  Continue reading “Libertà accademica in America, 1955”

Se M5S funziona (e ci fa comodo) come “istituzione totale”

«Nella nostra società occidentale ci sono tipi diversi di istituzioni, alcune delle quali agiscono con un potere inglobante – seppur discontinuo – più penetrante di altre. Questo carattere inglobante o totale è simbolizzato nell’impedimento allo scambio sociale e all’uscita verso il mondo esterno, spesso concretamente fondato nelle stesse strutture fisiche dell’istituzione: porte chiuse, alte mura, filo spinato, rocce, corsi d’acqua, foreste e brughiere. Questo tipo di istituzioni io lo chiamo “istituzioni totali” ed è appunto il loro carattere generale che intendo qui analizzare.»
(Erving Goffman, Asylums)

Chiamatelo, se volete, pensiero pusillanime della domenica mattina. Dunque, sociologia spicciola alla mano, il M5S è a tutti gli effetti il primo partito fattosi “istituzione totale”. Ciò di cui parlava Goffmann: un contenitore di gente ritenuta dal resto della società incapace, inetta, o addirittura pericolosa per sé e per gli altri (vedi teorie anti-vaccino, liste di proscrizione, putinismo dozzinale, etc.). Qualcosa di simile ad una crociera disneyana, più che ad un ospedale psichiatrico pre-Basaglia: perché qui i “pazienti” si confinano da soli, per disperazione, ingenuità o ignoranza, in un ambiente disegnato per manipolarli, senza l’uso della forza. Sociologia spicciola, ho premesso, quindi farò finta di non vedere i volenterosi e i benintenzionati che nel M5S cercano una cura per il loro “disagio della civiltà”, e dissentono dalle modalità di governo del Movimento. Tuttavia mi sembra assodato che, qualunque sia la policy di finanziamento del “partito degli onesti” – siano i soldi dei contribuenti o quelli della Casaleggio Associati – il M5S sta “tenendo buona” una parte della popolazione che altrimenti andrebbe a far danni altrove. Continue reading “Se M5S funziona (e ci fa comodo) come “istituzione totale””

La Galleria Inesistente

iltascabileAlle 13:30 del 15 aprile del 1969, in una giornata in cui tutto sembrava andare come doveva andare, in cui il cielo era terso, il mare era azzurro e nei bar si discuteva della Fiorentina avviata verso il suo secondo scudetto, il Vesuvio chiamò. Più che un richiamo, un sussurro: un piccolo, flebile pennacchio di fumo nerissimo, che s’alzò verso il cielo accompagnato da minuscoli boati. Solo in pochi capirono cosa stesse succedendo, e quei pochi probabilmente avevano letto un volantino che era circolato, in mattinata, a Napoli e in alcuni paesi vesuviani: lì si faceva riferimento a una profezia, a uccelli che annunciavano un evento catastrofico e intimavano di rivolgere lo sguardo al vulcano. Un foglio un po’ criptico, a dire il vero, tant’è che tra gli osservatori prevalse più lo sconcerto che la meraviglia.

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Strategie per il post-voto: intervista ad Alex Foti

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Conosco Alex da oltre dieci anni ormai, a partire dal suo Anarchy in the EU che fu una mappa elettrizzante e utilissima dell’antagonismo europeo, e poi per il suo lavoro frenetico di editore – legato a doppio filo con il mondo del dissenso che ha vissuto da dentro e studiato – e organizzatore di quell’EuroMayDay che nei primi anni Zero portava decine di migliaia di precari in piazza. Alex è passato poi per Il Saggiatore, ha scritto un libro su cosa voglia dire essere di sinistra oggi, e infine si è battuto molto per il Sì al referendum. Perdendo, ovviamente. Continue reading “Strategie per il post-voto: intervista ad Alex Foti”

Il ritorno degli hillariti

È passato un mese dallo shock dell’8 novembre ed è giunto il momento di fare il punto sullo stato degli hillariti. In questi giorni zitti stanno cacciando la testa fuori dal sacco: “Avete visto? Dicevate Trump-o-Clinton-la-stessa-cosa, ora tenetevi il presidente di Goldman Sachs, gné gné, eccetera eccetera”.
In realtà, nessuna persona sana di mente, nessun argomento sensato diceva questo. Neppure io. Ma è chiaro che il fanatismo cerca sempre nelle carenze degli altri e nei fattori esterni le ragioni dei propri fallimenti. La paranoia anti-russa di questi giorni, unita al ripetere ossessivo dei voti popolari presi in più da Clinton rispetto a Trump (oltre due milioni e mezzo) sono sintomi evidenti di uno stress post-traumatica.

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Resistenza a Elie Wiesel

iltascabileElie Wiesel, nato in Romania nel 1928 ed emigrato a New York all’età di ventisette anni, è stato il sopravvissuto più celebre del mondo. L’esperienza da adolescente nei campi di Auschwitz e Buchenwald, la perdita del padre e della fede in Dio, raccontate nel suo libro più famoso, La notte (1960), furono il motore rabbioso e tragico per decine di libri, centinaia di articoli, reportage e interventi pubblici.

Quando gli fu conferito il premio Nobel per la Pace, nel 1986, era già uno scrittore studiato nelle scuole d’America, dalla fama universale. Il 3 luglio scorso, quando si è spento nella sua casa di Manhattan, Wiesel ha ricevuto gli onori di un vero capo di Stato. E tuttavia, fin dai primi giorni successivi alla morte, intorno alla sua lezione non sono mancate voci dissonanti tra gli intellettuali americani. Specialmente di origine ebraica.

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Scugnizzi Liberati

thetownerHo appuntamento con il mio amico alla stazione di Montesanto in tarda mattinata, è fine settembre, e dopo avergli messo in mano un bicchierino di caffè e una zeppola calda saltiamo in sella sul motorino. Lui scrive per un’ottima seppur non conosciutissima rivista culturale, molto milanese, molto ottimista, piena di talenti resi un po’ cinici dalla gavetta trascorsa senza stipendio nei giornali dei “compagni”. Il piano è già deciso e lui è venuto a Napoli apposta. Con una mappa virtualmente aperta sul cellulare, io alla guida, faremo un grand tour dei più recenti spazi occupati in città, partendo dal cuore del centro storico.

(Continua su The Towner)